Giordano Bruno

  ⇱ Aforismi    – Approfondimento: Giordano Bruno


GIORDANO BRUNO
(Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600)
Filosofo, astronomo, scrittore e frate domenicano

  Indice


• Introduzione
• Vita
• Opere
• La filosofia
• L’universo
• L’uomo
• L’inquisizione
• Aforismi e frasi celebri
   
 


   
   

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– INTRODUZIONE
  Fu condannato al rogo dall’Inquisizione della Chiesa Cattolica perché “eretico, impenitente, pertinace” ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, vennero dati alle fiamme. Fu arso vivo a piazza Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, durante il pontificato di Clemente VIII.
  
  La sua filosofia sopravvisse alla sua morte, portò all’abbattimento delle barriere tolemaiche, rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla rivoluzione scientifica: per il suo pensiero è quindi ritenuto un precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso. Per la sua morte, è considerato un martire del libero pensiero.
  
Egli inizialmente individua due principi che stanno alla base dell’universo: l’anima del mondo, cioè la forma, e la materia universale. L’anima del mondo, essendo ricettacolo di tutte le forme, dà vita a tutti corpi di cui è costituito l’universo che considera come un infinito essere animato.
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– VITA
Filippo Bruno nasce a Nola, una piccola città vicino Napoli, nel 1548.
La sua famiglia è una nobile famiglia campana.
Da ragazzo dimostra una propensione allo studio e un’acuta intelligenza.

Intorno ai 15 anni, pare soprattutto per proseguire i suoi amati studi filosofici più che per un vero e sincero interesse per la teologia, frequenta il chiostro dell’ordine dei domenicani a Napoli.

Nel 1565 entra nell’ordine dei Domenicani, distinguendosi per spregiudicatezza intellettuale e attirando su sé il sospetto di eresia: infatti, pur acquisendo una solida formazione religiosa agostiniana e tomista, rifiuta la venerazione delle immagini e le prescrizioni che la controriforma cattolica oppone ai fermenti protestanti che hanno spezzato l’unità religiosa dell’Europa.

  Prendendo i voti, decide di mutare il suo nome in Giordano e diventa un grande esperto nell’arte mnemonica.

  Nel 1572 diviene lettore di teologia.

  Assimila l’influenza di Marsilio Ficino ed Erasmo da Rotterdam, che rispettivamente valorizzano l’unità tra divino e umano e la libertà di pensiero, e approfondisce le implicazioni dell’eliocentrismo di Niccolò Copernico e del sensismo di Bernardino Telesio, cercando una filosofia della natura imperniata sulla “qualità”, portando così attenzione ai modi dell’essere rispetto alla riduzione del mondo a pura misura quantitativa che prevarrà nel determinismo meccanicista.

  Si rivolge all’aristotelismo “scientifico” dei grandi commentari arabi, prevalentemente Averroè, non risparmia critiche alle pretese della fisica aristotelica di elevarsi a metafisica: se esiste un primo motore, questo è intrinseco a tutte le cose.

  Tale idea avrà ampia e sotterranea influenza in tutta la filosofia successiva.
Il suo carattere irrequieto e insofferente ai dogmi e alle costrizioni lo porta a
scontrarsi da subito con le autorità religiose: nel 1576 decide di abbandonare
l’ordine e si trasferisce dapprima a Roma, poi a Nola, Savona, Torino, Padova fino
ad approdare a Ginevra.

  Gli anni della maturità sono segnati da continui viaggi, peregrinazioni e fughe: sono gli anni della Controriforma.

  Le idee spregiudicate di Giordano mal si accordano con l’imperante ortodossia religiosa.

  Dopo una breve permanenza a Parigi, si trasferisce in Inghilterra, insegna ad Oxford, per poi riprendere la via di Parigi. Qui entra in conflitto con gli ambienti aristotelici da lui tanto denigrati.

  Trascorre qualche anno in Germania, insegnando a Wittenberg e a Francoforte, per approdare infine nella “tollerante” Venezia.
  
  Qui, Giordano è convinto di essere al sicuro, invitato dal nobile Giovanni Mocenigo, che è desideroso di farsi istruire dal filosofo nell’arte della mnemonica. Tuttavia, le idee coraggiose e “blasfeme” dell’ex-frate spaventano il nobile, che decide di denunciarlo e consegnarlo nelle mani dell’Inquisizione.

  Nel 1593 Giordano viene trasferito all’Inquisizione di Roma che, con vari tentativi, prova a convincerlo a ritrattare le sue idee eretiche. Dopo 7 anni di carcere e costanti rifiuti di abiurare, Giordano viene condannato il giorno 8 febbraio 1600 e portato al rogo, ed arso vivo, il 17 febbraio 1600, davanti ad una folla plaudente in occasione dell’anno giubilare, in piazza Campo dei Fiori a Roma.

  Giordano Bruno ha rappresentato, nei secoli successivi alla sua morte, il simbolo del libero pensiero e dell’intellettuale sciolto dai vincoli dell’autorità.
Così, in aperta sfida, si esprimeva al momento della sentenza e condanna a morte: «Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla.»
  
  Così lo si definisce nel “Cyrano de Bergerac”:
«Figlio del Vesuvio e della collina di Cicala, filosofo e poeta italiano, unico spirito veramente libero.»
(“Cyrano de Bergerac” è una celebre commedia tragedia in cinque atti pubblicata nel 1897 dal poeta drammatico francese Edmond Rostand (1868-1918) e ispirata alla figura storica di Savinien Cyrano de Bergerac, uno dei più estrosi scrittori del seicento francese, precursore della letteratura fantascientifica.)

  E’ soprattutto nel contesto risorgimentale italiano, il “mito” di Giordano Bruno ha rappresentato il culmine del braccio di ferro tra lo Stato e la Chiesa di Roma, per nulla disposta a riconoscere il neonato Regno d’Italia. Esemplare a tal proposito fu l’iter per la costruzione della famosa statua, ancora
presente in piazza Campo dei Fiori a Roma.

  Contro il volere del Papa e col sostegno di personalità di rilievo come Victor Hugo, Giovanni Bovio e Michail Bakunin, dopo scontri e manifestazioni violente, la statua fu finalmente inaugurata nel giugno 1889.

  Anche dopo il Concordato del 1929, tra il Vaticano e lo Stato Italiano, gli ambienti reazionari tentarono di far rimuovere la statua. Mussolini, forse preso dal suo noto anticlericasimo e dai suoi ricordi di uomo socialista, dicharò: “La triste statua del triste frate rimane lì dove è.”

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– OPERE
  Le opere di Giordano Bruno, al di là della variabilità degli argomenti affrontati, ci riportano costantemente all’interesse primario del filosofo che è la natura.
  
Tra le sue opere più importanti ricordiamo i dialoghi italiani a cui appartengono gli scritti:

  –  La cena delle ceneri
  –  De l’infinito, universo et mondi
  –  Degli eroici furori
  –  I poemi latini
  
  Quest’ultima non è osservata e studiata con occhio clinico e rigoroso come stavano facendo molti suoi contemporanei. Giordano Bruno non è uno scienziato e non ambiva ad esserlo ma la conoscenza della natura assumeva in lui la forma dell’esaltazione,dell’amore sconfinato e del possesso repentino di ogni suo segreto.
  
  Prima di affrontare in che modo, particolare e anticonformista, intendesse la natura,sarà bene riconoscere come le sue analisi non avevano niente in comune con la certosina indagine naturalistica inaugurata da Telesio, ma fossero più affini alle pratiche e all’atteggiamento della filosofia o, ancora, della magia.

  Questo amore per la natura lo induceva ad abbracciare integralmente la vita, da accogliere in ogni sua manifestazione, a tal punto da arrivare a definire la vita sperimentata nel chiostro come una “prigione angusta e nera” e a disprezzare la pedanteria degli intellettuali amanti dei libri e troppo poco della concretezza dell’esistenza.

  Lo stesso amore per la natura e per la vita lo conducono, infine, a nutrire un serio disprezzo per la religione cristiana, appellata come “santa asinità” e intesa come un insieme di false credenze contrarie alla ragione, che inducono all’ignoranza e minano la libertà degli uomini. Bisognava, secondo il filosofo, tornare a quella religiosità antica, quell’antica sapienza che da Mosè in poi mostrava e indicava la vera strada.

  Sono pubblicati a Parigi i primi testi in latino, tra cui De Umbris Idearum (1582), dove, associando toni neoplatonici e metodo mnemotecnico; afferma che le le strutture del pensiero vanno individuate attraverso le “ombre” del mondo sensibile.
La commedia satirica Il Candelaio (1582), scritta in italiano e ambientata a Napoli, attraverso l’intreccio di tre storie parallele prende di mira vizi e corruzioni del mondo.

  A Londra pubblica i dialoghi italiani, sorta di rappresentazione scenica del suo pensiero; tra questi, Della causa, principio et uno (1584), De l’infinito, universo e mondo (1584), La cena de le ceneri (1584), detti “metafisici” in quanto hanno per oggetto i principi base di tutte le conoscenze; Lo spaccio della bestia trionfante (1584) e De gli eroici furori (1585) sono detti “morali” perché contrappongono alle religioni positive una visione dell’universo concepito quale manifestazione divina.

  Nelle opere latine pubblicate a Francoforte, che comprendono anche la raccolta del De magia mathematica (1590) e le forme poetiche del De minimo (1591), gli interessi scientifici si saldano con quelli magici, sganciandosi dal neoplatonismo e recuperando in modi atipici il rapporto con Aristotele. Il suo pensiero cerca quindi una sintesi nelle lezioni di Zurigo, raccolte nella Summa terminorum metaphysicorum (la prima edizione parziale è del 1595 mentre la seconda edizione completa, è postuma del 1605). Le considerazioni riguardano la teoria della conoscenza e la filosofia religiosa, in un intreccio di motivi che saranno destituiti dalla filosofia della scienza a lui successiva.

  La varietà stilistica della sua opera, pur se eccentrica, è tipica dell’epoca: risulterà del tutto atipica per i canoni che si imporranno in seguito. La critica al Cristianesimo tematica e approfondisce argomenti già dibattuti dagli eresiarchi dei primi secoli e diffusi presso i protestanti, e non tocca soltanto Trinità ed Incarnazione, ma riguarda proprio l’idea di “Dio personale”, caratterizzato dall’attributo della volontà; tuttavia, mantiene una tensione “cattolica” all’universale, contaminata con motivi “magici” nella ricerca dell’abbraccio di un Dio che si espande nel tutto. La sua fecondità di pensiero rimane viva proprio nella sua perenne “inattualità”.

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– FILOSOFIA
Come intendeva la natura tanto amata di cui era necessario scorgere i segreti?
La natura di cui parla non è altro che Dio, nella sua grandiosità, creatività ed
espansione.
  
Definiamo meglio, a questo punto, in che modo si delinei la sua particolare concezione panteistica.

Visione panteistica di Giordano Bruno.

Dio, secondo Giordano Bruno Dio, è al tempo stesso:

Mens super omnia
(mente al di sopra di tutto)
Ovvero: essere trascendente e inconoscibile che può solo rimanere oggetto di fede.
  
Mens insita omnibus
(mente insita in tutte le cose)
Ossia: principio immanente, “anima del mondo”, “artefice interno” che plasma dall’interno tutto ciò che esiste.
  
Quindi il cosmo, la natura, è una sostanza unica, un tutt’uno costituito da forma (cioè l’insieme delle idee provenienti da Dio che daranno corpo al mondo) e materia (cioè la massa materiale del mondo plasmata dalle idee in essa contenute).
  
In questa seconda accezione Dio è identificato con la natura nella sua totalità ed infinità, di cui gli uomini e tutto ciò che esiste non sono altro che singole componenti collegate le una alle altre.
  
Solamente in questo senso l’uomo (che è parte del tutto), attraverso la sua ragione, può conoscere Dio. Prima di spiegare come si configura per l’uomo questa conoscenza, è meglio approfondire come Giordano Bruno definiva l’infinità della natura e dell’universo tutto.

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– L’UNIVERSO
 

L’ universo (secondo Giordano Bruno).

 

Al contrario di quello che pensavano gli aristotelici e molti pensatori del suo tempo, l’universo di Bruno è infinito. Tale intuizione gli balenò nella mente seguendo il ragionamento di Copernico: se la Terra ruota attorno al Sole, le stelle che si osservano in cielo non potrebbero essere tanti soli al centro di altri mondi?
  
La sua assoluta convinzione era alimentata inoltre da una spiegazione di natura
squisitamente teologica: Dio, essendo infinito e potente, non può che aver prodotto un mondo altrettanto infinito e pieno di vita.
  
Per Giordano Bruno, non avendo alcun supporto matematico-scientifico, l’universo assumeva le forme rivoluzionarie con cui la contemporaneità l’ha definito ed immaginato. Era infatti:

 – aperto.
Giordano Bruno cancella le “colonne d’Ercole”, oltre le quali non esisteva più
nulla, ed immagina un universo senza fine;

 – popolato da infiniti mondi e infinite creature.
Giordano Bruno arriva ad ipotizzare l’esistenza di mondi migliori del nostro,
abitati da razze molto più evolute di quella terrestre;

 – senza un centro e uguale in ogni sua parte.
Giordano Bruno fa cadere la distinzione tra mondo sublunare e sopralunare.
  
Egli toglie, dunque, l’uomo e la Terra dal centro, non conferendo loro un posto
speciale nel mondo, così come era esplicitamente propugnato dalla Chiesa (che aveva
recuperato la visione aristotelica). Tuttavia, a suo parere, ciò non degradava
l’essere umano ma, al contrario, innalzava e poneva sullo stesso piano tutto ciò
che esiste.

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– L’UOMO

  Cosa significa per l’uomo conoscere la natura e svelarne i segreti?
Per Giordano Bruno è il mito di Atteone nell’opera “Degli eroici furori”.

  Egli descrive questo procedimento, nell’opera Degli eroici furori, servendosi di un celebre mito, quello di Atteone, il cacciatore che aveva osato spiare Diana (la dea della caccia) e l’aveva scorta nella sua nudità.

  Per punizione la dea aveva trasformato Atteone in un cervo, rendendo dunque il predatore una preda.

  La forza simbolica di questo mito risiede nella comparazione di Atteone con il filosofo che, appassionato e percorso da un “eroico furore” (cioè dal desiderio irrefrenabile di conoscere), mentre cerca la natura e riesce a contemplarla, diventa esso stesso natura.

 

 

 

 

  Il filosofo è percorso da un amore che non è pago degli istinti carnali (i “bassi furori”), ma vuole innalzarsi alla ricerca dell’infinito (cioè la natura). L’uomo si scopre quindi come natura, ovvero come parte integrante del cosmo, del tutto vivente.

  Ma la conoscenza filosofica della natura, l’immedesimazione dell’uomo con l’infinito, la scoperta di questa unione, si traducono anche nell’impulso che spinge l’uomo ad emulare Dio, a creare.

  Esalta l’attività, la laboriosità, rifiutando l’atteggiamento medievale unicamente rivolto alla contemplazione. Ciò che ha distinto l’uomo da qualsiasi altro animale e l’ha reso simile a Dio, aggiunge il filosofo, è il lavoro e l’intelligenza attraverso cui ha piegato la realtà circostante ai suoi bisogni e si è affermato nel mondo.

  Tuttavia, egli conclude, non a tutti è data la possibilità di accedere alla filosofia e identificarsi con la natura. Ai più, ai “rozzi popoli”, al contrario, rimane solo la possibilità di essere guidati dai pastori delle varie Chiese.

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– L’INQUISIZIONE
Le posizioni eretiche che l’Inquisizione imputa inizialmente al filosofo sono, in tutto, quattordici, tra le quali:
• considerare la magia buona e lecita;
• ritenere che i demoni si salveranno;
• dichiarare la Sacra Scrittura null’altro che un sogno;
• affermare Mosè quale simulatore di miracoli e inventore della Legge;
• asserire che Cristo non fosse Dio, ma ingannatore e mago, ucciso a ragione;
• attribuire medesimo carattere e destino anche a Profeti e Apostoli;
• identificare lo Spirito Santo con l’Anima del Mondo, fornendo una versione non cristiana di un dogma fondamentale.

Inoltre, ha formulato nei confronti dei frati l’accusa di essere ignoranti e sodomiti.
Molte di queste accuse sono fondate su banali dicerie: il filosofo pretende un confronto basato sulle opere.
Le proposizioni si riducono ad otto.

In carcere per dieci anni, subisce il processo per sette.
Conformemente ai canoni dell’Inquisizione, sono richieste tre testimonianze per fornire valore probatorio alle accuse: l’imputato, da parte sua, può leggere, scrivere e ricevere visite da parte dei coinvolti nella difesa.

Il pontefice Clemente VIII Aldobrandini sembrerebbe favorevole a salvarlo e a risparmiargli torture; da parte sua, Giordano Bruno appare inizialmente disponibile alla “dissimulazione” e quindi a ritrattare e rivedere tutti i punti di maggiore frizione con i dogmi cattolici, ribadendo peraltro che fossero discussioni teoriche intrattenute con non credenti.

È interessato a far comprendere come esista una “doppia forma” della verità, per cui filosofia e religione mantengono dignità autonoma nei rispettivi campi.

Una tortura subita dal filosofo sembra piuttosto probabile, e ad ogni modo le sue sottigliezze sembrano non interessare il pur colto cardinale Bellarmino, lo stesso che anni dopo sarà impegnato nel processo contro Galileo Galilei.

Il cardinale
Bellarmino.

Inoltre, nuove accuse, formulate da Celestino da Verona, lasciano emergere duplicità insuperabili nei confronti della Chiesa, per le quali unica possibilità viene posto l’ottenimento del perdono attraverso l’abiura; la reciproca incompatibilità di posizioni si mantiene laddove la difesa della legittimità ecclesiastica, alla base degli ordinamenti del tempo, si scontra con l’esigenza del filosofo di salvaguardare il proprio pensiero, della cui portata era pienamente consapevole.

Rifiutata la richiesta di abiura, “stette nella sua maledetta ostinazione” e sfidò la sua giuria affermando:

«Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla.»

Il rogo viene consumato in un angolo di Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, di fronte ad una folla che lo vide “morire martire e volentieri”.
A suo dire, il fumo del rogo l’avrebbe condotto in paradiso.

Descrivono gli atti:
“Mentre veniva condotto al rogo e gli si mostrava, in punto di morte, l’immagine del Salvatore Crocifisso, torvo in volto, la respinse con disprezzo; e così, arrostito miseramente, morì, andando ad annunciare, a quegli altri mondi da lui immaginati, in che modo gli uomini blasfemi ed empi sogliono essere trattati dai Romani”.

Ma, a venire irrimediabilmente dissolto, è un progetto di riforma cattolica coerente con una nuova e più coerente immagine del mondo, lontana tanto dai fanatismi e dai particolarismi dei protestanti europei, quanto dal rigorismo imposto dopo il Concilio di Trento a Roma.

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– AFORISMI E FRASI CELEBRI

Aforismi ed altre frasi attribuite a Giordano Bruno.

  La libertà di pensiero è più forte della tracotanza del potere.

  Questa scienza, che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per raggirarsi contro l’uomo.

  D’ogni legge nemico e di ogni fede.
  (Durante un gioco di società, il giovane Giordano Bruno riceve dalla sorte questo verso dell’Ariosto: la leggenda dice che lo stesso filosofo ricordasse
l’evento compiacendosi per la veridicità della previsione).

  Ma fendo i cieli e a l’infinito m’ergo.

  In tristitia hilaris, in hilaritare tristis.
  Ilare nelle tristezza, triste nell’ilarità.
  Lieto nella tristezza, triste nella gioia.

  Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam.
  Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla.
(Frase che Giordano Bruno pronunciò, costretto in ginocchio, dopo aver ascoltato la sentenza di condanna l’8 febbraio del 1600, prima che gli fosse chiusa la lingua in una morsa per evitargli di parlare ulteriormente.)

  Quisquis igitur in loco et tempore consistens, rationes idearum a loco et tempore liberabit, rebus divinis conformabit.
  Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini.
(Frase che Giordano Bruno pronunciò, costretto in ginocchio, dopo aver ascoltato la sentenza di condanna l’8 febbraio del 1600).

  Ho lottato, è molto.
Ho creduto nella mia vittoria. È già qualcosa essere arrivati fin qui.
Non aver temuto di morire, aver preferito coraggiosa morte a vita imbelle.

  Il servilismo è corruzione contraria alla libertà e dignità umana.

  Più non sanno e sono imbevuti di false informazioni, più pensano di sapere.

  Bisogna superare l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza.

  La legge faccia che gli potenti per la loro preminenza e forza non sieno sicuri.

  Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi.
Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare.
Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco.

  Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia.

  Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto.

  Bella Chiesa è questa governata da ignorantazzi et asini.

  Sino Christo ha peccato nel Getsemani quando non volse fare la volontà del Padre.

  Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.

  Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo.

  L’ignoranza è la madre dei sensi beati.

  Chi aumenta sapienza, aumenta dolore.

  Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali… I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno. Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora.

  Tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un’unica sostanza universale; traggono dalla stessa radice metafisica, e la loro differenza è quantitativa, non qualitativa.

  Io penso a un universo infinito.
Stimo infatti cosa indegna della infinita potenza divina che, potendo creare oltrea questo mondo un altro e altri ancora, infiniti, ne avesse prodotto uno solo, ed anche finito. Così io ho parlato di infiniti mondi particolari simili alla Terra.

  L’altezza è profondità, l’abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l’atomo è immenso.

Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose.

  Verrà il secolo in cui l’uomo scoprirà forze potenti nella Natura.

  Chi consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini.

  È prova di una mente semplice e molto primitiva che uno desideri di pensare come le masse o la maggioranza, semplicemente perché la maggioranza è maggioranza.

La verità non cambia perché è, o non è, creduta dalla maggioranza delle persone.
  
  I saggi vivono per i pazzi, e i pazzi per i saggi. Se tutti fossero signori, non
ci sarebbero signori: così, se tutti saggi, non ci sarebbero saggi, e se tutti
pazzi non ci sarebbero pazzi.
Il mondo sta bene come sta.

  Cara Ricchezza, sei da scacciare via quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia (…) e non sei quella, che dai fine ai fastidi ed alle
miserie, ma che le muti e cangi in altra specie.

  E’ per virtù dell’amore che tutto è prodotto, e l’amore è in tutto: si manifesta come forza e vita nelle cose viventi, e ciò da cui le cose viventi traggono forza e vita ed è il vigore stesso delle cose viventi.

  Stolti del mondo voi che avete formata la religione, gli maggiori asini del mondo siete voi che per grazia del cielo avete riformata la corrotta fede.

  Se il punto non differisce dal corpo, il centro da la circonferenza, il finito da l’infinito, il massimo dal minimo, sicuramente possiamo affirmare che l’universo è tutto centro, o che il centro de l’universo è per tutto, e che la circonferenza non è in parte alcuna per quanto è differente dal centro, o pur che la circonferenza è per tutto, ma il centro non si trova in quanto che è differente da quella.

  I filosofi sono in qualche modo pittori e poeti, i poeti sono pittori e filosofi, i pittori sono filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori e i veri filosofi si prediligono l’un con l’altro e si ammirano vicendevolmente.

  La sapienza ha dunque tre dimore: la prima inedificata, eterna, perché è essa stessa la sede dell’eternità; la seconda, sua primogenita, è questo mondo visibile; la terza, sua secondogenita, è l’anima dell’uomo.

  Io credo che nelle mie opere si troveranno scritte molte cose, quali saranno contrarie alla fede cattolica […] ma però io non ho detto né scritto queste cose ex professo, né per impugnar direttamente la fede catolica, ma fondandomi solamente nelle raggioni filosofiche o recitando le opinion de eretici.

  La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che […] gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi […] e ai popoli.

  L’eroico ingegno si contenta più tosto di cascar o mancar degnamente e nell’alte imprese, dove mostre la dignità del suo ingegno, che riuscir a perfezione in cose men nobili e basse.

  Le regole servono a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare […] conchiudi bene che la poesia non nasca de le regole […] ma le regole derivano da la poesia.

  Ogni amore procede dal vedere: l’amore intelligibile dal vedere intelligibilmente; il sensibile dal vedere sensibilmente.

  Cieco chi non vede il sole, stolto chi nol conosce, ingrato chi nol ringrazia; se tanto è il lume, tanto il bene, tanto il beneficio; per cui risplende, per cui eccelle,per cui giova; maestro dei sensi, padre di sustanze autor di vita.

  Nessuna cosa è, in assoluto, “male” perché la vipera non è mortale e tossicosa alla vipera; il leone al leone, l’orso a l’orso, il drago al drago; ma ogni cosa è “male” rispetto a qualcosa d’altro.

  Ti dirò. Gli egizi non adoravano Giove, come lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità come fosse in Giove.

  L’uomo, senza l’argento ed oro, è come uccello senza piume, ché chi lo vuol prendere, sel prende, chi sel vuol mangiar, sel mangia.

  Colui che da una diversa visione della cosa più è commosso, non teme le angustie della morte.

  In viva morte morta vita vivo!

  Meglio è una degna ed eroica morte, che un indegno e vile trionfo.

  Questo Papa è un galant’huomo perché favorisce i filosofi e posso ancora io sperare d’essere favorito.
(Ultime parole famose, poiché Papa Clemente VIII disattenderà le speranze di Giordano Bruno, condannato al rogo sotto il suo pontificato).

  Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali […].
I Cattolici insegnano che non passano da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o nell’Inferno.
Ma io ho ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova senza corpo e tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un corpo all’altro. Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione di Pitagora.

Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi.

Non è la materia che genera il pensiero, ma il pensiero che genera la materia.

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