La Comedìa di Dante Alighieri (testo completo secondo l’antica vulgata)
Ritratti di Dante
Filologia
Illustratori
|
Indice • La Comedìa • Ritratti di Dante • Filologia • Illustratori |
Dante Alighieri
|
||
|
Ritratto su un codice del XIV° secolo. Firenze, Biblioteca Nazionale. |
| ⇱ | Inferno – Canto I |
|
![]() |
Le tre fiere, Virgilio appare a Dante Jan Van der Straet Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». Inf. I, 64-66 |
|
|
1. Nel mezzo del cammin di nostra vita 2. mi ritrovai per una selva oscura, 3. ché la diritta via era smarrita. 4. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 5. esta selva selvaggia e aspra e forte 6. che nel pensier rinova la paura! 7. Tant’ è amara che poco è più morte; 8. ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, 9. dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 10. Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, 11. tant’ era pien di sonno a quel punto 12. che la verace via abbandonai. 13. Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, 14. là dove terminava quella valle 15. che m’avea di paura il cor compunto, 16. guardai in alto e vidi le sue spalle 17. vestite già de’ raggi del pianeta 18. che mena dritto altrui per ogne calle. 19. Allor fu la paura un poco queta, 20. che nel lago del cor m’era durata 21. la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 22. E come quei che con lena affannata, 23. uscito fuor del pelago a la riva, 24. si volge a l’acqua perigliosa e guata, 25. così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, 26. si volse a retro a rimirar lo passo 27. che non lasciò già mai persona viva. 28. Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, 29. ripresi via per la piaggia diserta, 30. sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 31. Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, 32. una lonza leggera e presta molto, 33. che di pel macolato era coverta; 34. e non mi si partia dinanzi al volto, 35. anzi ’mpediva tanto il mio cammino, 36. ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 37. Temp’ era dal principio del mattino, 38. e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle 39. ch’eran con lui quando l’amor divino 40. mosse di prima quelle cose belle; 41. sì ch’a bene sperar m’era cagione 42. di quella fiera a la gaetta pelle 43. l’ora del tempo e la dolce stagione; 44. ma non sì che paura non mi desse 45. la vista che m’apparve d’un leone. 46. Questi parea che contra me venisse 47. con la test’ alta e con rabbiosa fame, 48. sì che parea che l’aere ne tremesse. 49. Ed una lupa, che di tutte brame 50. sembiava carca ne la sua magrezza, 51. e molte genti fé già viver grame, 52. questa mi porse tanto di gravezza 53. con la paura ch’uscia di sua vista, 54. ch’io perdei la speranza de l’altezza. 55. E qual è quei che volontieri acquista, 53. e giugne ’l tempo che perder lo face, 57. che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 58. tal mi fece la bestia sanza pace, 59. che, venendomi ’ncontro, a poco a poco 60. mi ripigneva là dove ’l sol tace. 61. Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, 62. dinanzi a li occhi mi si fu offerto 63. chi per lungo silenzio parea fioco. 64. Quando vidi costui nel gran diserto, 65. «Miserere di me», gridai a lui, 66. «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». 67. Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, 68. e li parenti miei furon lombardi, 69. mantoani per patria ambedui. 70. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, 71. e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto 72. nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 73. Poeta fui, e cantai di quel giusto 74. figliuol d’Anchise che venne di Troia, 75. poi che ’l superbo Ilión fu combusto. 76. Ma tu perché ritorni a tanta noia? 77. perché non sali il dilettoso monte 78. ch’è principio e cagion di tutta gioia?». 79. «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte 80. che spandi di parlar sì largo fiume?», 81. rispuos’ io lui con vergognosa fronte. 82. «O de li altri poeti onore e lume, 83. vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore 84. che m’ha fatto cercar lo tuo volume. 85. Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, 86. tu se’ solo colui da cu’ io tolsi 87. lo bello stilo che m’ha fatto onore. 88. Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; 89. aiutami da lei, famoso saggio, 90. ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». 91. «A te convien tenere altro viaggio», 92. rispuose, poi che lagrimar mi vide, 93. «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 94. ché questa bestia, per la qual tu gride, 95. non lascia altrui passar per la sua via, 96. ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 97. e ha natura sì malvagia e ria, 98. che mai non empie la bramosa voglia, 99. e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 100. Molti son li animali a cui s’ammoglia, 101. e più saranno ancora, infin che ’l veltro 102. verrà, che la farà morir con doglia. 103. Questi non ciberà terra né peltro, 104. ma sapienza, amore e virtute, 105. e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 106. Di quella umile Italia fia salute 107. per cui morì la vergine Cammilla, 108. Eurialo e Turno e Niso di ferute. 109. Questi la caccerà per ogne villa, 110. fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, 111. là onde ’nvidia prima dipartilla. 112. Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno 113. che tu mi segui, e io sarò tua guida, 114. e trarrotti di qui per loco etterno; 115. ove udirai le disperate strida, 116. vedrai li antichi spiriti dolenti, 117. ch’a la seconda morte ciascun grida; 118. e vederai color che son contenti 119. nel foco, perché speran di venire 120. quando che sia a le beate genti. 121. A le quai poi se tu vorrai salire, 122. anima fia a ciò più di me degna: 123. con lei ti lascerò nel mio partire; 124. ché quello imperador che là sù regna, 125. perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge, 126. non vuol che ’n sua città per me si vegna. 127. In tutte parti impera e quivi regge; 128. quivi è la sua città e l’alto seggio: 129. oh felice colui cu’ ivi elegge!». 130. E io a lui: «Poeta, io ti richeggio 131. per quello Dio che tu non conoscesti, 132. acciò ch’io fugga questo male e peggio, 133. che tu mi meni là dov’ or dicesti, 134. sì ch’io veggia la porta di san Pietro 135. e color cui tu fai cotanto mesti». 136. Allor si mosse, e io li tenni dietro. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto II |
|
![]() |
Beatrice Jan Van der Straet I’ son Beatrice che ti faccio andare; vegno del loco ove tornar disio; amor mi mosse, che mi fa parlare. Inf. II, 70-72 |
|
|
1. Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno 2. toglieva li animai che sono in terra 3. da le fatiche loro; e io sol uno 4. m’apparecchiava a sostener la guerra 5. sì del cammino e sì de la pietate, 6. che ritrarrà la mente che non erra. 7. O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; 8. o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, 9. qui si parrà la tua nobilitate. 10. Io cominciai: «Poeta che mi guidi, 11. guarda la mia virtù s’ell’ è possente, 12. prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 13. Tu dici che di Silvio il parente, 14. corruttibile ancora, ad immortale 15. secolo andò, e fu sensibilmente. 16. Però, se l’avversario d’ogne male 17. cortese i fu, pensando l’alto effetto 18. ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 19. non pare indegno ad omo d’intelletto; 20. ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero 21. ne l’empireo ciel per padre eletto: 22. la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, 23. fu stabilita per lo loco santo 24. u’ siede il successor del maggior Piero. 25. Per quest’ andata onde li dai tu vanto, 26. intese cose che furon cagione 27. di sua vittoria e del papale ammanto. 28. Andovvi poi lo Vas d’elezione, 29. per recarne conforto a quella fede 30. ch’è principio a la via di salvazione. 31. Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? 32. Io non Enea, io non Paulo sono; 33. me degno a ciò né io né altri ’l crede. 34. Per che, se del venire io m’abbandono, 35. temo che la venuta non sia folle. 36. Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». 37. E qual è quei che disvuol ciò che volle 38. e per novi pensier cangia proposta, 39. sì che dal cominciar tutto si tolle, 40. tal mi fec’ io ’n quella oscura costa, 41. perché, pensando, consumai la ’mpresa 42. che fu nel cominciar cotanto tosta. 43. «S’i’ ho ben la parola tua intesa», 44. rispuose del magnanimo quell’ ombra, 45. «l’anima tua è da viltade offesa; 46. la qual molte fiate l’omo ingombra 47. sì che d’onrata impresa lo rivolve, 48. come falso veder bestia quand’ ombra. 49. Da questa tema acciò che tu ti solve, 50. dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi 51. nel primo punto che di te mi dolve. 52. Io era tra color che son sospesi, 53. e donna mi chiamò beata e bella, 54. tal che di comandare io la richiesi. 55. Lucevan li occhi suoi più che la stella; 53. e cominciommi a dir soave e piana, 57. con angelica voce, in sua favella: 58. “O anima cortese mantoana, 59. di cui la fama ancor nel mondo dura, 60. e durerà quanto ’l mondo lontana, 61. l’amico mio, e non de la ventura, 62. ne la diserta piaggia è impedito 63. sì nel cammin, che vòlt’ è per paura; 64. e temo che non sia già sì smarrito, 65. ch’io mi sia tardi al soccorso levata, 66. per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 67. Or movi, e con la tua parola ornata 68. e con ciò c’ha mestieri al suo campare, 69. l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 70. I’ son Beatrice che ti faccio andare; 71. vegno del loco ove tornar disio; 72. amor mi mosse, che mi fa parlare. 73. Quando sarò dinanzi al segnor mio, 74. di te mi loderò sovente a lui”. 75. Tacette allora, e poi comincia’ io: 76. “O donna di virtù sola per cui 77. l’umana spezie eccede ogne contento 78. di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, 79. tanto m’aggrada il tuo comandamento, 80. che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; 81. più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 82. Ma dimmi la cagion che non ti guardi 83. de lo scender qua giuso in questo centro 84. de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 85. “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, 86. dirotti brievemente”, mi rispuose, 87. “perch’ i’ non temo di venir qua entro. 88. Temer si dee di sole quelle cose 89. c’hanno potenza di fare altrui male; 90. de l’altre no, ché non son paurose. 91. I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, 92. che la vostra miseria non mi tange, 93. né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 94. Donna è gentil nel ciel che si compiange 95. di questo ’mpedimento ov’ io ti mando, 96. sì che duro giudicio là sù frange. 97. Questa chiese Lucia in suo dimando 98. e disse: “Or ha bisogno il tuo fedele 99. di te, e io a te lo raccomando”. 100. Lucia, nimica di ciascun crudele, 101. si mosse, e venne al loco dov’ i’ era, 102. che mi sedea con l’antica Rachele. 103. Disse: “Beatrice, loda di Dio vera, 104. ché non soccorri quei che t’amò tanto, 105. ch’uscì per te de la volgare schiera? 106. Non odi tu la pieta del suo pianto, 107. non vedi tu la morte che ’l combatte 108. su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?” 109. Al mondo non fur mai persone ratte 110. a far lor pro o a fuggir lor danno, 111. com’ io, dopo cotai parole fatte, 112. venni qua giù del mio beato scanno, 113. fidandomi del tuo parlare onesto, 114. ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”. 115. Poscia che m’ebbe ragionato questo, 116. li occhi lucenti lagrimando volse, 117. per che mi fece del venir più presto. 118. E venni a te così com’ ella volse: 119. d’inanzi a quella fiera ti levai 120. che del bel monte il corto andar ti tolse. 121. Dunque: che è? perché, perché restai, 122. perché tanta viltà nel core allette, 123. perché ardire e franchezza non hai, 124. poscia che tai tre donne benedette 125. curan di te ne la corte del cielo, 126. e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». 127. Quali fioretti dal notturno gelo 128. chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, 129. si drizzan tutti aperti in loro stelo, 130. tal mi fec’ io di mia virtude stanca, 131. e tanto buono ardire al cor mi corse, 132. ch’i’ cominciai come persona franca: 133. «Oh pietosa colei che mi soccorse! 134. e te cortese ch’ubidisti tosto 135. a le vere parole che ti porse! 136. Tu m’hai con disiderio il cor disposto 137. sì al venir con le parole tue, 138. ch’i’ son tornato nel primo proposto. 139. Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: 140. tu duca, tu segnore e tu maestro». 141. Così li dissi; e poi che mosso fue, 142. intrai per lo cammino alto e silvestro. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto III |
|
![]() La porta dell’inferno Jan Van der Straet Per me si va nella città dolente, per me si va nelle’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Inf. III, 1-3 |
![]() Caronte Jan Van der Straet E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare». Inf. III, 94-96 |
|
![]() Il giudizio universale (Particolare) Michelangelo Buonarroti Cappella Sistina (Roma) |
Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s’adagia. Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, Inf. III, 109-114 |
|
|
1. “PER ME SI VA NELLA CITTÀ DOLENTE 2. PER ME SI VA NELL’ ETTERNO DOLORE 3. PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE. 4. GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE; 5. FECEMI LA DIVINA POTESTATE, 6. LA SOMMA SAPIENZA E ’L PRIMO AMORE. 7. DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE 8. SE NON ETTERNE, ED IO ETTERNA DURO. 9. LASCIATE OGNI SPERANZA VOI C’ INTRATE” . 10. Queste parole di colore oscuro 11. vid’ io scritte al sommo d’una porta; 12. per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». 13. Ed elli a me, come persona accorta: 14. «Qui si convien lasciare ogne sospetto; 15. ogne viltà convien che qui sia morta. 16. Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto 17. che tu vedrai le genti dolorose 18. c’hanno perduto il ben de l’intelletto». 19. E poi che la sua mano a la mia puose 20. con lieto volto, ond’ io mi confortai, 21. mi mise dentro a le segrete cose. 22. Quivi sospiri, pianti e alti guai 23. risonavan per l’aere sanza stelle, 24. per ch’io al cominciar ne lagrimai. 25. Diverse lingue, orribili favelle, 26. parole di dolore, accenti d’ira, 27. voci alte e fioche, e suon di man con elle 28. facevano un tumulto, il qual s’aggira 29. sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, 30. come la rena quando turbo spira. 31. E io ch’avea d’error la testa cinta, 32. dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? 33. e che gent’ è che par nel duol sì vinta?». 34. Ed elli a me: «Questo misero modo 35. tegnon l’anime triste di coloro 36. che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 37. Mischiate sono a quel cattivo coro 38. de li angeli che non furon ribelli 39. né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 40. Caccianli i ciel per non esser men belli, 41. né lo profondo inferno li riceve, 42. ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». 43. E io: «Maestro, che è tanto greve 44. a lor che lamentar li fa sì forte?». 45. Rispuose: «Dicerolti molto breve. 46. Questi non hanno speranza di morte, 47. e la lor cieca vita è tanto bassa, 48. che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte. 49. Fama di loro il mondo esser non lassa; 50. misericordia e giustizia li sdegna: 51. non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 52. E io, che riguardai, vidi una ’nsegna 53. che girando correva tanto ratta, 54. che d’ogne posa mi parea indegna; 55. e dietro le venìa sì lunga tratta 53. di gente, ch’i’ non averei creduto 57. che morte tanta n’avesse disfatta. 58. Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, 59. vidi e conobbi l’ombra di colui 60. che fece per viltade il gran rifiuto. 61. Incontanente intesi e certo fui 62. che questa era la setta d’i cattivi, 63. a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 64. Questi sciaurati, che mai non fur vivi, 65. erano ignudi e stimolati molto 66. da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 67. Elle rigavan lor di sangue il volto, 68. che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi 69. da fastidiosi vermi era ricolto. 70. E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, 71. vidi genti a la riva d’un gran fiume; 72. per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi 73. ch’i’ sappia quali sono, e qual costume 74. le fa di trapassar parer sì pronte, 75. com’ i’ discerno per lo fioco lume». 76. Ed elli a me: «Le cose ti fier conte 77. quando noi fermerem li nostri passi 78. su la trista riviera d’Acheronte». 79. Allor con li occhi vergognosi e bassi, 80. temendo no ’l mio dir li fosse grave, 81. infino al fiume del parlar mi trassi. 82. Ed ecco verso noi venir per nave 83. un vecchio, bianco per antico pelo, 84. gridando: «Guai a voi, anime prave! 85. Non isperate mai veder lo cielo: 86. i’ vegno per menarvi a l’altra riva 87. ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 88. E tu che se’ costì, anima viva, 89. pàrtiti da cotesti che son morti». 90. Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 91. disse: «Per altra via, per altri porti 92. verrai a piaggia, non qui, per passare: 93. più lieve legno convien che ti porti». 94. E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: 95. vuolsi così colà dove si puote 96. ciò che si vuole, e più non dimandare». 97. Quinci fuor quete le lanose gote 98. al nocchier de la livida palude, 99. che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 100. Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, 101. cangiar colore e dibattero i denti, 102. ratto che ’nteser le parole crude. 103. Bestemmiavano Dio e lor parenti, 104. l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme 105. di lor semenza e di lor nascimenti. 106. Poi si ritrasser tutte quante insieme, 107. forte piangendo, a la riva malvagia 108. ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 109. Caron dimonio, con occhi di bragia 110. loro accennando, tutte le raccoglie; 111. batte col remo qualunque s’adagia. 112. Come d’autunno si levan le foglie 113. l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo 114. vede a la terra tutte le sue spoglie, 115. similemente il mal seme d’Adamo 116. gittansi di quel lito ad una ad una, 117. per cenni come augel per suo richiamo. 118. Così sen vanno su per l’onda bruna, 119. e avanti che sien di là discese, 120. anche di qua nuova schiera s’auna. 121. «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, 122. «quelli che muoion ne l’ira di Dio 123. tutti convegnon qui d’ogne paese; 124. e pronti sono a trapassar lo rio, 125. ché la divina giustizia li sprona, 126. sì che la tema si volve in disio. 127. Quinci non passa mai anima buona; 128. e però, se Caron di te si lagna, 129. ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». 130. Finito questo, la buia campagna 131. tremò sì forte, che de lo spavento 132. la mente di sudore ancor mi bagna. 133. La terra lagrimosa diede vento, 134. che balenò una luce vermiglia 135. la qual mi vinse ciascun sentimento; 136. e caddi come l’uom cui sonno piglia. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto IV |
|
![]() |
Il limbo Jan Van der Straet Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. Inf. IV, 86-90 |
|
|
1. Ruppemi l’alto sonno ne la testa 2. un greve truono, sì ch’io mi riscossi 3. come persona ch’è per forza desta; 4. e l’occhio riposato intorno mossi, 5. dritto levato, e fiso riguardai 6. per conoscer lo loco dov’ io fossi. 7. Vero è che ’n su la proda mi trovai 8. de la valle d’abisso dolorosa 9. che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. 10. Oscura e profonda era e nebulosa 11. tanto che, per ficcar lo viso a fondo, 12. io non vi discernea alcuna cosa. 13. «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», 14. cominciò il poeta tutto smorto. 15. «Io sarò primo, e tu sarai secondo». 16. E io, che del color mi fui accorto, 17. dissi: «Come verrò, se tu paventi 18. che suoli al mio dubbiare esser conforto?». 19. Ed elli a me: «L’angoscia de le genti 20. che son qua giù, nel viso mi dipigne 21. quella pietà che tu per tema senti. 22. Andiam, ché la via lunga ne sospigne». 23. Così si mise e così mi fé intrare 24. nel primo cerchio che l’abisso cigne. 25. Quivi, secondo che per ascoltare, 26. non avea pianto mai che di sospiri 27. che l’aura etterna facevan tremare; 28. ciò avvenia di duol sanza martìri, 29. ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, 30. d’infanti e di femmine e di viri. 31. Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi 32. che spiriti son questi che tu vedi? 33. Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, 34. ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, 35. non basta, perché non ebber battesmo, 36. ch’è porta de la fede che tu credi; 37. e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, 38. non adorar debitamente a Dio: 39. e di questi cotai son io medesmo. 40. Per tai difetti, non per altro rio, 41. semo perduti, e sol di tanto offesi 42. che sanza speme vivemo in disio». 43. Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, 44. però che gente di molto valore 45. conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. 46. «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», 47. comincia’ io per voler esser certo 48. di quella fede che vince ogne errore: 49. «uscicci mai alcuno, o per suo merto 50. o per altrui, che poi fosse beato?». 51. E quei che ’ntese il mio parlar coverto, 52. rispuose: «Io era nuovo in questo stato, 53. quando ci vidi venire un possente, 54. con segno di vittoria coronato. 55. Trasseci l’ombra del primo parente, 53. d’Abèl suo figlio e quella di Noè, 57. di Moisè legista e ubidente; 58. Abraàm patriarca e Davìd re, 59. Israèl con lo padre e co’ suoi nati 60. e con Rachele, per cui tanto fé, 61. e altri molti, e feceli beati. 62. E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, 63. spiriti umani non eran salvati». 64. Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, 65. ma passavam la selva tuttavia, 66. la selva, dico, di spiriti spessi. 67. Non era lunga ancor la nostra via 68. di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco 69. ch’emisperio di tenebre vincia. 70. Di lungi n’eravamo ancora un poco, 71. ma non sì ch’io non discernessi in parte 72. ch’orrevol gente possedea quel loco. 73. «O tu ch’onori scienzia e arte, 74. questi chi son c’hanno cotanta onranza, 75. che dal modo de li altri li diparte?». 76. E quelli a me: «L’onrata nominanza 77. che di lor suona sù ne la tua vita, 78. grazia acquista in ciel che sì li avanza». 79. Intanto voce fu per me udita: 80. «Onorate l’altissimo poeta; 81. l’ombra sua torna, ch’era dipartita». 82. Poi che la voce fu restata e queta, 83. vidi quattro grand’ ombre a noi venire: 84. sembianz’ avevan né trista né lieta. 85. Lo buon maestro cominciò a dire: 86. «Mira colui con quella spada in mano, 87. che vien dinanzi ai tre sì come sire: 88. quelli è Omero poeta sovrano; 89. l’altro è Orazio satiro che vene; 90. Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 91. Però che ciascun meco si convene 92. nel nome che sonò la voce sola, 93. fannomi onore, e di ciò fanno bene». 94. Così vid’ i’ adunar la bella scola 95. di quel segnor de l’altissimo canto 96. che sovra li altri com’ aquila vola. 97. Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, 98. volsersi a me con salutevol cenno, 99. e ’l mio maestro sorrise di tanto; 100. e più d’onore ancora assai mi fenno, 101. ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, 102. sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. 103. Così andammo infino a la lumera, 104. parlando cose che ’l tacere è bello, 105. sì com’ era ’l parlar colà dov’ era. 106. Venimmo al piè d’un nobile castello, 107. sette volte cerchiato d’alte mura, 108. difeso intorno d’un bel fiumicello. 109. Questo passammo come terra dura; 110. per sette porte intrai con questi savi: 111. giugnemmo in prato di fresca verdura. 112. Genti v’eran con occhi tardi e gravi, 113. di grande autorità ne’ lor sembianti: 114. parlavan rado, con voci soavi. 115. Traemmoci così da l’un de’ canti, 116. in loco aperto, luminoso e alto, 117. sì che veder si potien tutti quanti. 118. Colà diritto, sovra ’l verde smalto, 119. mi fuor mostrati li spiriti magni, 120. che del vedere in me stesso m’essalto. 121. I’ vidi Eletra con molti compagni, 122. tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, 123. Cesare armato con li occhi grifagni. 124. Vidi Cammilla e la Pantasilea; 125. da l’altra parte vidi ’l re Latino 126. che con Lavina sua figlia sedea. 127. Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 128. Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia; 129. e solo, in parte, vidi ’l Saladino. 130. Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, 131. vidi ’l maestro di color che sanno 132. seder tra filosofica famiglia. 133. Tutti lo miran, tutti onor li fanno: 134. quivi vid’ io Socrate e Platone, 135. che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; 136. Democrito che ’l mondo a caso pone, 137. Diogenès, Anassagora e Tale, 138. Empedoclès, Eraclito e Zenone; 139. e vidi il buono accoglitor del quale, 140. Diascoride dico; e vidi Orfeo, 141. Tulio e Lino e Seneca morale; 142. Euclide geomètra e Tolomeo, 143. Ipocràte, Avicenna e Galieno, 144. Averoìs, che ’l gran comento feo. 145. Io non posso ritrar di tutti a pieno, 146. però che sì mi caccia il lungo tema, 147. che molte volte al fatto il dir vien meno. 148. La sesta compagnia in due si scema: 149. per altra via mi mena il savio duca, 150. fuor de la queta, ne l’aura che trema. 151. E vegno in parte ove non è che luca. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto V |
|
![]() |
Minosse Jan Van der Straet «O tu che vieni al doloroso ospizio», disse Minòs a me quando mi vide, lasciando l’atto di cotanto offizio Inf. V, 16-18 |
|
![]() |
Il giudizio universale (Particolare) Michelangelo Buonarroti Cappella Sistina (Roma) Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia. Inf. V, 4-6 |
|
|
1. Così discesi del cerchio primaio 2. giù nel secondo, che men loco cinghia 3. e tanto più dolor, che punge a guaio. 4. Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: 5. essamina le colpe ne l’intrata; 6. giudica e manda secondo ch’avvinghia. 7. Dico che quando l’anima mal nata 8. li vien dinanzi, tutta si confessa; 9. e quel conoscitor de le peccata 10. vede qual loco d’inferno è da essa; 11. cignesi con la coda tante volte 12. quantunque gradi vuol che giù sia messa. 13. Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 14. vanno a vicenda ciascuna al giudizio, 15. dicono e odono e poi son giù volte. 16. «O tu che vieni al doloroso ospizio», 17. disse Minòs a me quando mi vide, 18. lasciando l’atto di cotanto offizio, 19. «guarda com’ entri e di cui tu ti fide; 20. non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». 21. E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? 22. Non impedir lo suo fatale andare: 23. vuolsi così colà dove si puote 24. ciò che si vuole, e più non dimandare». 25. Or incomincian le dolenti note 26. a farmisi sentire; or son venuto 27. là dove molto pianto mi percuote. 28. Io venni in loco d’ogne luce muto, 29. che mugghia come fa mar per tempesta, 30. se da contrari venti è combattuto. 31. La bufera infernal, che mai non resta, 32. mena li spirti con la sua rapina; 33. voltando e percotendo li molesta. 34. Quando giungon davanti a la ruina, 35. quivi le strida, il compianto, il lamento; 36. bestemmian quivi la virtù divina. 37. Intesi ch’a così fatto tormento 38. enno dannati i peccator carnali, 39. che la ragion sommettono al talento. 40. E come li stornei ne portan l’ali 41. nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 42. così quel fiato li spiriti mali 43. di qua, di là, di giù, di sù li mena; 44. nulla speranza li conforta mai, 45. non che di posa, ma di minor pena. 46. E come i gru van cantando lor lai, 47. faccendo in aere di sé lunga riga, 48. così vid’ io venir, traendo guai, 49. ombre portate da la detta briga; 50. per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle 51. genti che l’aura nera sì gastiga?». 52. «La prima di color di cui novelle 53. tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, 54. «fu imperadrice di molte favelle. 55. A vizio di lussuria fu sì rotta, 53. che libito fé licito in sua legge, 57. per tòrre il biasmo in che era condotta. 58. Ell’ è Semiramìs, di cui si legge 59. che succedette a Nino e fu sua sposa: 60. tenne la terra che ’l Soldan corregge. 61. L’altra è colei che s’ancise amorosa, 62. e ruppe fede al cener di Sicheo; 63. poi è Cleopatràs lussuriosa. 64. Elena vedi, per cui tanto reo 65. tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, 66. che con amore al fine combatteo. 67. Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille 68. ombre mostrommi e nominommi a dito, 69. ch’amor di nostra vita dipartille. 70. Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito 71. nomar le donne antiche e ’ cavalieri, 72. pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 73. I’ cominciai: «Poeta, volontieri 74. parlerei a quei due che ’nsieme vanno, 75. e paion sì al vento esser leggeri». 76. Ed elli a me: «Vedrai quando saranno 77. più presso a noi; e tu allor li priega 78. per quello amor che i mena, ed ei verranno». 79. Sì tosto come il vento a noi li piega, 80. mossi la voce: «O anime affannate, 81. venite a noi parlar, s’altri nol niega!». 82. Quali colombe dal disio chiamate 83. con l’ali alzate e ferme al dolce nido 84. vegnon per l’aere, dal voler portate; 85. cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, 86. a noi venendo per l’aere maligno, 87. sì forte fu l’affettuoso grido. 88. «O animal grazioso e benigno 89. che visitando vai per l’aere perso 90. noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 91. se fosse amico il re de l’universo, 92. noi pregheremmo lui de la tua pace, 93. poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 94. Di quel che udire e che parlar vi piace, 95. noi udiremo e parleremo a voi, 96. mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 97. Siede la terra dove nata fui 98. su la marina dove ’l Po discende 99. per aver pace co’ seguaci sui. 100. Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, 101. prese costui de la bella persona 102. che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 103. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 104. mi prese del costui piacer sì forte, 105. che, come vedi, ancor non m’abbandona. 106. Amor condusse noi ad una morte. 107. Caina attende chi a vita ci spense». 108. Queste parole da lor ci fuor porte. 109. Quand’ io intesi quell’ anime offense, 110. china’ il viso, e tanto il tenni basso, 111. fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». 112. Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, 113. quanti dolci pensier, quanto disio 114. menò costoro al doloroso passo!». 115. Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, 116. e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri 117. a lagrimar mi fanno tristo e pio. 118. Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, 119. a che e come concedette amore 120. che conosceste i dubbiosi disiri?». 121. E quella a me: «Nessun maggior dolore 122. che ricordarsi del tempo felice 123. ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. 124. Ma s’a conoscer la prima radice 125. del nostro amor tu hai cotanto affetto, 126. dirò come colui che piange e dice. 127. Noi leggiavamo un giorno per diletto 128. di Lancialotto come amor lo strinse; 129. soli eravamo e sanza alcun sospetto. 130. Per più fiate li occhi ci sospinse 131. quella lettura, e scolorocci il viso; 132. ma solo un punto fu quel che ci vinse. 133. Quando leggemmo il disiato riso 134. esser basciato da cotanto amante, 135. questi, che mai da me non fia diviso, 136. la bocca mi basciò tutto tremante. 137. Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 138. quel giorno più non vi leggemmo avante». 139. Mentre che l’uno spirto questo disse, 140. l’altro piangea; sì che di pietade 141. io venni men così com’ io morisse. 142. E caddi come corpo morto cade. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto VI |
|
![]() |
Cerbero Jan Van der Straet Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Inf. VI, 13-15 |
|
|
1. Al tornar de la mente, che si chiuse 2. dinanzi a la pietà d’i due cognati, 3. che di trestizia tutto mi confuse, 4. novi tormenti e novi tormentati 5. mi veggio intorno, come ch’io mi mova 6. e ch’io mi volga, e come che io guati. 7. Io sono al terzo cerchio, de la piova 8. etterna, maladetta, fredda e greve; 9. regola e qualità mai non l’è nova. 10. Grandine grossa, acqua tinta e neve 11. per l’aere tenebroso si riversa; 12. pute la terra che questo riceve. 13. Cerbero, fiera crudele e diversa, 14. con tre gole caninamente latra 15. sovra la gente che quivi è sommersa. 16. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, 17. e ’l ventre largo, e unghiate le mani; 18. graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. 19. Urlar li fa la pioggia come cani; 20. de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; 21. volgonsi spesso i miseri profani. 22. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, 23. le bocche aperse e mostrocci le sanne; 24. non avea membro che tenesse fermo. 25. E ’l duca mio distese le sue spanne, 26. prese la terra, e con piene le pugna 27. la gittò dentro a le bramose canne. 28. Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, 29. e si racqueta poi che ’l pasto morde, 30. ché solo a divorarlo intende e pugna, 31. cotai si fecer quelle facce lorde 32. de lo demonio Cerbero, che ’ntrona 33. l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. 34. Noi passavam su per l’ombre che adona 35. la greve pioggia, e ponavam le piante 36. sovra lor vanità che par persona. 37. Elle giacean per terra tutte quante, 38. fuor d’una ch’a seder si levò, ratto 39. ch’ella ci vide passarsi davante. 40. «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», 41. mi disse, «riconoscimi, se sai: 42. tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». 43. E io a lui: «L’angoscia che tu hai 44. forse ti tira fuor de la mia mente, 45. sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. 46. Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente 47. loco se’ messo, e hai sì fatta pena, 48. che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». 49. Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena 50. d’invidia sì che già trabocca il sacco, 51. seco mi tenne in la vita serena. 52. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: 53. per la dannosa colpa de la gola, 54. come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. 55. E io anima trista non son sola, 53. ché tutte queste a simil pena stanno 57. per simil colpa». E più non fé parola. 58. Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno 59. mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; 60. ma dimmi, se tu sai, a che verranno 61. li cittadin de la città partita; 62. s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione 63. per che l’ha tanta discordia assalita». 64. E quelli a me: «Dopo lunga tencione 65. verranno al sangue, e la parte selvaggia 66. caccerà l’altra con molta offensione. 67. Poi appresso convien che questa caggia 68. infra tre soli, e che l’altra sormonti 69. con la forza di tal che testé piaggia. 70. Alte terrà lungo tempo le fronti, 71. tenendo l’altra sotto gravi pesi, 72. come che di ciò pianga o che n’aonti. 73. Giusti son due, e non vi sono intesi; 74. superbia, invidia e avarizia sono 75. le tre faville c’hanno i cuori accesi». 76. Qui puose fine al lagrimabil suono. 77. E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni 78. e che di più parlar mi facci dono. 79. Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, 80. Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca 81. e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, 82. dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; 83. ché gran disio mi stringe di savere 84. se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». 85. E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; 86. diverse colpe giù li grava al fondo: 87. se tanto scendi, là i potrai vedere. 88. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 89. priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: 90. più non ti dico e più non ti rispondo». 91. Li diritti occhi torse allora in biechi; 92. guardommi un poco e poi chinò la testa: 93. cadde con essa a par de li altri ciechi. 94. E ’l duca disse a me: «Più non si desta 95. di qua dal suon de l’angelica tromba, 96. quando verrà la nimica podesta: 97. ciascun rivederà la trista tomba, 98. ripiglierà sua carne e sua figura, 99. udirà quel ch’in etterno rimbomba». 100. Sì trapassammo per sozza mistura 101. de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, 102. toccando un poco la vita futura; 103. per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti 104. crescerann’ ei dopo la gran sentenza, 105. o fier minori, o saran sì cocenti?». 106. Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza, 107. che vuol, quanto la cosa è più perfetta, 108. più senta il bene, e così la doglienza. 109. Tutto che questa gente maladetta 110. in vera perfezion già mai non vada, 111. di là più che di qua essere aspetta». 112. Noi aggirammo a tondo quella strada, 113. parlando più assai ch’i’ non ridico; 114. venimmo al punto dove si digrada: 115. quivi trovammo Pluto, il gran nemico. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto VII |
|
![]() |
Il demone Pluto – Gli avari e i prodighi Jan Van der Straet Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». Inf. VII, 28-30 |
|
|
1. «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», 2. cominciò Pluto con la voce chioccia; 3. e quel savio gentil, che tutto seppe, 4. disse per confortarmi: «Non ti noccia 5. la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, 6. non ci torrà lo scender questa roccia». 7. Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, 8. e disse: «Taci, maladetto lupo! 9. consuma dentro te con la tua rabbia. 10. Non è sanza cagion l’andare al cupo: 11. vuolsi ne l’alto, là dove Michele 12. fé la vendetta del superbo strupo». 13. Quali dal vento le gonfiate vele 14. caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, 15. tal cadde a terra la fiera crudele. 16. Così scendemmo ne la quarta lacca, 17. pigliando più de la dolente ripa 18. che ’l mal de l’universo tutto insacca. 19. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa 20. nove travaglie e pene quant’ io viddi? 21. e perché nostra colpa sì ne scipa? 22. Come fa l’onda là sovra Cariddi, 23. che si frange con quella in cui s’intoppa, 24. così convien che qui la gente riddi. 25. Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, 26. e d’una parte e d’altra, con grand’ urli, 27. voltando pesi per forza di poppa. 28. Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì 29. si rivolgea ciascun, voltando a retro, 30. gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 31. Così tornavan per lo cerchio tetro 32. da ogne mano a l’opposito punto, 33. gridandosi anche loro ontoso metro; 34. poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, 35. per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. 36. E io, ch’avea lo cor quasi compunto, 37. dissi: «Maestro mio, or mi dimostra 38. che gente è questa, e se tutti fuor cherci 39. questi chercuti a la sinistra nostra». 40. Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci 41. sì de la mente in la vita primaia, 42. che con misura nullo spendio ferci. 43. Assai la voce lor chiaro l’abbaia, 44. quando vegnono a’ due punti del cerchio 45. dove colpa contraria li dispaia. 46. Questi fuor cherci, che non han coperchio 47. piloso al capo, e papi e cardinali, 48. in cui usa avarizia il suo soperchio». 49. E io: «Maestro, tra questi cotali 50. dovre’ io ben riconoscere alcuni 51. che furo immondi di cotesti mali». 52. Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: 53. la sconoscente vita che i fé sozzi, 54. ad ogne conoscenza or li fa bruni. 55. In etterno verranno a li due cozzi: 53. questi resurgeranno del sepulcro 57. col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. 58. Mal dare e mal tener lo mondo pulcro 59. ha tolto loro, e posti a questa zuffa: 60. qual ella sia, parole non ci appulcro. 61. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 62. d’i ben che son commessi a la fortuna, 63. per che l’umana gente si rabbuffa; 64. ché tutto l’oro ch’è sotto la luna 65. e che già fu, di quest’ anime stanche 66. non poterebbe farne posare una». 67. «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: 68. questa fortuna di che tu mi tocche, 69. che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». 70. E quelli a me: «Oh creature sciocche, 71. quanta ignoranza è quella che v’offende! 72. Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. 73. Colui lo cui saver tutto trascende, 74. fece li cieli e diè lor chi conduce 75. sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, 76. distribuendo igualmente la luce. 77. Similemente a li splendor mondani 78. ordinò general ministra e duce 79. che permutasse a tempo li ben vani 80. di gente in gente e d’uno in altro sangue, 81. oltre la difension d’i senni umani; 82. per ch’una gente impera e l’altra langue, 83. seguendo lo giudicio di costei, 84. che è occulto come in erba l’angue. 85. Vostro saver non ha contasto a lei: 86. questa provede, giudica, e persegue 87. suo regno come il loro li altri dèi. 88. Le sue permutazion non hanno triegue: 89. necessità la fa esser veloce; 90. sì spesso vien chi vicenda consegue. 91. Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce 92. pur da color che le dovrien dar lode, 93. dandole biasmo a torto e mala voce; 94. ma ella s’è beata e ciò non ode: 95. con l’altre prime creature lieta 96. volve sua spera e beata si gode. 97. Or discendiamo omai a maggior pieta; 98. già ogne stella cade che saliva 99. quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 100. Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva 101. sovr’ una fonte che bolle e riversa 102. per un fossato che da lei deriva. 103. L’acqua era buia assai più che persa; 104. e noi, in compagnia de l’onde bige, 105. intrammo giù per una via diversa. 106. In la palude va c’ha nome Stige 107. questo tristo ruscel, quand’ è disceso 108. al piè de le maligne piagge grige. 109. E io, che di mirare stava inteso, 110. vidi genti fangose in quel pantano, 111. ignude tutte, con sembiante offeso. 112. Queste si percotean non pur con mano, 113. ma con la testa e col petto e coi piedi, 114. troncandosi co’ denti a brano a brano. 115. Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi 116. l’anime di color cui vinse l’ira; 117. e anche vo’ che tu per certo credi 118. che sotto l’acqua è gente che sospira, 119. e fanno pullular quest’ acqua al summo, 120. come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. 121. Fitti nel limo dicon: «Tristi fummo 122. ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, 123. portando dentro accidioso fummo: 124. or ci attristiam ne la belletta negra». 125. Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza, 126. ché dir nol posson con parola integra». 127. Così girammo de la lorda pozza 128. grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo, 129. con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. 130. Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto VIII |
|
![]() |
Flegìas, La città di Dite, gli iracondi Jan Van der Straet «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto», disse lo mio segnore, «a questa volta: più non ci avrai che sol passando il loto». Inf. VIII, 19-21 |
|
|
1. Io dico, seguitando, ch’assai prima 2. che noi fossimo al piè de l’alta torre, 3. li occhi nostri n’andar suso a la cima 4. per due fiammette che i vedemmo porre, 5. e un’altra da lungi render cenno, 6. tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. 7. E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; 8. dissi: «Questo che dice? e che risponde 9. quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?». 10. Ed elli a me: «Su per le sucide onde 11. già scorgere puoi quello che s’aspetta, 12. se ’l fummo del pantan nol ti nasconde». 13. Corda non pinse mai da sé saetta 14. che sì corresse via per l’aere snella, 15. com’ io vidi una nave piccioletta 16. venir per l’acqua verso noi in quella, 17. sotto ’l governo d’un sol galeoto, 18. che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!». 19. «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto», 20. disse lo mio segnore, «a questa volta: 21. più non ci avrai che sol passando il loto». 22. Qual è colui che grande inganno ascolta 23. che li sia fatto, e poi se ne rammarca, 24. fecesi Flegiàs ne l’ira accolta. 25. Lo duca mio discese ne la barca, 26. e poi mi fece intrare appresso lui; 27. e sol quand’ io fui dentro parve carca. 28. Tosto che ’l duca e io nel legno fui, 29. segando se ne va l’antica prora 30. de l’acqua più che non suol con altrui. 31. Mentre noi corravam la morta gora, 32. dinanzi mi si fece un pien di fango, 33. e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». 34. E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; 35. ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». 36. Rispuose: «Vedi che son un che piango». 37. E io a lui: «Con piangere e con lutto, 38. spirito maladetto, ti rimani; 39. ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». 40. Allor distese al legno ambo le mani; 41. per che ’l maestro accorto lo sospinse, 42. dicendo: «Via costà con li altri cani!». 43. Lo collo poi con le braccia mi cinse; 44. basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa, 45. benedetta colei che ’n te s’incinse! 46. Quei fu al mondo persona orgogliosa; 47. bontà non è che sua memoria fregi: 48. così s’è l’ombra sua qui furiosa. 49. Quanti si tegnon or là sù gran regi 50. che qui staranno come porci in brago, 51. di sé lasciando orribili dispregi!». 52. E io: «Maestro, molto sarei vago 53. di vederlo attuffare in questa broda 54. prima che noi uscissimo del lago». 55. Ed elli a me: «Avante che la proda 53. ti si lasci veder, tu sarai sazio: 57. di tal disio convien che tu goda». 58. Dopo ciò poco vid’ io quello strazio 59. far di costui a le fangose genti, 60. che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 61. Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; 62. e ’l fiorentino spirito bizzarro 63. in sé medesmo si volvea co’ denti. 64. Quivi il lasciammo, che più non ne narro; 65. ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, 66. per ch’io avante l’occhio intento sbarro. 67. Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, 68. s’appressa la città c’ha nome Dite, 69. coi gravi cittadin, col grande stuolo». 70. E io: «Maestro, già le sue meschite 71. là entro certe ne la valle cerno, 72. vermiglie come se di foco uscite 73. fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno 74. ch’entro l’affoca le dimostra rosse, 75. come tu vedi in questo basso inferno». 76. Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse 77. che vallan quella terra sconsolata: 78. le mura mi parean che ferro fosse. 79. Non sanza prima far grande aggirata, 80. venimmo in parte dove il nocchier forte 81. «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata». 82. Io vidi più di mille in su le porte 83. da ciel piovuti, che stizzosamente 84. dicean: «Chi è costui che sanza morte 85. va per lo regno de la morta gente?». 86. E ’l savio mio maestro fece segno 87. di voler lor parlar segretamente. 88. Allor chiusero un poco il gran disdegno 89. e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada 90. che sì ardito intrò per questo regno. 91. Sol si ritorni per la folle strada: 92. pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai, 93. che li ha’ iscorta sì buia contrada». 94. Pensa, lettor, se io mi sconfortai 95. nel suon de le parole maladette, 96. ché non credetti ritornarci mai. 97. «O caro duca mio, che più di sette 98. volte m’hai sicurtà renduta e tratto 99. d’alto periglio che ’ncontra mi stette, 100. non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; 101. e se ’l passar più oltre ci è negato, 102. ritroviam l’orme nostre insieme ratto». 103. E quel segnor che lì m’avea menato, 104. mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo 105. non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. 106. Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso 107. conforta e ciba di speranza buona, 108. ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso». 109. Così sen va, e quivi m’abbandona 110. lo dolce padre, e io rimagno in forse, 111. che sì e no nel capo mi tenciona. 112. Udir non potti quello ch’a lor porse; 113. ma ei non stette là con essi guari, 114. che ciascun dentro a pruova si ricorse. 115. Chiuser le porte que’ nostri avversari 116. nel petto al mio segnor, che fuor rimase 117. e rivolsesi a me con passi rari. 118. Li occhi a la terra e le ciglia avea rase 119. d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: 120. «Chi m’ha negate le dolenti case!». 121. E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, 122. non sbigottir, ch’io vincerò la prova, 123. qual ch’a la difension dentro s’aggiri. 124. Questa lor tracotanza non è nova; 125. ché già l’usaro a men segreta porta, 126. la qual sanza serrame ancor si trova. 127. Sovr’ essa vedestù la scritta morta: 128. e già di qua da lei discende l’erta, 129. passando per li cerchi sanza scorta, 130. tal che per lui ne fia la terra aperta». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto IX |
|
![]() |
Le mura di Dite – Gli eretici Jan Van der Straet Questa palude che ’l gran puzzo spira cigne dintorno la città dolente, u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». Inf. IX, 31-33 |
|
|
1. Quel color che viltà di fuor mi pinse 2. veggendo il duca mio tornare in volta, 3. più tosto dentro il suo novo ristrinse. 4. Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; 5. ché l’occhio nol potea menare a lunga 6. per l’aere nero e per la nebbia folta. 7. «Pur a noi converrà vincer la punga», 8. cominciò el, «se non … Tal ne s’offerse. 9. Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». 10. I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse 11. lo cominciar con l’altro che poi venne, 12. che fur parole a le prime diverse; 13. ma nondimen paura il suo dir dienne, 14. perch’ io traeva la parola tronca 17. forse a peggior sentenzia che non tenne. 16. «In questo fondo de la trista conca 17. discende mai alcun del primo grado, 18. che sol per pena ha la speranza cionca?». 19. Questa question fec’ io; e quei «Di rado 20. incontra», mi rispuose, «che di noi 21. faccia il cammino alcun per qual io vado. 22. Ver è ch’altra fiata qua giù fui, 23. congiurato da quella Eritón cruda 24. che richiamava l’ombre a’ corpi sui. 25. Di poco era di me la carne nuda, 26. ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro, 27. per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 28. Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, 29. e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: 30. ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. 31. Questa palude che ’l gran puzzo spira 32. cigne dintorno la città dolente, 33. u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». 34. E altro disse, ma non l’ho a mente; 35. però che l’occhio m’avea tutto tratto 36. ver’ l’alta torre a la cima rovente, 37. dove in un punto furon dritte ratto 38. tre furie infernal di sangue tinte, 39. che membra feminine avieno e atto, 40. e con idre verdissime eran cinte; 41. serpentelli e ceraste avien per crine, 42. onde le fiere tempie erano avvinte. 43. E quei, che ben conobbe le meschine 44. de la regina de l’etterno pianto, 45. «Guarda», mi disse, «le feroci Erine. 46. Quest’ è Megera dal sinistro canto; 47. quella che piange dal destro è Aletto; 48. Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. 49. Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; 50. battiensi a palme e gridavan sì alto, 51. ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. 52. «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», 53. dicevan tutte riguardando in giuso; 54. «mal non vengiammo in Teseo l’assalto». 55. «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; 53. ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, 57. nulla sarebbe di tornar mai suso». 58. Così disse ’l maestro; ed elli stessi 59. mi volse, e non si tenne a le mie mani, 60. che con le sue ancor non mi chiudessi. 61. O voi ch’avete li ’ntelletti sani, 62. mirate la dottrina che s’asconde 63. sotto ’l velame de li versi strani. 64. E già venìa su per le torbide onde 65. un fracasso d’un suon, pien di spavento, 66. per cui tremavano amendue le sponde, 67. non altrimenti fatto che d’un vento 68. impetuoso per li avversi ardori, 69. che fier la selva e sanz’ alcun rattento 70. li rami schianta, abbatte e porta fori; 71. dinanzi polveroso va superbo, 72. e fa fuggir le fiere e li pastori. 73. Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo 74. del viso su per quella schiuma antica 75. per indi ove quel fummo è più acerbo». 76. Come le rane innanzi a la nimica 77. biscia per l’acqua si dileguan tutte, 78. fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, 79. vid’ io più di mille anime distrutte 80. fuggir così dinanzi ad un ch’al passo 81. passava Stige con le piante asciutte. 82. Dal volto rimovea quell’ aere grasso, 83. menando la sinistra innanzi spesso; 84. e sol di quell’ angoscia parea lasso. 85. Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, 86. e volsimi al maestro; e quei fé segno 87. ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. 88. Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 89. Venne a la porta e con una verghetta 90. l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. 91. «O cacciati del ciel, gente dispetta», 92. cominciò elli in su l’orribil soglia, 93. «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta? 94. Perché recalcitrate a quella voglia 95. a cui non puote il fin mai esser mozzo, 96. e che più volte v’ha cresciuta doglia? 97. Che giova ne le fata dar di cozzo? 98. Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 99. ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». 100. Poi si rivolse per la strada lorda, 101. e non fé motto a noi, ma fé sembiante 102. d’omo cui altra cura stringa e morda 103. che quella di colui che li è davante; 104. e noi movemmo i piedi inver’ la terra, 105. sicuri appresso le parole sante. 106. Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; 107. e io, ch’avea di riguardar disio 108. la condizion che tal fortezza serra, 109. com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: 110. e veggio ad ogne man grande campagna, 111. piena di duolo e di tormento rio. 112. Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, 113. sì com’ a Pola, presso del Carnaro 114. ch’Italia chiude e suoi termini bagna, 115. fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, 116. così facevan quivi d’ogne parte, 117. salvo che ’l modo v’era più amaro; 118. ché tra li avelli fiamme erano sparte, 119. per le quali eran sì del tutto accesi, 120. che ferro più non chiede verun’ arte. 121. Tutti li lor coperchi eran sospesi, 122. e fuor n’uscivan sì duri lamenti, 123. che ben parean di miseri e d’offesi. 124. E io: «Maestro, quai son quelle genti 125. che, seppellite dentro da quell’ arche, 126. si fan sentir coi sospiri dolenti?». 127. E quelli a me: «Qui son li eresiarche 128. con lor seguaci, d’ogne setta, e molto 129. più che non credi son le tombe carche. 130. Simile qui con simile è sepolto, 131. e i monimenti son più e men caldi». 132. E poi ch’a la man destra si fu vòlto, 133. passammo tra i martìri e li alti spaldi. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto X |
|
![]() |
Gli epicurei – Farinata degli Uberti Gustave Dorè Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’ avesse l’inferno a gran dispitto. Inf. X, 34-36 |
|
|
1. Ora sen va per un secreto calle, 2. tra ’l muro de la terra e li martìri, 3. lo mio maestro, e io dopo le spalle. 4. «O virtù somma, che per li empi giri 5. mi volvi», cominciai, «com’ a te piace, 6. parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. 7. La gente che per li sepolcri giace 8. potrebbesi veder? già son levati 9. tutt’ i coperchi, e nessun guardia face». 10. E quelli a me: «Tutti saran serrati 11. quando di Iosafàt qui torneranno 12. coi corpi che là sù hanno lasciati. 13. Suo cimitero da questa parte hanno 14. con Epicuro tutti suoi seguaci, 15. che l’anima col corpo morta fanno. 16. Però a la dimanda che mi faci 17. quinc’ entro satisfatto sarà tosto, 18. e al disio ancor che tu mi taci». 19. E io: «Buon duca, non tegno riposto 20. a te mio cuor se non per dicer poco, 21. e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». 22. «O Tosco che per la città del foco 23. vivo ten vai così parlando onesto, 24. piacciati di restare in questo loco. 25. La tua loquela ti fa manifesto 26. di quella nobil patria natio, 27. a la qual forse fui troppo molesto». 28. Subitamente questo suono uscìo 29. d’una de l’arche; però m’accostai, 30. temendo, un poco più al duca mio. 31. Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? 32. Vedi là Farinata che s’è dritto: 33. da la cintola in sù tutto ’l vedrai». 34. Io avea già il mio viso nel suo fitto; 35. ed el s’ergea col petto e con la fronte 36. com’ avesse l’inferno a gran dispitto. 37. E l’animose man del duca e pronte 38. mi pinser tra le sepulture a lui, 39. dicendo: «Le parole tue sien conte». 40. Com’ io al piè de la sua tomba fui, 41. guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, 42. mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». 43. Io ch’era d’ubidir disideroso, 44. non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi; 45. ond’ ei levò le ciglia un poco in suso; 46. poi disse: «Fieramente furo avversi 47. a me e a miei primi e a mia parte, 48. sì che per due fiate li dispersi». 49. «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», 50. rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fiata; 51. ma i vostri non appreser ben quell’ arte». 52. Allor surse a la vista scoperchiata 53. un’ombra, lungo questa, infino al mento: 54. credo che s’era in ginocchie levata. 55. Dintorno mi guardò, come talento 53. avesse di veder s’altri era meco; 57. e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, 58. piangendo disse: «Se per questo cieco 59. carcere vai per altezza d’ingegno, 60. mio figlio ov’ è? e perché non è teco?». 61. E io a lui: «Da me stesso non vegno: 62. colui ch’attende là, per qui mi mena 63. forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». 64. Le sue parole e ’l modo de la pena 65. m’avean di costui già letto il nome; 66. però fu la risposta così piena. 67. Di sùbito drizzato gridò: «Come? 68. dicesti «elli ebbe»? non viv’ elli ancora? 69. non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». 70. Quando s’accorse d’alcuna dimora 71. ch’io facea dinanzi a la risposta, 72. supin ricadde e più non parve fora. 73. Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta 74. restato m’era, non mutò aspetto, 75. né mosse collo, né piegò sua costa; 76. e sé continuando al primo detto, 77. «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa, 78. ciò mi tormenta più che questo letto. 79. Ma non cinquanta volte fia raccesa 80. la faccia de la donna che qui regge, 81. che tu saprai quanto quell’ arte pesa. 82. E se tu mai nel dolce mondo regge, 83. dimmi: perché quel popolo è sì empio 84. incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?». 85. Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio 86. che fece l’Arbia colorata in rosso, 87. tal orazion fa far nel nostro tempio». 88. Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, 89. «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo 90. sanza cagion con li altri sarei mosso. 91. Ma fu’ io solo, là dove sofferto 92. fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, 93. colui che la difesi a viso aperto». 94. «Deh, se riposi mai vostra semenza», 95. prega’ io lui, «solvetemi quel nodo 96. che qui ha ’nviluppata mia sentenza. 97. El par che voi veggiate, se ben odo, 98. dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, 99. e nel presente tenete altro modo». 100. «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, 101. le cose», disse, «che ne son lontano; 102. cotanto ancor ne splende il sommo duce. 103. Quando s’appressano o son, tutto è vano 104. nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, 105. nulla sapem di vostro stato umano. 106. Però comprender puoi che tutta morta 107. fia nostra conoscenza da quel punto 108. che del futuro fia chiusa la porta». 109. Allor, come di mia colpa compunto, 110. dissi: «Or direte dunque a quel caduto 111. che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; 112. e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, 113. fate i saper che ’l fei perché pensava 114. già ne l’error che m’avete soluto». 115. E già ’l maestro mio mi richiamava; 116. per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio 117. che mi dicesse chi con lu’ istava. 118. Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: 119. qua dentro è ’l secondo Federico 120. e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». 121. Indi s’ascose; e io inver’ l’antico 122. poeta volsi i passi, ripensando 123. a quel parlar che mi parea nemico. 124. Elli si mosse; e poi, così andando, 125. mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». 126. E io li sodisfeci al suo dimando. 127. «La mente tua conservi quel ch’udito 128. hai contra te», mi comandò quel saggio; 129. «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: 130. «quando sarai dinanzi al dolce raggio 131. di quella il cui bell’ occhio tutto vede, 132. da lei saprai di tua vita il viaggio». 133. Appresso mosse a man sinistra il piede: 134. lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo 135. per un sentier ch’a una valle fiede, 136. che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XI |
|
![]() |
Il papa eretico Anastasio II Gustave Dorè d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta che dicea: «Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta». Inf. XI, 7-9 |
|
|
1. In su l’estremità d’un’alta ripa 2. che facevan gran pietre rotte in cerchio, 3. venimmo sopra più crudele stipa; 4. e quivi, per l’orribile soperchio 5. del puzzo che ’l profondo abisso gitta, 6. ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio 7. d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta 8. che dicea: «Anastasio papa guardo, 9. lo qual trasse Fotin de la via dritta». 10. «Lo nostro scender conviene esser tardo, 11. sì che s’ausi un poco in prima il senso 12. al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». 13. Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», 14. dissi lui, «trova che ’l tempo non passi 15. perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». 16. «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», 17. cominciò poi a dir, «son tre cerchietti 18. di grado in grado, come que’ che lassi. 19. Tutti son pien di spirti maladetti; 20. ma perché poi ti basti pur la vista, 21. intendi come e perché son costretti. 22. D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, 23. ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale 24. o con forza o con frode altrui contrista. 25. Ma perché frode è de l’uom proprio male, 26. più spiace a Dio; e però stan di sotto 27. li frodolenti, e più dolor li assale. 28. Di violenti il primo cerchio è tutto; 29. ma perché si fa forza a tre persone, 30. in tre gironi è distinto e costrutto. 31. A Dio, a sé, al prossimo si pòne 32. far forza, dico in loro e in lor cose, 33. come udirai con aperta ragione. 34. Morte per forza e ferute dogliose 35. nel prossimo si danno, e nel suo avere 36. ruine, incendi e tollette dannose; 37. onde omicide e ciascun che mal fiere, 38. guastatori e predon, tutti tormenta 39. lo giron primo per diverse schiere. 40. Puote omo avere in sé man violenta 41. e ne’ suoi beni; e però nel secondo 42. giron convien che sanza pro si penta 43. qualunque priva sé del vostro mondo, 44. biscazza e fonde la sua facultade, 45. e piange là dov’ esser de’ giocondo. 46. Puossi far forza ne la deitade, 47. col cor negando e bestemmiando quella, 48. e spregiando natura e sua bontade; 49. e però lo minor giron suggella 50. del segno suo e Soddoma e Caorsa 51. e chi, spregiando Dio col cor, favella. 52. La frode, ond’ ogne coscienza è morsa, 53. può l’omo usare in colui che ’n lui fida 54. e in quel che fidanza non imborsa. 55. Questo modo di retro par ch’incida 53. pur lo vinco d’amor che fa natura; 57. onde nel cerchio secondo s’annida 58. ipocresia, lusinghe e chi affattura, 59. falsità, ladroneccio e simonia, 60. ruffian, baratti e simile lordura. 61. Per l’altro modo quell’ amor s’oblia 62. che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, 63. di che la fede spezial si cria; 64. onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto 65. de l’universo in su che Dite siede, 66. qualunque trade in etterno è consunto». 67. E io: «Maestro, assai chiara procede 68. la tua ragione, e assai ben distingue 69. questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. 70. Ma dimmi: quei de la palude pingue, 71. che mena il vento, e che batte la pioggia, 72. e che s’incontran con sì aspre lingue, 73. perché non dentro da la città roggia 74. sono ei puniti, se Dio li ha in ira? 75. e se non li ha, perché sono a tal foggia?». 76. Ed elli a me «Perché tanto delira», 77. disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle? 78. o ver la mente dove altrove mira? 79. Non ti rimembra di quelle parole 80. con le quai la tua Etica pertratta 81. le tre disposizion che ’l ciel non vole, 82. incontenenza, malizia e la matta 83. bestialitade? e come incontenenza 84. men Dio offende e men biasimo accatta? 85. Se tu riguardi ben questa sentenza, 86. e rechiti a la mente chi son quelli 87. che sù di fuor sostegnon penitenza, 88. tu vedrai ben perché da questi felli 89. sien dipartiti, e perché men crucciata 90. la divina vendetta li martelli». 91. «O sol che sani ogne vista turbata, 92. tu mi contenti sì quando tu solvi, 93. che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. 94. Ancora in dietro un poco ti rivolvi», 95. diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende 96. la divina bontade, e ’l groppo solvi». 97. «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, 98. nota, non pure in una sola parte, 99. come natura lo suo corso prende 100. dal divino ’ntelletto e da sua arte; 101. e se tu ben la tua Fisica note, 102. tu troverai, non dopo molte carte, 103. che l’arte vostra quella, quanto pote, 104. segue, come ’l maestro fa ’l discente; 105. sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. 106. Da queste due, se tu ti rechi a mente 107. lo Genesì dal principio, convene 108. prender sua vita e avanzar la gente; 109. e perché l’usuriere altra via tene, 110. per sé natura e per la sua seguace 111. dispregia, poi ch’in altro pon la spene. 112. Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; 113. ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, 114. e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, 115. e ’l balzo via là oltra si dismonta». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XII |
|
![]() |
Il Minotauro – Gli omicidi, i tiranni ed i predatori Jan Van der Straet – (VII° cerchio, 1° girone) e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia. Inf. XII, 55-57 |
|
|
1. Era lo loco ov’ a scender la riva 2. venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, 3. tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. 4. Qual è quella ruina che nel fianco 5. di qua da Trento l’Adice percosse, 6. o per tremoto o per sostegno manco, 7. che da cima del monte, onde si mosse, 8. al piano è sì la roccia discoscesa, 9. ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: 10. cotal di quel burrato era la scesa; 11. e ’n su la punta de la rotta lacca 12. l’infamia di Creti era distesa 13. che fu concetta ne la falsa vacca; 14. e quando vide noi, sé stesso morse, 15. sì come quei cui l’ira dentro fiacca. 16. Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse 17. tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, 18. che sù nel mondo la morte ti porse? 19. Pàrtiti, bestia, ché questi non vene 20. ammaestrato da la tua sorella, 21. ma vassi per veder le vostre pene». 22. Qual è quel toro che si slaccia in quella 23. c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, 24. che gir non sa, ma qua e là saltella, 25. vid’ io lo Minotauro far cotale; 26. e quello accorto gridò: «Corri al varco; 27. mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». 28. Così prendemmo via giù per lo scarco 29. di quelle pietre, che spesso moviensi 30. sotto i miei piedi per lo novo carco. 31. Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi 32. forse a questa ruina, ch’è guardata 33. da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi. 34. Or vo’ che sappi che l’altra fiata 35. ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, 36. questa roccia non era ancor cascata. 37. Ma certo poco pria, se ben discerno, 38. che venisse colui che la gran preda 39. levò a Dite del cerchio superno, 40. da tutte parti l’alta valle feda 41. tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo 42. sentisse amor, per lo qual è chi creda 43. più volte il mondo in caòsso converso; 44. e in quel punto questa vecchia roccia, 45. qui e altrove, tal fece riverso. 46. Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia 47. la riviera del sangue in la qual bolle 48. qual che per violenza in altrui noccia». 49. Oh cieca cupidigia e ira folle, 50. che sì ci sproni ne la vita corta, 51. e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! 52. Io vidi un’ampia fossa in arco torta, 53. come quella che tutto ’l piano abbraccia, 54. secondo ch’avea detto la mia scorta; 55. e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia 53. corrien centauri, armati di saette, 57. come solien nel mondo andare a caccia. 58. Veggendoci calar, ciascun ristette, 59. e de la schiera tre si dipartiro 60. con archi e asticciuole prima elette; 61. e l’un gridò da lungi: «A qual martiro 62. venite voi che scendete la costa? 63. Ditel costinci; se non, l’arco tiro». 64. Lo mio maestro disse: «La risposta 65. farem noi a Chirón costà di presso: 66. mal fu la voglia tua sempre sì tosta». 67. Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, 68. che morì per la bella Deianira, 69. e fé di sé la vendetta elli stesso. 70. E quel di mezzo, ch’al petto si mira, 71. è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; 72. quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira. 73. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, 74. saettando qual anima si svelle 75. del sangue più che sua colpa sortille». 76. Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: 77. Chirón prese uno strale, e con la cocca 78. fece la barba in dietro a le mascelle. 79. Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, 80. disse a’ compagni: «Siete voi accorti 81. che quel di retro move ciò ch’el tocca? 82. Così non soglion far li piè d’i morti». 83. E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, 84. dove le due nature son consorti, 85. rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto 86. mostrar li mi convien la valle buia; 87. necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. 88. Tal si partì da cantare alleluia 89. che mi commise quest’ officio novo: 90. non è ladron, né io anima fuia. 91. Ma per quella virtù per cu’ io movo 92. li passi miei per sì selvaggia strada, 93. danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, 94. e che ne mostri là dove si guada, 95. e che porti costui in su la groppa, 96. ché non è spirto che per l’aere vada». 97. Chirón si volse in su la destra poppa, 98. e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida, 99. e fa cansar s’altra schiera v’intoppa». 100. Or ci movemmo con la scorta fida 101. lungo la proda del bollor vermiglio, 102. dove i bolliti facieno alte strida. 103. Io vidi gente sotto infino al ciglio; 104. e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni 105. che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. 106. Quivi si piangon li spietati danni; 107. quivi è Alessandro, e Dionisio fero 108. che fé Cicilia aver dolorosi anni. 109. E quella fronte c’ha ’l pel così nero, 110. è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, 111. è Opizzo da Esti, il qual per vero 112. fu spento dal figliastro sù nel mondo». 113. Allor mi volsi al poeta, e quei disse: 114. «Questi ti sia or primo, e io secondo». 115. Poco più oltre il centauro s’affisse 116. sovr’ una gente che ’nfino a la gola 117. parea che di quel bulicame uscisse. 118. Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, 119. dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio 120. lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola». 121. Poi vidi gente che di fuor del rio 122. tenean la testa e ancor tutto ’l casso; 123. e di costoro assai riconobb’ io. 124. Così a più a più si facea basso 125. quel sangue, sì che cocea pur li piedi; 126. e quindi fu del fosso il nostro passo. 127. «Sì come tu da questa parte vedi 128. lo bulicame che sempre si scema», 129. disse ’l centauro, «voglio che tu credi 130. che da quest’ altra a più a più giù prema 131. lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge 132. ove la tirannia convien che gema. 133. La divina giustizia di qua punge 134. quell’ Attila che fu flagello in terra, 135. e Pirro e Sesto; e in etterno munge 136. le lagrime, che col bollor diserra, 137. a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, 138. che fecero a le strade tanta guerra». 139. Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XIII |
|
![]() |
I violenti contro sé stessi (i suicidi e gli scialacquatori) Jan Van der Straet – (VII° cerchio, 2° girone) Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’ esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi. Inf. XIII, 37-39 |
|
|
1. Non era ancor di là Nesso arrivato, 2. quando noi ci mettemmo per un bosco 3. che da neun sentiero era segnato. 4. Non fronda verde, ma di color fosco; 5. non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; 6. non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. 7. Non han sì aspri sterpi né sì folti 8. quelle fiere selvagge che ’n odio hanno 9. tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 10. Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, 11. che cacciar de le Strofade i Troiani 12. con tristo annunzio di futuro danno. 13. Ali hanno late, e colli e visi umani, 14. piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; 15. fanno lamenti in su li alberi strani. 16. E ’l buon maestro «Prima che più entre, 17. sappi che se’ nel secondo girone», 18. mi cominciò a dire, «e sarai mentre 19. che tu verrai ne l’orribil sabbione. 20. Però riguarda ben; sì vederai 21. cose che torrien fede al mio sermone». 22. Io sentia d’ogne parte trarre guai 23. e non vedea persona che ’l facesse; 24. per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 25. Cred’ io ch’ei credette ch’io credesse 26. che tante voci uscisser, tra quei bronchi, 27. da gente che per noi si nascondesse. 28. Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi 29. qualche fraschetta d’una d’este piante, 30. li pensier c’hai si faran tutti monchi». 31. Allor porsi la mano un poco avante 32. e colsi un ramicel da un gran pruno; 33. e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». 34. Da che fatto fu poi di sangue bruno, 35. ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? 36. non hai tu spirto di pietade alcuno? 37. Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: 38. ben dovrebb’ esser la tua man più pia, 39. se state fossimo anime di serpi». 40. Come d’un stizzo verde ch’arso sia 41. da l’un de’ capi, che da l’altro geme 42. e cigola per vento che va via, 43. sì de la scheggia rotta usciva insieme 44. parole e sangue; ond’ io lasciai la cima 45. cadere, e stetti come l’uom che teme. 46. «S’elli avesse potuto creder prima», 47. rispuose ’l savio mio, «anima lesa, 48. ciò c’ha veduto pur con la mia rima, 49. non averebbe in te la man distesa; 50. ma la cosa incredibile mi fece 51. indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 52. Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece 53. d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi 54. nel mondo sù, dove tornar li lece». 55. E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, 53. ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi 57. perch’ io un poco a ragionar m’inveschi. 58. Io son colui che tenni ambo le chiavi 59. del cor di Federigo, e che le volsi, 60. serrando e diserrando, sì soavi, 61. che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; 62. fede portai al glorioso offizio, 63. tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 64. La meretrice che mai da l’ospizio 65. di Cesare non torse li occhi putti, 66. morte comune e de le corti vizio, 67. infiammò contra me li animi tutti; 68. e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, 69. che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 70. L’animo mio, per disdegnoso gusto, 71. credendo col morir fuggir disdegno, 72. ingiusto fece me contra me giusto. 73. Per le nove radici d’esto legno 74. vi giuro che già mai non ruppi fede 75. al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 76. E se di voi alcun nel mondo riede, 77. conforti la memoria mia, che giace 78. ancor del colpo che ’nvidia le diede». 79. Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», 80. disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; 81. ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». 82. Ond’ io a lui: «Domandal tu ancora 83. di quel che credi ch’a me satisfaccia; 84. ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». 85. Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia 86. liberamente ciò che ’l tuo dir priega, 87. spirito incarcerato, ancor ti piaccia 88. di dirne come l’anima si lega 89. in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, 90. s’alcuna mai di tai membra si spiega». 91. Allor soffiò il tronco forte, e poi 92. si convertì quel vento in cotal voce: 93. «Brievemente sarà risposto a voi. 94. Quando si parte l’anima feroce 95. dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta, 96. Minòs la manda a la settima foce. 97. Cade in la selva, e non l’è parte scelta; 98. ma là dove fortuna la balestra, 99. quivi germoglia come gran di spelta. 100. Surge in vermena e in pianta silvestra: 101. l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, 102. fanno dolore, e al dolor fenestra. 103. Come l’altre verrem per nostre spoglie, 104. ma non però ch’alcuna sen rivesta, 105. ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 106. Qui le strascineremo, e per la mesta 107. selva saranno i nostri corpi appesi, 108. ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». 109. Noi eravamo ancora al tronco attesi, 110. credendo ch’altro ne volesse dire, 111. quando noi fummo d’un romor sorpresi, 112. similemente a colui che venire 113. sente ’l porco e la caccia a la sua posta, 114. ch’ode le bestie, e le frasche stormire. 115. Ed ecco due da la sinistra costa, 116. nudi e graffiati, fuggendo sì forte, 117. che de la selva rompieno ogne rosta. 118. Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». 119. E l’altro, cui pareva tardar troppo, 120. gridava: «Lano, sì non furo accorte 121. le gambe tue a le giostre dal Toppo!». 122. E poi che forse li fallia la lena, 123. di sé e d’un cespuglio fece un groppo. 124. Di rietro a loro era la selva piena 125. di nere cagne, bramose e correnti 126. come veltri ch’uscisser di catena. 127. In quel che s’appiattò miser li denti, 128. e quel dilaceraro a brano a brano; 129. poi sen portar quelle membra dolenti. 130. Presemi allor la mia scorta per mano, 131. e menommi al cespuglio che piangea 132. per le rotture sanguinenti in vano. 133. «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, 134. che t’è giovato di me fare schermo? 135. che colpa ho io de la tua vita rea?». 136. Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, 137. disse: «Chi fosti, che per tante punte 138. soffi con sangue doloroso sermo?». 139. Ed elli a noi: «O anime che giunte 140. siete a veder lo strazio disonesto 141. c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, 142. raccoglietele al piè del tristo cesto. 143. I’ fui de la città che nel Batista 144. mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo 145. sempre con l’arte sua la farà trista; 146. e se non fosse che ’n sul passo d’Arno 147. rimane ancor di lui alcuna vista, 148. que’ cittadin che poi la rifondarno 149. sovra ’l cener che d’Attila rimase, 150. avrebber fatto lavorare indarno. 151. Io fei gibetto a me de le mie case». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XIV |
|
![]() |
I bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai Gustave Dorè – (VII° cerchio, 3° girone) tale scendeva l’etternale ardore; onde la rena s’accendea, com’ esca sotto focile, a doppiar lo dolore. Inf. XIV, 37-39 |
|
|
1. Poi che la carità del natio loco 2. mi strinse, raunai le fronde sparte 3. e rende’le a colui, ch’era già fioco. 4. Indi venimmo al fine ove si parte 5. lo secondo giron dal terzo, e dove 6. si vede di giustizia orribil arte. 7. A ben manifestar le cose nove, 8. dico che arrivammo ad una landa 9. che dal suo letto ogne pianta rimove. 10. La dolorosa selva l’è ghirlanda 11. intorno, come ’l fosso tristo ad essa; 12. quivi fermammo i passi a randa a randa. 13. Lo spazzo era una rena arida e spessa, 14. non d’altra foggia fatta che colei 15. che fu da’ piè di Caton già soppressa. 16. O vendetta di Dio, quanto tu dei 17. esser temuta da ciascun che legge 18. ciò che fu manifesto a li occhi mei! 19. D’anime nude vidi molte gregge 20. che piangean tutte assai miseramente, 21. e parea posta lor diversa legge. 22. Supin giacea in terra alcuna gente, 23. alcuna si sedea tutta raccolta, 24. e altra andava continuamente. 25. Quella che giva ’ntorno era più molta, 26. e quella men che giacea al tormento, 27. ma più al duolo avea la lingua sciolta. 28. Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, 29. piovean di foco dilatate falde, 30. come di neve in alpe sanza vento. 31. Quali Alessandro in quelle parti calde 32. d’India vide sopra ’l suo stuolo 33. fiamme cadere infino a terra salde, 34. per ch’ei provide a scalpitar lo suolo 35. con le sue schiere, acciò che lo vapore 36. mei si stingueva mentre ch’era solo: 37. tale scendeva l’etternale ardore; 38. onde la rena s’accendea, com’ esca 39. sotto focile, a doppiar lo dolore. 40. Sanza riposo mai era la tresca 41. de le misere mani, or quindi or quinci 42. escotendo da sé l’arsura fresca. 43. I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci 44. tutte le cose, fuor che ’ demon duri 45. ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, 46. chi è quel grande che non par che curi 47. lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, 48. sì che la pioggia non par che ’l marturi?». 49. E quel medesmo, che si fu accorto 50. ch’io domandava il mio duca di lui, 51. gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto. 52. Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui 53. crucciato prese la folgore aguta 54. onde l’ultimo dì percosso fui; 55. o s’elli stanchi li altri a muta a muta 53. in Mongibello a la focina negra, 57. chiamando «Buon Vulcano, aiuta, aiuta!», 58. sì com’ el fece a la pugna di Flegra, 59. e me saetti con tutta sua forza: 60. non ne potrebbe aver vendetta allegra». 61. Allora il duca mio parlò di forza 62. tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: 63. «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza 64. la tua superbia, se’ tu più punito; 65. nullo martiro, fuor che la tua rabbia, 66. sarebbe al tuo furor dolor compito». 67. Poi si rivolse a me con miglior labbia, 68. dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi 69. ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia 70. Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; 71. ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti 72. sono al suo petto assai debiti fregi. 73. Or mi vien dietro, e guarda che non metti, 74. ancor, li piedi ne la rena arsiccia; 75. ma sempre al bosco tien li piedi stretti». 76. Tacendo divenimmo là ’ve spiccia 77. fuor de la selva un picciol fiumicello, 78. lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 79. Quale del Bulicame esce ruscello 80. che parton poi tra lor le peccatrici, 81. tal per la rena giù sen giva quello. 82. Lo fondo suo e ambo le pendici 83. fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato; 84. per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. 85. «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, 86. poscia che noi intrammo per la porta 87. lo cui sogliare a nessuno è negato, 88. cosa non fu da li tuoi occhi scorta 89. notabile com’ è ’l presente rio, 90. che sovra sé tutte fiammelle ammorta». 91. Queste parole fuor del duca mio; 92. per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto 93. di cui largito m’avea il disio. 94. «In mezzo mar siede un paese guasto», 95. diss’ elli allora, «che s’appella Creta, 96. sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. 97. Una montagna v’è che già fu lieta 98. d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; 99. or è diserta come cosa vieta. 100. Rea la scelse già per cuna fida 101. del suo figliuolo, e per celarlo meglio, 102. quando piangea, vi facea far le grida. 103. Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 104. che tien volte le spalle inver’ Dammiata 105. e Roma guarda come suo speglio. 106. La sua testa è di fin oro formata, 107. e puro argento son le braccia e ’l petto, 108. poi è di rame infino a la forcata; 109. da indi in giuso è tutto ferro eletto, 110. salvo che ’l destro piede è terra cotta; 111. e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. 112. Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta 113. d’una fessura che lagrime goccia, 114. le quali, accolte, fóran quella grotta. 115. Lor corso in questa valle si diroccia; 116. fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; 117. poi sen van giù per questa stretta doccia, 118. infin, là ove più non si dismonta, 119. fanno Cocito; e qual sia quello stagno 120. tu lo vedrai, però qui non si conta». 121. E io a lui: «Se ’l presente rigagno 122. si diriva così dal nostro mondo, 123. perché ci appar pur a questo vivagno?». 124. Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; 125. e tutto che tu sie venuto molto, 126. pur a sinistra, giù calando al fondo, 127. non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; 128. per che, se cosa n’apparisce nova, 129. non de’ addur maraviglia al tuo volto». 130. E io ancor: «Maestro, ove si trova 131. Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, 132. e l’altro di’ che si fa d’esta piova». 133. «In tutte tue question certo mi piaci», 134. rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa 135. dovea ben solver l’una che tu faci. 136. Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, 137. là dove vanno l’anime a lavarsi 138. quando la colpa pentuta è rimossa». 139. Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi 140. dal bosco; fa che di retro a me vegne: 141. li margini fan via, che non son arsi, 142. e sopra loro ogne vapor si spegne». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XV |
|
![]() |
I violenti contro natura – Brunetto Latini Gustave Dorè – (VII° cerchio, 3° girone) rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latino un poco teco ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». Inf. XV, 30-33 |
|
|
1. Ora cen porta l’un de’ duri margini; 2. e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, 3. sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 4. Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, 5. temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, 6. fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 7. e quali Padoan lungo la Brenta, 8. per difender lor ville e lor castelli, 9. anzi che Carentana il caldo senta: 10. a tale imagine eran fatti quelli, 11. tutto che né sì alti né sì grossi, 12. qual che si fosse, lo maestro félli. 13. Già eravam da la selva rimossi 14. tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, 15. perch’ io in dietro rivolto mi fossi, 16. quando incontrammo d’anime una schiera 17. che venian lungo l’argine, e ciascuna 18. ci riguardava come suol da sera 19. guardare uno altro sotto nuova luna; 20. e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia 21. come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 22. Così adocchiato da cotal famiglia, 23. fui conosciuto da un, che mi prese 24. per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». 25. E io, quando ’l suo braccio a me distese, 26. ficcai li occhi per lo cotto aspetto, 27. sì che ’l viso abbrusciato non difese 28. la conoscenza sua al mio ’ntelletto; 29. e chinando la mano a la sua faccia, 30. rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». 31. E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia 32. se Brunetto Latino un poco teco 33. ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». 34. I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; 35. e se volete che con voi m’asseggia, 36. faròl, se piace a costui che vo seco». 37. «O figliuol», disse, «qual di questa greggia 38. s’arresta punto, giace poi cent’ anni 39. sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia. 40. Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; 41. e poi rigiugnerò la mia masnada, 42. che va piangendo i suoi etterni danni». 43. Io non osava scender de la strada 44. per andar par di lui; ma ’l capo chino 45. tenea com’ uom che reverente vada. 46. El cominciò: «Qual fortuna o destino 47. anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? 48. e chi è questi che mostra ’l cammino?». 49. «Là sù di sopra, in la vita serena», 50. rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle, 51. avanti che l’età mia fosse piena. 52. Pur ier mattina le volsi le spalle: 53. questi m’apparve, tornand’ io in quella, 54. e reducemi a ca per questo calle». 55. Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, 53. non puoi fallire a glorioso porto, 57. se ben m’accorsi ne la vita bella; 58. e s’io non fossi sì per tempo morto, 59. veggendo il cielo a te così benigno, 60. dato t’avrei a l’opera conforto. 61. Ma quello ingrato popolo maligno 62. che discese di Fiesole ab antico, 63. e tiene ancor del monte e del macigno, 64. ti si farà, per tuo ben far, nimico; 65. ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi 66. si disconvien fruttare al dolce fico. 67. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; 68. gent’ è avara, invidiosa e superba: 69. dai lor costumi fa che tu ti forbi. 70. La tua fortuna tanto onor ti serba, 71. che l’una parte e l’altra avranno fame 72. di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 73. Faccian le bestie fiesolane strame 74. di lor medesme, e non tocchin la pianta, 75. s’alcuna surge ancora in lor letame, 76. in cui riviva la sementa santa 77. di que’ Roman che vi rimaser quando 78. fu fatto il nido di malizia tanta». 79. «Se fosse tutto pieno il mio dimando», 80. rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora 81. de l’umana natura posto in bando; 82. ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, 83. la cara e buona imagine paterna 84. di voi quando nel mondo ad ora ad ora 85. m’insegnavate come l’uom s’etterna: 86. e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo 87. convien che ne la mia lingua si scerna. 88. Ciò che narrate di mio corso scrivo, 89. e serbolo a chiosar con altro testo 90. a donna che saprà, s’a lei arrivo. 91. Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, 92. pur che mia coscienza non mi garra, 93. ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. 94. Non è nuova a li orecchi miei tal arra: 95. però giri Fortuna la sua rota 96. come le piace, e ’l villan la sua marra». 97. Lo mio maestro allora in su la gota 98. destra si volse in dietro e riguardommi; 99. poi disse: «Bene ascolta chi la nota». 100. Né per tanto di men parlando vommi 101. con ser Brunetto, e dimando chi sono 102. li suoi compagni più noti e più sommi. 103. Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; 104. de li altri fia laudabile tacerci, 105. ché ’l tempo saria corto a tanto suono. 106. In somma sappi che tutti fur cherci 107. e litterati grandi e di gran fama, 108. d’un peccato medesmo al mondo lerci. 109. Priscian sen va con quella turba grama, 110. e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, 111. s’avessi avuto di tal tigna brama, 112. colui potei che dal servo de’ servi 113. fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, 114. dove lasciò li mal protesi nervi. 115. Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone 116. più lungo esser non può, però ch’i’ veggio 117. là surger nuovo fummo del sabbione. 118. Gente vien con la quale esser non deggio. 119. Sieti raccomandato il mio Tesoro, 120. nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». 121. Poi si rivolse, e parve di coloro 122. che corrono a Verona il drappo verde 123. per la campagna; e parve di costoro 124. quelli che vince, non colui che perde. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XVI |
|
![]() |
I sodomiti fiorentini – Corruzione di Firenze Jan Van der Staet – (VII° cerchio, 3° girone) così rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, sì che ’n contraro il collo faceva ai piè continuo viaggio. Inf. XVI, 25-27 |
|
|
1. Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo 2. de l’acqua che cadea ne l’altro giro, 3. simile a quel che l’arnie fanno rombo, 4. quando tre ombre insieme si partiro, 5. correndo, d’una torma che passava 6. sotto la pioggia de l’aspro martiro. 7. Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: 8. «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri 9. esser alcun di nostra terra prava». 10. Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, 11. ricenti e vecchie, da le fiamme incese! 12. Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. 13. A le lor grida il mio dottor s’attese; 14. volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta», 15. disse, «a costor si vuole esser cortese. 16. E se non fosse il foco che saetta 17. la natura del loco, i’ dicerei 18. che meglio stesse a te che a lor la fretta». 19. Ricominciar, come noi restammo, ei 20. l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, 21. fenno una rota di sé tutti e trei. 22. Qual sogliono i campion far nudi e unti, 23. avvisando lor presa e lor vantaggio, 24. prima che sien tra lor battuti e punti, 25. così rotando, ciascuno il visaggio 26. drizzava a me, sì che ’n contraro il collo 27. faceva ai piè continuo viaggio. 28. E «Se miseria d’esto loco sollo 29. rende in dispetto noi e nostri prieghi», 30. cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo, 31. la fama nostra il tuo animo pieghi 32. a dirne chi tu se’, che i vivi piedi 33. così sicuro per lo ’nferno freghi. 34. Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, 35. tutto che nudo e dipelato vada, 36. fu di grado maggior che tu non credi: 37. nepote fu de la buona Gualdrada; 38. Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita 39. fece col senno assai e con la spada. 40. L’altro, ch’appresso me la rena trita, 41. è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce 42. nel mondo sù dovria esser gradita. 43. E io, che posto son con loro in croce, 44. Iacopo Rusticucci fui, e certo 45. la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». 46. S’i’ fossi stato dal foco coperto, 47. gittato mi sarei tra lor di sotto, 48. e credo che ’l dottor l’avria sofferto; 49. ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, 50. vinse paura la mia buona voglia 51. che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 52. Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia 53. la vostra condizion dentro mi fisse, 54. tanta che tardi tutta si dispoglia, 55. tosto che questo mio segnor mi disse 53. parole per le quali i’ mi pensai 57. che qual voi siete, tal gente venisse. 58. Di vostra terra sono, e sempre mai 59. l’ovra di voi e li onorati nomi 60. con affezion ritrassi e ascoltai. 61. Lascio lo fele e vo per dolci pomi 62. promessi a me per lo verace duca; 63. ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». 64. «Se lungamente l’anima conduca 65. le membra tue», rispuose quelli ancora, 66. «e se la fama tua dopo te luca, 67. cortesia e valor dì se dimora 68. ne la nostra città sì come suole, 69. o se del tutto se n’è gita fora; 70. ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole 71. con noi per poco e va là coi compagni, 72. assai ne cruccia con le sue parole». 73. «La gente nuova e i sùbiti guadagni 74. orgoglio e dismisura han generata, 75. Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». 76. Così gridai con la faccia levata; 77. e i tre, che ciò inteser per risposta, 78. guardar l’un l’altro com’ al ver si guata. 79. «Se l’altre volte sì poco ti costa», 80. rispuoser tutti, «il satisfare altrui, 81. felice te se sì parli a tua posta! 82. Però, se campi d’esti luoghi bui 83. e torni a riveder le belle stelle, 84. quando ti gioverà dicere “ I’ fui ”, 85. fa che di noi a la gente favelle». 86. Indi rupper la rota, e a fuggirsi 87. ali sembiar le gambe loro isnelle. 88. Un amen non saria possuto dirsi 89. tosto così com’ e’ fuoro spariti; 90. per ch’al maestro parve di partirsi. 91. Io lo seguiva, e poco eravam iti, 92. che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, 93. che per parlar saremmo a pena uditi. 94. Come quel fiume c’ha proprio cammino 95. prima dal Monte Viso ’nver’ levante, 96. da la sinistra costa d’Apennino, 97. che si chiama Acquacheta suso, avante 98. che si divalli giù nel basso letto, 99. e a Forlì di quel nome è vacante, 100. rimbomba là sovra San Benedetto 101. de l’Alpe per cadere ad una scesa 102. ove dovea per mille esser recetto; 103. così, giù d’una ripa discoscesa, 104. trovammo risonar quell’ acqua tinta, 105. sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa. 106. Io avea una corda intorno cinta, 107. e con essa pensai alcuna volta 108. prender la lonza a la pelle dipinta. 109. Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, 110. sì come ’l duca m’avea comandato, 111. porsila a lui aggroppata e ravvolta. 112. Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, 113. e alquanto di lunge da la sponda 114. la gittò giuso in quell’ alto burrato. 115. “E’ pur convien che novità risponda”, 116. dicea fra me medesmo, “al novo cenno 117. che ’l maestro con l’occhio sì seconda” . 118. Ahi quanto cauti li uomini esser dienno 119. presso a color che non veggion pur l’ovra, 120. ma per entro i pensier miran col senno! 121. El disse a me: «Tosto verrà di sovra 122. ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; 123. tosto convien ch’al tuo viso si scovra». 124. Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna 125. de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, 126. però che sanza colpa fa vergogna; 127. ma qui tacer nol posso; e per le note 128. di questa comedìa, lettor, ti giuro, 129. s’elle non sien di lunga grazia vòte, 130. ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro 131. venir notando una figura in suso, 132. maravigliosa ad ogne cor sicuro, 133. sì come torna colui che va giuso 134. talora a solver l’àncora ch’aggrappa 135. o scoglio o altro che nel mare è chiuso, 136. che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XVII |
|
|
Gerione – I violenti contro l’arte (VII° cerchio, 3° girone) |
Discesa alle Melabolgie in groppa a Gerione |
|
![]() Gustave Dorè «Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». Inf. XVII, 1-3 |
![]() Gustave Dorè e disse: «Gerion, moviti omai: le rote larghe, e lo scender sia poco; pensa la nova soma che tu hai». Inf. XVII, 97-99 |
|
|
1. «Ecco la fiera con la coda aguzza, 2. che passa i monti e rompe i muri e l’armi! 3. Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». 4. Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; 5. e accennolle che venisse a proda, 6. vicino al fin de’ passeggiati marmi. 7. E quella sozza imagine di froda 8. sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, 9. ma ’n su la riva non trasse la coda. 10. La faccia sua era faccia d’uom giusto, 11. tanto benigna avea di fuor la pelle, 12. e d’un serpente tutto l’altro fusto; 13. due branche avea pilose insin l’ascelle; 14. lo dosso e ’l petto e ambedue le coste 15. dipinti avea di nodi e di rotelle. 16. Con più color, sommesse e sovraposte 17. non fer mai drappi Tartari né Turchi, 18. né fuor tai tele per Aragne imposte. 19. Come talvolta stanno a riva i burchi, 20. che parte sono in acqua e parte in terra, 21. e come là tra li Tedeschi lurchi 22. lo bivero s’assetta a far sua guerra, 23. così la fiera pessima si stava 24. su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. 25. Nel vano tutta sua coda guizzava, 26. torcendo in sù la venenosa forca 27. ch’a guisa di scorpion la punta armava. 28. Lo duca disse: «Or convien che si torca 29. la nostra via un poco insino a quella 30. bestia malvagia che colà si corca». 31. Però scendemmo a la destra mammella, 32. e diece passi femmo in su lo stremo, 33. per ben cessar la rena e la fiammella. 34. E quando noi a lei venuti semo, 35. poco più oltre veggio in su la rena 36. gente seder propinqua al loco scemo. 37. Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena 38. esperienza d’esto giron porti», 39. mi disse, «va, e vedi la lor mena. 40. Li tuoi ragionamenti sian là corti; 41. mentre che torni, parlerò con questa, 42. che ne conceda i suoi omeri forti». 43. Così ancor su per la strema testa 44. di quel settimo cerchio tutto solo 45. andai, dove sedea la gente mesta. 46. Per li occhi fòra scoppiava lor duolo; 47. di qua, di là soccorrien con le mani 48. quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: 49. non altrimenti fan di state i cani 50. or col ceffo or col piè, quando son morsi 51. o da pulci o da mosche o da tafani. 52. Poi che nel viso a certi li occhi porsi, 53. ne’ quali ’l doloroso foco casca, 54. non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi 55. che dal collo a ciascun pendea una tasca 53. ch’avea certo colore e certo segno, 57. e quindi par che ’l loro occhio si pasca. 58. E com’ io riguardando tra lor vegno, 59. in una borsa gialla vidi azzurro 60. che d’un leone avea faccia e contegno. 61. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, 62. vidine un’altra come sangue rossa, 63. mostrando un’oca bianca più che burro. 64. E un che d’una scrofa azzurra e grossa 65. segnato avea lo suo sacchetto bianco, 66. mi disse: «Che fai tu in questa fossa? 67. Or te ne va; e perché se’ vivo anco, 68. sappi che ’l mio vicin Vitaliano 69. sederà qui dal mio sinistro fianco. 70. Con questi Fiorentin son padoano: 71. spesse fiate mi ’ntronan li orecchi 72. gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano, 73. che recherà la tasca con tre becchi!”». 74. Qui distorse la bocca e di fuor trasse 75. la lingua, come bue che ’l naso lecchi. 76. E io, temendo no ’l più star crucciasse 77. lui che di poco star m’avea ’mmonito, 78. torna’mi in dietro da l’anime lasse. 79. Trova’ il duca mio ch’era salito 80. già su la groppa del fiero animale, 81. e disse a me: «Or sie forte e ardito. 82. Omai si scende per sì fatte scale; 83. monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, 84. sì che la coda non possa far male». 85. Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo 86. de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, 87. e triema tutto pur guardando ’l rezzo, 88. tal divenn’ io a le parole porte; 89. ma vergogna mi fé le sue minacce, 90. che innanzi a buon segnor fa servo forte. 91. I’ m’assettai in su quelle spallacce; 92. sì volli dir, ma la voce non venne 93. com’ io credetti: «Fa che tu m’abbracce». 94. Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne 95. ad altro forse, tosto ch’i’ montai 96. con le braccia m’avvinse e mi sostenne; 97. e disse: «Gerion, moviti omai: 98. le rote larghe, e lo scender sia poco; 99. pensa la nova soma che tu hai». 100. Come la navicella esce di loco 101. in dietro in dietro, sì quindi si tolse; 102. e poi ch’al tutto si sentì a gioco, 103. là ’v’era ’l petto, la coda rivolse, 104. e quella tesa, come anguilla, mosse, 105. e con le branche l’aere a sé raccolse. 106. Maggior paura non credo che fosse 107. quando Fetòn abbandonò li freni, 108. per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; 109. né quando Icaro misero le reni 110. sentì spennar per la scaldata cera, 111. gridando il padre a lui «Mala via tieni!», 112. che fu la mia, quando vidi ch’i’ era 113. ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta 114. ogne veduta fuor che de la fera. 115. Ella sen va notando lenta lenta; 116. rota e discende, ma non me n’accorgo 117. se non che al viso e di sotto mi venta. 118. Io sentia già da la man destra il gorgo 119. far sotto noi un orribile scroscio, 120. per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. 121. Allor fu’ io più timido a lo stoscio, 122. però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; 123. ond’ io tremando tutto mi raccoscio. 124. E vidi poi, ché nol vedea davanti, 125. lo scendere e ’l girar per li gran mali 126. che s’appressavan da diversi canti. 127. Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, 128. che sanza veder logoro o uccello 129. fa dire al falconiere «Ohmè, tu cali!», 130. discende lasso onde si move isnello, 131. per cento rote, e da lunge si pone 132. dal suo maestro, disdegnoso e fello; 133. così ne puose al fondo Gerione 134. al piè al piè de la stagliata rocca, 135. e, discarcate le nostre persone, 136. si dileguò come da corda cocca. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XVIII https://www.google.com/search?q=stradano+inferno+canto-18 |
|
|
Ruffiani, seduttori, adulatori VIII° cerchio, prima e seconda bolgia |
Incontro con Vendico Caccianemico |
|
![]() Jan Van der Straet Di qua, di là, su per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Inf. XVIII, 34-36 |
![]() Jan Van der Straet Mentr’ io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io sì tosto dissi: «Già di veder costui non son digiuno». Inf. XVIII, 40-42 |
|
|
1. Luogo è in inferno detto Malebolge, 2. tutto di pietra di color ferrigno, 3. come la cerchia che dintorno il volge. 4. Nel dritto mezzo del campo maligno 5. vaneggia un pozzo assai largo e profondo, 6. di cui suo loco dicerò l’ordigno. 7. Quel cinghio che rimane adunque è tondo 8. tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura, 9. e ha distinto in dieci valli il fondo. 10. Quale, dove per guardia de le mura 11. più e più fossi cingon li castelli, 12. la parte dove son rende figura, 13. tale imagine quivi facean quelli; 14. e come a tai fortezze da’ lor sogli 15. a la ripa di fuor son ponticelli, 16. così da imo de la roccia scogli 17. movien che ricidien li argini e ’ fossi 18. infino al pozzo che i tronca e raccogli. 19. In questo luogo, de la schiena scossi 20. di Gerion, trovammoci; e ’l poeta 21. tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. 22. A la man destra vidi nova pieta, 23. novo tormento e novi frustatori, 24. di che la prima bolgia era repleta. 25. Nel fondo erano ignudi i peccatori; 26. dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto, 27. di là con noi, ma con passi maggiori, 28. come i Roman per l’essercito molto, 29. l’anno del giubileo, su per lo ponte 30. hanno a passar la gente modo colto, 31. che da l’un lato tutti hanno la fronte 32. verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, 33. da l’altra sponda vanno verso ’l monte. 34. Di qua, di là, su per lo sasso tetro 35. vidi demon cornuti con gran ferze, 36. che li battien crudelmente di retro. 37. Ahi come facean lor levar le berze 38. a le prime percosse! già nessuno 39. le seconde aspettava né le terze. 40. Mentr’ io andava, li occhi miei in uno 41. furo scontrati; e io sì tosto dissi: 42. «Già di veder costui non son digiuno». 43. Per ch’io a figurarlo i piedi affissi; 44. e ’l dolce duca meco si ristette, 45. e assentio ch’alquanto in dietro gissi. 46. E quel frustato celar si credette 47. bassando ’l viso; ma poco li valse, 48. ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette, 49. se le fazion che porti non son false, 50. Venedico se’ tu Caccianemico. 51. Ma che ti mena a sì pungenti salse?». 52. Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; 53. ma sforzami la tua chiara favella, 54. che mi fa sovvenir del mondo antico. 55. I’ fui colui che la Ghisolabella 53. condussi a far la voglia del marchese, 57. come che suoni la sconcia novella. 58. E non pur io qui piango bolognese; 59. anzi n’è questo loco tanto pieno, 60. che tante lingue non son ora apprese 61. a dicer “sipa” tra Sàvena e Reno; 62. e se di ciò vuoi fede o testimonio, 63. rècati a mente il nostro avaro seno». 64. Così parlando il percosse un demonio 65. de la sua scuriada, e disse: «Via, 66. ruffian! qui non son femmine da conio». 67. I’ mi raggiunsi con la scorta mia; 68. poscia con pochi passi divenimmo 69. là ’ve uno scoglio de la ripa uscia. 70. Assai leggeramente quel salimmo; 71. e vòlti a destra su per la sua scheggia, 72. da quelle cerchie etterne ci partimmo. 73. Quando noi fummo là dov’ el vaneggia 74. di sotto per dar passo a li sferzati, 75. lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia 76. lo viso in te di quest’ altri mal nati, 77. ai quali ancor non vedesti la faccia 78. però che son con noi insieme andati». 79. Del vecchio ponte guardavam la traccia 80. che venìa verso noi da l’altra banda, 81. e che la ferza similmente scaccia. 82. E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, 83. mi disse: «Guarda quel grande che vene, 84. e per dolor non par lagrime spanda: 85. quanto aspetto reale ancor ritene! 86. Quelli è Iasón, che per cuore e per senno 87. li Colchi del monton privati féne. 88. Ello passò per l’isola di Lenno 89. poi che l’ardite femmine spietate 90. tutti li maschi loro a morte dienno. 91. Ivi con segni e con parole ornate 92. Isifile ingannò, la giovinetta 93. che prima avea tutte l’altre ingannate. 94. Lasciolla quivi, gravida, soletta; 95. tal colpa a tal martiro lui condanna; 96. e anche di Medea si fa vendetta. 97. Con lui sen va chi da tal parte inganna; 98. e questo basti de la prima valle 99. sapere e di color che ’n sé assanna». 100. Già eravam là ’ve lo stretto calle 101. con l’argine secondo s’incrocicchia, 102. e fa di quello ad un altr’ arco spalle. 103. Quindi sentimmo gente che si nicchia 104. ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, 105. e sé medesma con le palme picchia. 106. Le ripe eran grommate d’una muffa, 107. per l’alito di giù che vi s’appasta, 108. che con li occhi e col naso facea zuffa. 109. Lo fondo è cupo sì, che non ci basta 110. loco a veder sanza montare al dosso 111. de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. 112. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso 113. vidi gente attuffata in uno sterco 114. che da li uman privadi parea mosso. 115. E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, 116. vidi un col capo sì di merda lordo, 117. che non parea s’era laico o cherco. 118. Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo 119. di riguardar più me che li altri brutti?». 120. E io a lui: «Perché, se ben ricordo, 121. già t’ho veduto coi capelli asciutti, 122. e se’ Alessio Interminei da Lucca: 123. però t’adocchio più che li altri tutti». 124. Ed elli allor, battendosi la zucca: 125. «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe 126. ond’ io non ebbi mai la lingua stucca». 127. Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», 128. mi disse, «il viso un poco più avante, 129. sì che la faccia ben con l’occhio attinghe 130. di quella sozza e scapigliata fante 131. che là si graffia con l’unghie merdose, 132. e or s’accoscia e ora è in piedi stante. 133. Taide è, la puttana che rispuose 134. al drudo suo quando disse “Ho io grazie 135. grandi appo te?” : “Anzi maravigliose!”. 136. E quinci sian le nostre viste sazie». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XIX |
|
![]() |
Il papa simoniaco Papa Bonifacio III (Benedetto Caetani) . . . . . . Inf.XIX, 46-54 – William Blake (1757-1827) |
|
|
1. O Simon mago, o miseri seguaci 2. che le cose di Dio, che di bontate 3. deon essere spose, e voi rapaci 4. per oro e per argento avolterate, 5. or convien che per voi suoni la tromba, 6. però che ne la terza bolgia state. 7. Già eravamo, a la seguente tomba, 8. montati de lo scoglio in quella parte 9. ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. 10. O somma sapienza, quanta è l’arte 11. che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 12. e quanto giusto tua virtù comparte! 13. Io vidi per le coste e per lo fondo 14. piena la pietra livida di fóri, 15. d’un largo tutti e ciascun era tondo. 16. Non mi parean men ampi né maggiori 17. che que’ che son nel mio bel San Giovanni, 18. fatti per loco d’i battezzatori; 19. l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, 20. rupp’ io per un che dentro v’annegava: 21. e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni. 22. Fuor de la bocca a ciascun soperchiava 23. d’un peccator li piedi e de le gambe 24. infino al grosso, e l’altro dentro stava. 25. Le piante erano a tutti accese intrambe; 26. per che sì forte guizzavan le giunte, 27. che spezzate averien ritorte e strambe. 28. Qual suole il fiammeggiar de le cose unte 29. muoversi pur su per la strema buccia, 30. tal era lì dai calcagni a le punte. 31. «Chi è colui, maestro, che si cruccia 32. guizzando più che li altri suoi consorti», 33. diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?». 34. Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti 35. là giù per quella ripa che più giace, 36. da lui saprai di sé e de’ suoi torti». 37. E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: 38. tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto 39. dal tuo volere, e sai quel che si tace». 40. Allor venimmo in su l’argine quarto; 41. volgemmo e discendemmo a mano stanca 42. là giù nel fondo foracchiato e arto. 43. Lo buon maestro ancor de la sua anca 44. non mi dipuose, sì mi giunse al rotto 45. di quel che sì piangeva con la zanca. 46. «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, 47. anima trista come pal commessa», 48. comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». 49. Io stava come ’l frate che confessa 50. lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, 51. richiama lui per che la morte cessa. 52. Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, 53. se’ tu già costì ritto, Bonifazio? 54. Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 55. Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio 53. per lo qual non temesti tòrre a ’nganno 57. la bella donna, e poi di farne strazio?». 58. Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, 59. per non intender ciò ch’è lor risposto, 60. quasi scornati, e risponder non sanno. 61. Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: 62. “Non son colui, non son colui che credi”»; 63. e io rispuosi come a me fu imposto. 64. Per che lo spirto tutti storse i piedi; 65. poi, sospirando e con voce di pianto, 66. mi disse: «Dunque che a me richiedi? 67. Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, 68. che tu abbi però la ripa corsa, 69. sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; 70. e veramente fui figliuol de l’orsa, 71. cupido sì per avanzar li orsatti, 72. che sù l’avere e qui me misi in borsa. 73. Di sotto al capo mio son li altri tratti 74. che precedetter me simoneggiando, 75. per le fessure de la pietra piatti. 76. Là giù cascherò io altresì quando 77. verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, 78. allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. 79. Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi 80. e ch’i’ son stato così sottosopra, 81. ch’el non starà piantato coi piè rossi: 82. ché dopo lui verrà di più laida opra, 83. di ver’ ponente, un pastor sanza legge, 84. tal che convien che lui e me ricuopra. 85. Nuovo Iasón sarà, di cui si legge 86. ne’ Maccabei; e come a quel fu molle 87. suo re, così fia lui chi Francia regge». 88. Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, 89. ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: 90. «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle 91. Nostro Segnore in prima da san Pietro 92. ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? 93. Certo non chiese se non “Viemmi retro”. 94. Né Pier né li altri tolsero a Matia 95. oro od argento, quando fu sortito 96. al loco che perdé l’anima ria. 97. Però ti sta, ché tu se’ ben punito; 98. e guarda ben la mal tolta moneta 99. ch’esser ti fece contra Carlo ardito. 100. E se non fosse ch’ancor lo mi vieta 101. la reverenza de le somme chiavi 102. che tu tenesti ne la vita lieta, 103. io userei parole ancor più gravi; 104. ché la vostra avarizia il mondo attrista, 105. calcando i buoni e sollevando i pravi. 106. Di voi pastor s’accorse il Vangelista, 107. quando colei che siede sopra l’acque 108. puttaneggiar coi regi a lui fu vista; 109. quella che con le sette teste nacque, 110. e da le diece corna ebbe argomento, 111. fin che virtute al suo marito piacque. 112. Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; 113. e che altro è da voi a l’idolatre, 114. se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? 115. Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, 116. non la tua conversion, ma quella dote 117. che da te prese il primo ricco patre!». 118. E mentr’ io li cantava cotai note, 119. o ira o coscienza che ’l mordesse, 120. forte spingava con ambo le piote. 121. I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, 122. con sì contenta labbia sempre attese 123. lo suon de le parole vere espresse. 124. Però con ambo le braccia mi prese; 125. e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, 126. rimontò per la via onde discese. 127. Né si stancò d’avermi a sé distretto, 128. sì men portò sovra ’l colmo de l’arco 129. che dal quarto al quinto argine è tragetto. 130. Quivi soavemente spuose il carco, 131. soave per lo scoglio sconcio ed erto 132. che sarebbe a le capre duro varco. 133. Indi un altro vallon mi fu scoperto. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XX |
|
![]() |
Gli indovini stravolti . . . . . . . . . Inf. XX, 13 – Jan Van der Straet (1523-1605) |
|
|
1. Di nova pena mi conven far versi 2. e dar matera al ventesimo canto 3. de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. 4. Io era già disposto tutto quanto 5. a riguardar ne lo scoperto fondo, 6. che si bagnava d’angoscioso pianto; 7. e vidi gente per lo vallon tondo 8. venir, tacendo e lagrimando, al passo 9. che fanno le letane in questo mondo. 10. Come ’l viso mi scese in lor più basso, 11. mirabilmente apparve esser travolto 12. ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso, 13. ché da le reni era tornato ’l volto, 14. e in dietro venir li convenia, 15. perché ’l veder dinanzi era lor tolto. 16. Forse per forza già di parlasia 17. si travolse così alcun del tutto; 18. ma io nol vidi, né credo che sia. 19. Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto 20. di tua lezione, or pensa per te stesso 21. com’ io potea tener lo viso asciutto, 22. quando la nostra imagine di presso 23. vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi 24. le natiche bagnava per lo fesso. 25. Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi 26. del duro scoglio, sì che la mia scorta 27. mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? 28. Qui vive la pietà quand’ è ben morta; 29. chi è più scellerato che colui 30. che al giudicio divin passion porta? 31. Drizza la testa, drizza, e vedi a cui 32. s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; 33. per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, 34. Anfiarao ? perché lasci la guerra ?” 35. E non restò di ruinare a valle 36. fino a Minòs che ciascheduno afferra. 37. Mira c’ha fatto petto de le spalle; 38. perché volle veder troppo davante, 39. di retro guarda e fa retroso calle. 40. Vedi Tiresia, che mutò sembiante 41. quando di maschio femmina divenne, 42. cangiandosi le membra tutte quante; 43. e prima, poi, ribatter li convenne 44. li duo serpenti avvolti, con la verga, 45. che riavesse le maschili penne. 46. Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, 47. che ne’ monti di Luni, dove ronca 48. lo Carrarese che di sotto alberga, 49. ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca 50. per sua dimora; onde a guardar le stelle 51. e ’l mar non li era la veduta tronca. 52. E quella che ricuopre le mammelle, 53. che tu non vedi, con le trecce sciolte, 54. e ha di là ogne pilosa pelle, 55. Manto fu, che cercò per terre molte; 53. poscia si puose là dove nacqu’ io; 57. onde un poco mi piace che m’ascolte. 58. Poscia che ’l padre suo di vita uscìo 59. e venne serva la città di Baco, 60. questa gran tempo per lo mondo gìo. 61. Suso in Italia bella giace un laco, 62. a piè de l’Alpe che serra Lamagna 63. sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. 64. Per mille fonti, credo, e più si bagna 65. tra Garda e Val Camonica e Pennino 66. de l’acqua che nel detto laco stagna. 67. Loco è nel mezzo là dove ’l trentino 68. pastore e quel di Brescia e ’l veronese 69. segnar porìa, s’e’ fesse quel cammino. 70. Siede Peschiera, bello e forte arnese 71. da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 72. ove la riva ’ntorno più discese. 73. Ivi convien che tutto quanto caschi 74. ciò che ’n grembo a Benaco star non può, 75. e fassi fiume giù per verdi paschi. 76. Tosto che l’acqua a correr mette co, 77. non più Benaco, ma Mincio si chiama 78. fino a Governo, dove cade in Po. 79. Non molto ha corso, ch’el trova una lama, 80. ne la qual si distende e la ’mpaluda; 81. e suol di state talor essere grama. 82. Quindi passando la vergine cruda 83. vide terra, nel mezzo del pantano, 84. sanza coltura e d’abitanti nuda. 85. Lì, per fuggire ogne consorzio umano, 86. ristette con suoi servi a far sue arti, 87. e visse, e vi lasciò suo corpo vano. 88. Li uomini poi che ’ntorno erano sparti 89. s’accolsero a quel loco, ch’era forte 90. per lo pantan ch’avea da tutte parti. 91. Fer la città sovra quell’ ossa morte; 92. e per colei che ’l loco prima elesse, 93. Mantua l’appellar sanz’ altra sorte. 94. Già fuor le genti sue dentro più spesse, 95. prima che la mattìa da Casalodi 96. da Pinamonte inganno ricevesse. 97. Però t’assenno che, se tu mai odi 98. originar la mia terra altrimenti, 99. la verità nulla menzogna frodi». 100. E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti 101. mi son sì certi e prendon sì mia fede, 102. che li altri mi sarien carboni spenti. 103. Ma dimmi, de la gente che procede, 104. se tu ne vedi alcun degno di nota; 105. ché solo a ciò la mia mente rifiede». 106. Allor mi disse: «Quel che da la gota 107. porge la barba in su le spalle brune, 108. Fu — quando Grecia fu di maschi vòta, 109. sì ch’a pena rimaser per le cune — 110. augure, e diede ’l punto con Calcanta 111. in Aulide a tagliar la prima fune. 112. Euripilo ebbe nome, e così ’l canta 113. l’alta mia tragedìa in alcun loco: 114. ben lo sai tu che la sai tutta quanta. 115. Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, 116. Michele Scotto fu, che veramente 117. de le magiche frode seppe ’l gioco. 118. Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, 119. ch’avere inteso al cuoio e a lo spago 120. ora vorrebbe, ma tardi si pente. 121. Vedi le triste che lasciaron l’ago, 122. la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; 123. fecer malìe con erbe e con imago. 124. Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine 125. d’amendue li emisperi e tocca l’onda 126. sotto Sibilia Caino e le spine; 127. e già iernotte fu la luna tonda: 128. ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque 129. alcuna volta per la selva fonda». 130. Sì mi parlava, e andavamo introcque. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXI |
|
![]() |
I barattieri Malacoda e la scorta di dieci diavoli . . . . . . . . . |
|
|
1. Così di ponte in ponte, altro parlando 2. che la mia comedìa cantar non cura, 3. venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando 4. restammo per veder l’altra fessura 5. di Malebolge e li altri pianti vani; 6. e vidila mirabilmente oscura. 7. Quale ne l’arzanà de’ Viniziani 8. bolle l’inverno la tenace pece 9. a rimpalmare i legni lor non sani, 10. ché navicar non ponno; in quella vece 11. chi fa suo legno novo e chi ristoppa 12. le coste a quel che più viaggi fece; 13. chi ribatte da proda e chi da poppa; 14. altri fa remi e altri volge sarte; 15. chi terzeruolo e artimon rintoppa; 16. tal, non per foco ma per divin’ arte, 17. bollìa là giuso una pegola spessa, 18. che ’nviscava la ripa d’ogne parte. 19. I’ vedea lei, ma non vedea in essa 20. mai che le bolle che ’l bollor levava, 21. e gonfiar tutta, e riseder compressa. 22. Mentr’ io là giù fisamente mirava, 23. lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», 24. mi trasse a sé del loco dov’ io stava. 25. Allor mi volsi come l’uom cui tarda 26. di veder quel che li convien fuggire 27. e cui paura sùbita sgagliarda, 28. che, per veder, non indugia ’l partire: 29. e vidi dietro a noi un diavol nero 30. correndo su per lo scoglio venire. 31. Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! 32. e quanto mi parea ne l’atto acerbo, 33. con l’ali aperte e sovra i piè leggiero! 34. L’omero suo, ch’era aguto e superbo, 35. carcava un peccator con ambo l’anche, 36. e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. 37. Del nostro ponte disse: «O Malebranche, 38. ecco un de li anzian di Santa Zita! 39. Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche 40. a quella terra, che n’è ben fornita: 41. ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo; 42. del “no” , per li denar, vi si fa “ita” ». 43. Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro 44. si volse; e mai non fu mastino sciolto 45. con tanta fretta a seguitar lo furo. 46. Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; 47. ma i demon che del ponte avean coperchio, 48. gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto! 49. qui si nuota altrimenti che nel Serchio! 50. Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, 51. non far sopra la pegola soverchio». 52. Poi l’addentar con più di cento raffi, 53. disser: «Coverto convien che qui balli, 54. sì che, se puoi, nascosamente accaffi». 55. Non altrimenti i cuochi a’ lor vassalli 53. fanno attuffare in mezzo la caldaia 57. la carne con li uncin, perché non galli. 58. Lo buon maestro «Acciò che non si paia 59. che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta 60. dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; 61. e per nulla offension che mi sia fatta, 62. non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, 63. perch’ altra volta fui a tal baratta». 64. Poscia passò di là dal co del ponte; 65. e com’ el giunse in su la ripa sesta, 66. mestier li fu d’aver sicura fronte. 67. Con quel furore e con quella tempesta 68. ch’escono i cani a dosso al poverello 69. che di sùbito chiede ove s’arresta, 70. usciron quei di sotto al ponticello, 71. e volser contra lui tutt’ i runcigli; 72. ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! 73. Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, 74. traggasi avante l’un di voi che m’oda, 75. e poi d’arruncigliarmi si consigli». 76. Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; 77. per ch’un si mosse e li altri stetter fermi 78. e venne a lui dicendo: «Che li approda?». 79. «Credi tu, Malacoda, qui vedermi 80. esser venuto», disse ’l mio maestro, 81. «sicuro già da tutti vostri schermi, 82. sanza voler divino e fato destro? 83. Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto 84. ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». 85. Allor li fu l’orgoglio sì caduto, 86. ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, 87. e disse a li altri: «Omai non sia feruto». 88. E ’l duca mio a me: «O tu che siedi 89. tra li scheggion del ponte quatto quatto, 90. sicuramente omai a me ti riedi». 91. Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; 92. e i diavoli si fecer tutti avanti, 93. sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; 94. così vid’ io già temer li fanti 95. ch’uscivan patteggiati di Caprona, 96. veggendo sé tra nemici cotanti. 97. I’ m’accostai con tutta la persona 98. lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi 99. da la sembianza lor ch’era non buona. 100. Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», 101. diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». 102. E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi!». 103. Ma quel demonio che tenea sermone 104. col duca mio, si volse tutto presto 105. e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». 106. Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo 107. iscoglio non si può, però che giace 108. tutto spezzato al fondo l’arco sesto. 109. E se l’andare avante pur vi piace, 110. andatevene su per questa grotta; 111. presso è un altro scoglio che via face. 112. Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, 113. mille dugento con sessanta sei 114. anni compié che qui la via fu rotta. 115. Io mando verso là di questi miei 116. a riguardar s’alcun se ne sciorina; 117. gite con lor, che non saranno rei». 118. «Tràtti avante, Alichino, e Calcabrina», 119. cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; 120. e Barbariccia guidi la decina. 121. Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, 122. Ciriatto sannuto e Graffiacane 123. e Farfarello e Rubicante pazzo. 124. Cercate ’ntorno le boglienti pane; 125. costor sian salvi infino a l’altro scheggio 126. che tutto intero va sovra le tane». 127. «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», 128. diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli, 129. se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. 130. Se tu se’ sì accorto come suoli, 131. non vedi tu ch’e’ digrignan li denti 132. e con le ciglia ne minaccian duoli?». 133. Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; 134. lasciali digrignar pur a lor senno, 135. ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». 136. Per l’argine sinistro volta dienno; 137. ma prima avea ciascun la lingua stretta 138. coi denti, verso lor duca, per cenno; 139. ed elli avea del cul fatto trombetta. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXII |
|
![]() |
I barattieri Frate Gomita e Michele Zanche Zuffe tra diavoli . . . . . . |
|
|
1. Io vidi già cavalier muover campo, 2. e cominciare stormo e far lor mostra, 3. e talvolta partir per loro scampo; 4. corridor vidi per la terra vostra, 5. o Aretini, e vidi gir gualdane, 6. fedir torneamenti e correr giostra; 7. quando con trombe, e quando con campane, 8. con tamburi e con cenni di castella, 9. e con cose nostrali e con istrane; 10. né già con sì diversa cennamella 11. cavalier vidi muover né pedoni, 12. né nave a segno di terra o di stella. 13. Noi andavam con li diece demoni. 14. Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa 15. coi santi, e in taverna coi ghiottoni. 16. Pur a la pegola era la mia ’ntesa, 17. per veder de la bolgia ogne contegno 18. e de la gente ch’entro v’era incesa. 19. Come i dalfini, quando fanno segno 20. a’ marinar con l’arco de la schiena 21. che s’argomentin di campar lor legno, 22. talor così, ad alleggiar la pena, 23. mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso 24. e nascondea in men che non balena. 25. E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso 26. stanno i ranocchi pur col muso fuori, 27. sì che celano i piedi e l’altro grosso, 28. sì stavan d’ogne parte i peccatori; 29. ma come s’appressava Barbariccia, 30. così si ritraén sotto i bollori. 31. I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, 32. uno aspettar così, com’ elli ’ncontra 33. ch’una rana rimane e l’altra spiccia; 34. e Graffiacan, che li era più di contra, 35. li arruncigliò le ’mpegolate chiome 36. e trassel sù, che mi parve una lontra. 37. I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, 38. sì li notai quando fuorono eletti, 39. e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. 40. «O Rubicante, fa che tu li metti 41. li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», 42. gridavan tutti insieme i maladetti. 43. E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, 44. che tu sappi chi è lo sciagurato 45. venuto a man de li avversari suoi». 46. Lo duca mio li s’accostò allato; 47. domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: 48. «I’ fui del regno di Navarra nato. 49. Mia madre a servo d’un segnor mi puose, 50. che m’avea generato d’un ribaldo, 51. distruggitor di sé e di sue cose. 52. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; 53. quivi mi misi a far baratteria, 54. di ch’io rendo ragione in questo caldo». 55. E Ciriatto, a cui di bocca uscia 53. d’ogne parte una sanna come a porco, 57. li fé sentir come l’una sdruscia. 58. Tra male gatte era venuto ’l sorco; 59. ma Barbariccia il chiuse con le braccia 60. e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco». 61. E al maestro mio volse la faccia; 62. «Domanda», disse, «ancor, se più disii 63. saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia». 64. Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii 65. conosci tu alcun che sia latino 66. sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii, 67. poco è, da un che fu di là vicino. 68. Così foss’ io ancor con lui coperto, 69. ch’i’ non temerei unghia né uncino!». 70. E Libicocco «Troppo avem sofferto», 71. disse; e preseli ’l braccio col runciglio, 72. sì che, stracciando, ne portò un lacerto. 73. Draghignazzo anco i volle dar di piglio 74. giuso a le gambe; onde ’l decurio loro 75. si volse intorno intorno con mal piglio. 76. Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, 77. a lui, ch’ancor mirava sua ferita, 78. domandò ’l duca mio sanza dimoro: 79. «Chi fu colui da cui mala partita 80. di’ che facesti per venire a proda?». 81. Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, 82. quel di Gallura, vasel d’ogne froda, 83. ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, 84. e fé sì lor, che ciascun se ne loda. 85. Danar si tolse e lasciolli di piano, 86. sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche 87. barattier fu non picciol, ma sovrano. 88. Usa con esso donno Michel Zanche 89. di Logodoro; e a dir di Sardigna 90. le lingue lor non si sentono stanche. 91. Omè, vedete l’altro che digrigna; 92. i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello 93. non s’apparecchi a grattarmi la tigna». 94. E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello 95. che stralunava li occhi per fedire, 96. disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!». 97. «Se voi volete vedere o udire», 98. ricominciò lo spaurato appresso, 99. «Toschi o Lombardi, io ne farò venire; 100. ma stieno i Malebranche un poco in cesso, 101. sì ch’ei non teman de le lor vendette; 102. e io, seggendo in questo loco stesso, 103. per un ch’io son, ne farò venir sette 104. quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso 105. di fare allor che fori alcun si mette». 106. Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, 107. crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia 108. ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!». 109. Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, 110. rispuose: «Malizioso son io troppo, 111. quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia». 112. Alichin non si tenne e, di rintoppo 113. a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, 114. io non ti verrò dietro di gualoppo, 115. ma batterò sovra la pece l’ali. 116. Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo, 117. a veder se tu sol più di noi vali». 118. O tu che leggi, udirai nuovo ludo: 119. ciascun da l’altra costa li occhi volse, 120. quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. 121. Lo Navarrese ben suo tempo colse; 122. fermò le piante a terra, e in un punto 123. saltò e dal proposto lor si sciolse. 124. Di che ciascun di colpa fu compunto, 125. ma quei più che cagion fu del difetto; 126. però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!». 127. Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto 128. non potero avanzar; quelli andò sotto, 129. e quei drizzò volando suso il petto: 130. non altrimenti l’anitra di botto, 131. quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa, 132. ed ei ritorna sù crucciato e rotto. 133. Irato Calcabrina de la buffa, 134. volando dietro li tenne, invaghito 135. che quei campasse per aver la zuffa; 136. e come ’l barattier fu disparito, 137. così volse li artigli al suo compagno, 138. e fu con lui sopra ’l fosso ghermito. 139. Ma l’altro fu bene sparvier grifagno 140. ad artigliar ben lui, e amendue 141. cadder nel mezzo del bogliente stagno. 142. Lo caldo sghermitor sùbito fue; 143. ma però di levarsi era neente, 144. sì avieno inviscate l’ali sue. 145. Barbariccia, con li altri suoi dolente, 146. quattro ne fé volar da l’altra costa 147. con tutt’ i raffi, e assai prestamente 148. di qua, di là discesero a la posta; 149. porser li uncini verso li ’mpaniati, 150. ch’eran già cotti dentro da la crosta. 151. E noi lasciammo lor così ’mpacciati. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXIII |
|
![]() |
Gli ipocriti Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò I compenenti del Sinedrio ebraico . . . Caifas crocifisso – Jan Van der Straet (1523-1605) |
|
|
1. Taciti, soli, sanza compagnia 2. n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, 3. come frati minor vanno per via. 4. Vòlt’ era in su la favola d’Isopo 5. lo mio pensier per la presente rissa, 6. dov’ el parlò de la rana e del topo; 7. ché più non si pareggia “mo” e “issa” 8. che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia 9. principio e fine con la mente fissa. 10. E come l’un pensier de l’altro scoppia, 11. così nacque di quello un altro poi, 12. che la prima paura mi fé doppia. 13. Io pensava così: “Questi per noi 14. sono scherniti con danno e con beffa 15. sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. 16. Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, 17. ei ne verranno dietro più crudeli 18. che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa” . 19. Già mi sentia tutti arricciar li peli 20. de la paura e stava in dietro intento, 21. quand’ io dissi: «Maestro, se non celi 22. te e me tostamente, i’ ho pavento 23. d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; 24. io li ’magino sì, che già li sento». 25. E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, 26. l’imagine di fuor tua non trarrei 27. più tosto a me, che quella dentro ’mpetro. 28. Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, 29. con simile atto e con simile faccia, 30. sì che d’intrambi un sol consiglio fei. 31. S’elli è che sì la destra costa giaccia, 32. che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, 33. noi fuggirem l’imaginata caccia». 34. Già non compié di tal consiglio rendere, 35. ch’io li vidi venir con l’ali tese 36. non molto lungi, per volerne prendere. 37. Lo duca mio di sùbito mi prese, 38. come la madre ch’al romore è desta 39. e vede presso a sé le fiamme accese, 40. che prende il figlio e fugge e non s’arresta, 41. avendo più di lui che di sé cura, 42. tanto che solo una camiscia vesta; 43. e giù dal collo de la ripa dura 44. supin si diede a la pendente roccia, 45. che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. 46. Non corse mai sì tosto acqua per doccia 47. a volger ruota di molin terragno, 48. quand’ ella più verso le pale approccia, 49. come ’l maestro mio per quel vivagno, 50. portandosene me sovra ’l suo petto, 51. come suo figlio, non come compagno. 52. A pena fuoro i piè suoi giunti al letto 53. del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle 54. sovresso noi; ma non lì era sospetto: 55. ché l’alta provedenza che lor volle 53. porre ministri de la fossa quinta, 57. poder di partirs’ indi a tutti tolle. 58. Là giù trovammo una gente dipinta 59. che giva intorno assai con lenti passi, 60. piangendo e nel sembiante stanca e vinta. 61. Elli avean cappe con cappucci bassi 62. dinanzi a li occhi, fatte de la taglia 63. che in Clugnì per li monaci fassi. 64. Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; 65. ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, 66. che Federigo le mettea di paglia. 67. Oh in etterno faticoso manto! 68. Noi ci volgemmo ancor pur a man manca 69. con loro insieme, intenti al tristo pianto; 70. ma per lo peso quella gente stanca 71. venìa sì pian, che noi eravam nuovi 72. di compagnia ad ogne mover d’anca. 73. Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi 74. alcun ch’al fatto o al nome si conosca, 75. e li occhi, sì andando, intorno movi». 76. E un che ’ntese la parola tosca, 77. di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, 78. voi che correte sì per l’aura fosca! 79. Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». 80. Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta, 81. e poi secondo il suo passo procedi». 82. Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta 83. de l’animo, col viso, d’esser meco; 84. ma tardavali ’l carco e la via stretta. 85. Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco 86. mi rimiraron sanza far parola; 87. poi si volsero in sé, e dicean seco: 88. «Costui par vivo a l’atto de la gola; 89. e s’e’ son morti, per qual privilegio 90. vanno scoperti de la grave stola?». 91. Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio 92. de l’ipocriti tristi se’ venuto, 93. dir chi tu se’ non avere in dispregio». 94. E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto 95. sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, 96. e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. 97. Ma voi chi siete, a cui tanto distilla 98. quant’ i’ veggio dolor giù per le guance? 99. e che pena è in voi che sì sfavilla?». 100. E l’un rispuose a me: «Le cappe rance 101. son di piombo sì grosse, che li pesi 102. fan così cigolar le lor bilance. 103. Frati godenti fummo, e bolognesi; 104. io Catalano e questi Loderingo 105. nomati, e da tua terra insieme presi 106. come suole esser tolto un uom solingo, 107. per conservar sua pace; e fummo tali, 108. ch’ancor si pare intorno dal Gardingo». 109. Io cominciai: «O frati, i vostri mali … »; 110. ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse 111. un, crucifisso in terra con tre pali. 112. Quando mi vide, tutto si distorse, 113. soffiando ne la barba con sospiri; 114. e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, 115. mi disse: «Quel confitto che tu miri, 116. consigliò i Farisei che convenia 117. porre un uom per lo popolo a’ martìri. 118. Attraversato è, nudo, ne la via, 119. come tu vedi, ed è mestier ch’el senta 120. qualunque passa, come pesa, pria. 121. E a tal modo il socero si stenta 122. in questa fossa, e li altri dal concilio 123. che fu per li Giudei mala sementa». 124. Allor vid’ io maravigliar Virgilio 125. sovra colui ch’era disteso in croce 126. tanto vilmente ne l’etterno essilio. 127. Poscia drizzò al frate cotal voce: 128. «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 129. s’a la man destra giace alcuna foce 130. onde noi amendue possiamo uscirci, 131. sanza costrigner de li angeli neri 132. che vegnan d’esto fondo a dipartirci». 133. Rispuose adunque: «Più che tu non speri 134. s’appressa un sasso che da la gran cerchia 135. si move e varca tutt’ i vallon feri, 136. salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; 137. montar potrete su per la ruina, 138. che giace in costa e nel fondo soperchia». 139. Lo duca stette un poco a testa china; 140. poi disse: «Mal contava la bisogna 141. colui che i peccator di qua uncina». 142. E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna 143. del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ 144. ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna». 145. Appresso il duca a gran passi sen gì, 146. turbato un poco d’ira nel sembiante; 147. ond’ io da li ’ncarcati mi parti’ 148. dietro a le poste de le care piante. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXIV |
|
![]() |
I ladri Vanni Fucci . . . . . . . . . |
|
|
1. In quella parte del giovanetto anno 2. che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra 3. e già le notti al mezzo dì sen vanno, 4. quando la brina in su la terra assempra 5. l’imagine di sua sorella bianca, 6. ma poco dura a la sua penna tempra, 7. lo villanello a cui la roba manca, 8. si leva, e guarda, e vede la campagna 9. biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca, 10. ritorna in casa, e qua e là si lagna, 11. come ’l tapin che non sa che si faccia; 12. poi riede, e la speranza ringavagna, 13. veggendo ’l mondo aver cangiata faccia 14. in poco d’ora, e prende suo vincastro 15. e fuor le pecorelle a pascer caccia. 16. Così mi fece sbigottir lo mastro 17. quand’ io li vidi sì turbar la fronte, 18. e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; 19. ché, come noi venimmo al guasto ponte, 20. lo duca a me si volse con quel piglio 21. dolce ch’io vidi prima a piè del monte. 22. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 23. eletto seco riguardando prima 24. ben la ruina, e diedemi di piglio. 25. E come quei ch’adopera ed estima, 26. che sempre par che ’nnanzi si proveggia, 27. così, levando me sù ver’ la cima 28. d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia 29. dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; 30. ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». 31. Non era via da vestito di cappa, 32. ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, 33. potavam sù montar di chiappa in chiappa. 34. E se non fosse che da quel precinto 35. più che da l’altro era la costa corta, 36. non so di lui, ma io sarei ben vinto. 37. Ma perché Malebolge inver’ la porta 38. del bassissimo pozzo tutta pende, 39. lo sito di ciascuna valle porta 40. che l’una costa surge e l’altra scende; 41. noi pur venimmo al fine in su la punta 42. onde l’ultima pietra si scoscende. 43. La lena m’era del polmon sì munta 44. quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, 45. anzi m’assisi ne la prima giunta. 46. «Omai convien che tu così ti spoltre», 47. disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, 48. in fama non si vien, né sotto coltre; 49. sanza la qual chi sua vita consuma, 50. cotal vestigio in terra di sé lascia, 51. qual fummo in aere e in acqua la schiuma. 52. E però leva sù; vinci l’ambascia 53. con l’animo che vince ogne battaglia, 54. se col suo grave corpo non s’accascia. 55. Più lunga scala convien che si saglia; 53. non basta da costoro esser partito. 57. Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». 58. Leva’mi allor, mostrandomi fornito 59. meglio di lena ch’i’ non mi sentia, 60. e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». 61. Su per lo scoglio prendemmo la via, 62. ch’era ronchioso, stretto e malagevole, 63. ed erto più assai che quel di pria. 64. Parlando andava per non parer fievole; 65. onde una voce uscì de l’altro fosso, 66. a parole formar disconvenevole. 67. Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso 68. fossi de l’arco già che varca quivi; 69. ma chi parlava ad ire parea mosso. 70. Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi 71. non poteano ire al fondo per lo scuro; 72. per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi 73. da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; 74. ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, 75. così giù veggio e neente affiguro». 76. «Altra risposta», disse, «non ti rendo 77. se non lo far; ché la dimanda onesta 78. si de’ seguir con l’opera tacendo». 79. Noi discendemmo il ponte da la testa 80. dove s’aggiugne con l’ottava ripa, 81. e poi mi fu la bolgia manifesta: 82. e vidivi entro terribile stipa 83. di serpenti, e di sì diversa mena 84. che la memoria il sangue ancor mi scipa. 85. Più non si vanti Libia con sua rena; 86. ché se chelidri, iaculi e faree 87. produce, e cencri con anfisibena, 88. né tante pestilenzie né sì ree 89. mostrò già mai con tutta l’Etiopia 90. né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. 91. Tra questa cruda e tristissima copia 92. correan genti nude e spaventate, 93. sanza sperar pertugio o elitropia: 94. con serpi le man dietro avean legate; 95. quelle ficcavan per le ren la coda 96. e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. 97. Ed ecco a un ch’era da nostra proda, 98. s’avventò un serpente che ’l trafisse 99. là dove ’l collo a le spalle s’annoda. 100. Né O sì tosto mai né i si scrisse, 101. com’ el s’accese e arse, e cener tutto 102. convenne che cascando divenisse; 103. e poi che fu a terra sì distrutto, 104. la polver si raccolse per sé stessa 105. e ’n quel medesmo ritornò di butto. 106. Così per li gran savi si confessa 107. che la fenice more e poi rinasce, 108. quando al cinquecentesimo anno appressa; 109. erba né biado in sua vita non pasce, 110. ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, 111. e nardo e mirra son l’ultime fasce. 112. E qual è quel che cade, e non sa como, 113. per forza di demon ch’a terra il tira, 114. o d’altra oppilazion che lega l’omo, 115. quando si leva, che ’ntorno si mira 116. tutto smarrito de la grande angoscia 117. ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: 118. tal era ’l peccator levato poscia. 119. Oh potenza di Dio, quant’ è severa, 120. che cotai colpi per vendetta croscia! 121. Lo duca il domandò poi chi ello era; 122. per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, 123. poco tempo è, in questa gola fiera. 124. Vita bestial mi piacque e non umana, 125. sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci 126. bestia, e Pistoia mi fu degna tana». 127. E io al duca: «Dilli che non mucci, 128. e domanda che colpa qua giù ’l pinse; 129. ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci». 130. E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, 131. ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, 132. e di trista vergogna si dipinse; 133. poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto 134. ne la miseria dove tu mi vedi, 135. che quando fui de l’altra vita tolto. 136. Io non posso negar quel che tu chiedi; 137. in giù son messo tanto perch’ io fui 138. ladro a la sagrestia d’i belli arredi, 139. e falsamente già fu apposto altrui. 140. Ma perché di tal vista tu non godi, 141. se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, 142. apri li orecchi al mio annunzio, e odi. 143. Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; 144. poi Fiorenza rinova gente e modi. 145. Tragge Marte vapor di Val di Magra 146. ch’è di torbidi nuvoli involuto; 147. e con tempesta impetuosa e agra 148. sovra Campo Picen fia combattuto; 149. ond’ ei repente spezzerà la nebbia, 150. sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. 151. E detto l’ho perché doler ti debbia!». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXV |
|
![]() |
Altri ladri – Il centauro Caco Puccio Sciancato . . . . . . . . . |
|
|
1. Al fine de le sue parole il ladro 2. le mani alzò con amendue le fiche, 3. gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». 4. Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, 5. perch’ una li s’avvolse allora al collo, 6. come dicesse «Non vo’ che più diche»; 7. e un’altra a le braccia, e rilegollo, 8. ribadendo sé stessa sì dinanzi, 9. che non potea con esse dare un crollo. 10. Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi 11. d’incenerarti sì che più non duri, 12. poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? 13. Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri 14. non vidi spirto in Dio tanto superbo, 15. non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. 16. El si fuggì che non parlò più verbo; 17. e io vidi un centauro pien di rabbia 18. venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?». 19. Maremma non cred’ io che tante n’abbia, 20. quante bisce elli avea su per la groppa 21. infin ove comincia nostra labbia. 22. Sovra le spalle, dietro da la coppa, 23. con l’ali aperte li giacea un draco; 24. e quello affuoca qualunque s’intoppa. 25. Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, 26. che, sotto ’l sasso di monte Aventino, 27. di sangue fece spesse volte laco. 28. Non va co’ suoi fratei per un cammino, 29. per lo furto che frodolente fece 30. del grande armento ch’elli ebbe a vicino; 31. onde cessar le sue opere biece 32. sotto la mazza d’Ercule, che forse 33. gliene diè cento, e non sentì le diece». 34. Mentre che sì parlava, ed el trascorse, 35. e tre spiriti venner sotto noi, 36. de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse, 37. se non quando gridar: «Chi siete voi?»; 38. per che nostra novella si ristette, 39. e intendemmo pur ad essi poi. 40. Io non li conoscea; ma ei seguette, 41. come suol seguitar per alcun caso, 42. che l’un nomar un altro convenette, 43. dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; 44. per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, 45. mi puosi ’l dito su dal mento al naso. 46. Se tu se’ or, lettore, a creder lento 47. ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, 48. ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 49. Com’ io tenea levate in lor le ciglia, 50. e un serpente con sei piè si lancia 51. dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. 52. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia 53. e con li anterior le braccia prese; 54. poi li addentò e l’una e l’altra guancia; 55. li diretani a le cosce distese, 53. e miseli la coda tra ’mbedue 57. e dietro per le ren sù la ritese. 58. Ellera abbarbicata mai non fue 59. ad alber sì, come l’orribil fiera 60. per l’altrui membra avviticchiò le sue. 61. Poi s’appiccar, come di calda cera 62. fossero stati, e mischiar lor colore, 63. né l’un né l’altro già parea quel ch’era: 64. come procede innanzi da l’ardore, 65. per lo papiro suso, un color bruno 66. che non è nero ancora e ’l bianco more. 67. Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno 68. gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! 69. Vedi che già non se’ né due né uno». 70. Già eran li due capi un divenuti, 71. quando n’apparver due figure miste 72. in una faccia, ov’ eran due perduti. 73. Fersi le braccia due di quattro liste; 74. le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso 75. divenner membra che non fuor mai viste. 76. Ogne primaio aspetto ivi era casso: 77. due e nessun l’imagine perversa 78. parea; e tal sen gio con lento passo. 79. Come ’l ramarro sotto la gran fersa 80. dei dì canicular, cangiando sepe, 81. folgore par se la via attraversa, 82. sì pareva, venendo verso l’epe 83. de li altri due, un serpentello acceso, 84. livido e nero come gran di pepe; 85. e quella parte onde prima è preso 86. nostro alimento, a l’un di lor trafisse; 87. poi cadde giuso innanzi lui disteso. 88. Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; 89. anzi, co’ piè fermati, sbadigliava 90. pur come sonno o febbre l’assalisse. 91. Elli ’l serpente e quei lui riguardava; 92. l’un per la piaga e l’altro per la bocca 93. fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. 94. Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca 95. del misero Sabello e di Nasidio, 96. e attenda a udir quel ch’or si scocca. 97. Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, 98. ché se quello in serpente e quella in fonte 99. converte poetando, io non lo ’nvidio; 100. ché due nature mai a fronte a fronte 101. non trasmutò sì ch’amendue le forme 102. a cambiar lor matera fosser pronte. 103. Insieme si rispuosero a tai norme, 104. che ’l serpente la coda in forca fesse, 105. e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. 106. Le gambe con le cosce seco stesse 107. s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura 108. non facea segno alcun che si paresse. 109. Togliea la coda fessa la figura 110. che si perdeva là, e la sua pelle 111. si facea molle, e quella di là dura. 112. Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, 113. e i due piè de la fiera, ch’eran corti, 114. tanto allungar quanto accorciavan quelle. 115. Poscia li piè di rietro, insieme attorti, 116. diventaron lo membro che l’uom cela, 117. e ’l misero del suo n’avea due porti. 118. Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela 119. di color novo, e genera ’l pel suso 120. per l’una parte e da l’altra il dipela, 121. l’un si levò e l’altro cadde giuso, 122. non torcendo però le lucerne empie, 123. sotto le quai ciascun cambiava muso. 124. Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, 125. e di troppa matera ch’in là venne 126. uscir li orecchi de le gote scempie; 127. ciò che non corse in dietro e si ritenne 128. di quel soverchio, fé naso a la faccia 129. e le labbra ingrossò quanto convenne. 130. Quel che giacea, il muso innanzi caccia, 131. e li orecchi ritira per la testa 132. come face le corna la lumaccia; 133. e la lingua, ch’avea unita e presta 134. prima a parlar, si fende, e la forcuta 135. ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. 136. L’anima ch’era fiera divenuta, 137. suffolando si fugge per la valle, 138. e l’altro dietro a lui parlando sputa. 139. Poscia li volse le novelle spalle, 140. e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, 141. com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle». 142. Così vid’ io la settima zavorra 143. mutare e trasmutare; e qui mi scusi 144. la novità se fior la penna abborra. 145. E avvegna che li occhi miei confusi 146. fossero alquanto e l’animo smagato, 147. non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 148. ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; 149. ed era quel che sol, di tre compagni 150. che venner prima, non era mutato; 151. l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXVI |
|
![]() |
I consiglieri di frode – Gli ingannatori Ulisse e Diomede . . . . . . . . . |
|
|
1. Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande 2. che per mare e per terra batti l’ali, 3. e per lo ’nferno tuo nome si spande! 4. Tra li ladron trovai cinque cotali 5. tuoi cittadini onde mi ven vergogna, 6. e tu in grande orranza non ne sali. 7. Ma se presso al mattin del ver si sogna, 8. tu sentirai, di qua da picciol tempo, 9. di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. 10. E se già fosse, non saria per tempo. 11. Così foss’ ei, da che pur esser dee! 12. ché più mi graverà, com’ più m’attempo. 13. Noi ci partimmo, e su per le scalee 14. che n’avea fatto iborni a scender pria, 15. rimontò ’l duca mio e trasse mee; 16. e proseguendo la solinga via, 17. tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio 18. lo piè sanza la man non si spedia. 19. Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio 20. quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, 21. e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, 22. perché non corra che virtù nol guidi; 23. sì che, se stella bona o miglior cosa 24. m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. 25. Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, 26. nel tempo che colui che ’l mondo schiara 27. la faccia sua a noi tien meno ascosa, 28. come la mosca cede a la zanzara, 29. vede lucciole giù per la vallea, 30. forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: 31. di tante fiamme tutta risplendea 32. l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi 33. tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. 34. E qual colui che si vengiò con li orsi 35. vide ’l carro d’Elia al dipartire, 36. quando i cavalli al cielo erti levorsi, 37. che nol potea sì con li occhi seguire, 38. ch’el vedesse altro che la fiamma sola, 39. sì come nuvoletta, in sù salire: 40. tal si move ciascuna per la gola 41. del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, 42. e ogne fiamma un peccatore invola. 43. Io stava sovra ’l ponte a veder surto, 44. sì che s’io non avessi un ronchion preso, 45. caduto sarei giù sanz’ esser urto. 46. E ’l duca che mi vide tanto atteso, 47. disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; 48. catun si fascia di quel ch’elli è inceso». 49. «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti 50. son io più certo; ma già m’era avviso 51. che così fosse, e già voleva dirti: 52. chi è ’n quel foco che vien sì diviso 53. di sopra, che par surger de la pira 54. dov’ Eteòcle col fratel fu miso?». 55. Rispuose a me: «Là dentro si martira 53. Ulisse e Diomede, e così insieme 57. a la vendetta vanno come a l’ira; 58. e dentro da la lor fiamma si geme 59. l’agguato del caval che fé la porta 60. onde uscì de’ Romani il gentil seme. 61. Piangevisi entro l’arte per che, morta, 62. Deidamìa ancor si duol d’Achille, 63. e del Palladio pena vi si porta». 64. «S’ei posson dentro da quelle faville 65. parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego 66. e ripriego, che ’l priego vaglia mille, 67. che non mi facci de l’attender niego 68. fin che la fiamma cornuta qua vegna; 69. vedi che del disio ver’ lei mi piego!». 70. Ed elli a me: «La tua preghiera è degna 71. di molta loda, e io però l’accetto; 72. ma fa che la tua lingua si sostegna. 73. Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto 74. ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, 75. perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto». 76. Poi che la fiamma fu venuta quivi 77. dove parve al mio duca tempo e loco, 78. in questa forma lui parlare audivi: 79. «O voi che siete due dentro ad un foco, 80. s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, 81. s’io meritai di voi assai o poco 82. quando nel mondo li alti versi scrissi, 83. non vi movete; ma l’un di voi dica 84. dove, per lui, perduto a morir gissi». 85. Lo maggior corno de la fiamma antica 86. cominciò a crollarsi mormorando, 87. pur come quella cui vento affatica; 88. indi la cima qua e là menando, 89. come fosse la lingua che parlasse, 90. gittò voce di fuori e disse: «Quando 91. mi diparti’ da Circe, che sottrasse 92. me più d’un anno là presso a Gaeta, 93. prima che sì Enea la nomasse, 94. né dolcezza di figlio, né la pieta 95. del vecchio padre, né ’l debito amore 96. lo qual dovea Penelopè far lieta, 97. vincer potero dentro a me l’ardore 98. ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto 99. e de li vizi umani e del valore; 100. ma misi me per l’alto mare aperto 101. sol con un legno e con quella compagna 102. picciola da la qual non fui diserto. 103. L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, 104. fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, 105. e l’altre che quel mare intorno bagna. 106. Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi 107. quando venimmo a quella foce stretta 108. dov’ Ercule segnò li suoi riguardi 109. acciò che l’uom più oltre non si metta; 110. da la man destra mi lasciai Sibilia, 111. da l’altra già m’avea lasciata Setta. 112. “O frati”, dissi “che per cento milia 113. perigli siete giunti a l’occidente, 114. a questa tanto picciola vigilia 115. d’i nostri sensi ch’è del rimanente 116. non vogliate negar l’esperienza, 117. di retro al sol, del mondo sanza gente. 118. Considerate la vostra semenza: 119. fatti non foste a viver come bruti, 120. ma per seguir virtute e canoscenza”. 121. Li miei compagni fec’ io sì aguti, 122. con questa orazion picciola, al cammino, 123. che a pena poscia li avrei ritenuti; 124. e volta nostra poppa nel mattino, 125. de’ remi facemmo ali al folle volo, 126. sempre acquistando dal lato mancino. 127. Tutte le stelle già de l’altro polo 128. vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, 129. che non surgea fuor del marin suolo. 130. Cinque volte racceso e tante casso 131. lo lume era di sotto da la luna, 132. poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, 133. quando n’apparve una montagna, bruna 134. per la distanza, e parvemi alta tanto 135. quanto veduta non avea alcuna. 136. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; 137. ché de la nova terra un turbo nacque 138. e percosse del legno il primo canto. 139. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; 140. a la quarta levar la poppa in suso 141. e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, 142. infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXVII |
|
![]() |
Ingannatori e violenti Guido da Montefeltro Bonifacio VIII . . . . . . |
|
|
1. Già era dritta in sù la fiamma e queta 2. per non dir più, e già da noi sen gia 3. con la licenza del dolce poeta, 4. quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, 5. ne fece volger li occhi a la sua cima 6. per un confuso suon che fuor n’uscia. 7. Come ’l bue cicilian che mugghiò prima 8. col pianto di colui, e ciò fu dritto, 9. che l’avea temperato con sua lima, 10. mugghiava con la voce de l’afflitto, 11. sì che, con tutto che fosse di rame, 12. pur el pareva dal dolor trafitto; 13. così, per non aver via né forame 14. dal principio nel foco, in suo linguaggio 15. si convertian le parole grame. 16. Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio 17. su per la punta, dandole quel guizzo 18. che dato avea la lingua in lor passaggio, 19. udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo 20. la voce e che parlavi mo lombardo, 21. Dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, 22. perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, 23. non t’incresca restare a parlar meco; 24. vedi che non incresce a me, e ardo! 25. Se tu pur mo in questo mondo cieco 26. caduto se’ di quella dolce terra 27. latina ond’ io mia colpa tutta reco, 28. dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; 29. ch’io fui d’i monti là intra Orbino 30. e ’l giogo di che Tever si diserra». 31. Io era in giuso ancora attento e chino, 32. quando il mio duca mi tentò di costa, 33. dicendo: «Parla tu; questi è latino». 34. E io, ch’avea già pronta la risposta, 35. sanza indugio a parlare incominciai: 36. «O anima che se’ là giù nascosta, 37. Romagna tua non è, e non fu mai, 38. sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; 39. ma ’n palese nessuna or vi lasciai. 40. Ravenna sta come stata è molt’ anni: 41. l’aguglia da Polenta la si cova, 42. sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. 43. La terra che fé già la lunga prova 44. e di Franceschi sanguinoso mucchio, 45. sotto le branche verdi si ritrova. 46. E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, 47. che fecer di Montagna il mal governo, 48. là dove soglion fan d’i denti succhio. 49. Le città di Lamone e di Santerno 50. conduce il lioncel dal nido bianco, 51. che muta parte da la state al verno. 52. E quella cu’ il Savio bagna il fianco, 53. così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte, 54. tra tirannia si vive e stato franco. 55. Ora chi se’, ti priego che ne conte; 53. non esser duro più ch’altri sia stato, 57. se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». 58. Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato 59. al modo suo, l’aguta punta mosse 60. di qua, di là, e poi diè cotal fiato: 61. «S’i’ credesse che mia risposta fosse 62. a persona che mai tornasse al mondo, 63. questa fiamma staria sanza più scosse; 64. ma però che già mai di questo fondo 65. non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, 66. sanza tema d’infamia ti rispondo. 67. Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, 68. credendomi, sì cinto, fare ammenda; 69. e certo il creder mio venìa intero, 70. se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, 71. che mi rimise ne le prime colpe; 72. e come e quare, voglio che m’intenda. 73. Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe 74. che la madre mi diè, l’opere mie 75. non furon leonine, ma di volpe. 76. Li accorgimenti e le coperte vie 77. io seppi tutte, e sì menai lor arte, 78. ch’al fine de la terra il suono uscie. 79. Quando mi vidi giunto in quella parte 80. di mia etade ove ciascun dovrebbe 81. calar le vele e raccoglier le sarte, 82. ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe, 83. e pentuto e confesso mi rendei; 84. ahi miser lasso! e giovato sarebbe. 85. Lo principe d’i novi Farisei, 86. avendo guerra presso a Laterano, 87. e non con Saracin né con Giudei, 88. ché ciascun suo nimico era cristiano, 89. e nessun era stato a vincer Acri 90. né mercatante in terra di Soldano, 91. né sommo officio né ordini sacri 92. guardò in sé, né in me quel capestro 93. che solea fare i suoi cinti più macri. 94. Ma come Costantin chiese Silvestro 95. d’entro Siratti a guerir de la lebbre, 96. così mi chiese questi per maestro 97. a guerir de la sua superba febbre; 98. domandommi consiglio, e io tacetti 99. perché le sue parole parver ebbre. 100. E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; 101. finor t’assolvo, e tu m’insegna fare 102. sì come Penestrino in terra getti. 103. Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, 104. come tu sai; però son due le chiavi 105. che ’l mio antecessor non ebbe care”. 106. Allor mi pinser li argomenti gravi 107. là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, 108. e dissi: “Padre, da che tu mi lavi 109. di quel peccato ov’ io mo cader deggio, 110. lunga promessa con l’attender corto 111. ti farà triunfar ne l’alto seggio”. 112. Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, 113. per me; ma un d’i neri cherubini 114. li disse: “Non portar: non mi far torto. 115. Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini 116. perché diede ’l consiglio frodolente, 117. dal quale in qua stato li sono a’ crini; 118. ch’assolver non si può chi non si pente, 119. né pentere e volere insieme puossi 120. per la contradizion che nol consente”. 121. Oh me dolente! come mi riscossi 122. quando mi prese dicendomi: “Forse 123. tu non pensavi ch’io loico fossi !” . 124. A Minòs mi portò; e quelli attorse 125. otto volte la coda al dosso duro; 126. e poi che per gran rabbia la si morse, 127. disse: “Questi è d’i rei del foco furo” ; 128. per ch’io là dove vedi son perduto, 129. e sì vestito, andando, mi rancuro». 130. Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, 131. la fiamma dolorando si partio, 132. torcendo e dibattendo ’l corno aguto. 133. Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, 134. su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco 135. che cuopre ’l fosso in che si paga il fio 136. a quei che scommettendo acquistan carco. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXVIII |
|
![]() |
Gli scismatici Bertram dal Bornio – Maometto – Curio – Mosca Lamberti – . . . . . . |
|
|
1. Chi poria mai pur con parole sciolte 2. dicer del sangue e de le piaghe a pieno 3. ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? 4. Ogne lingua per certo verria meno 5. per lo nostro sermone e per la mente 6. c’hanno a tanto comprender poco seno. 7. S’el s’aunasse ancor tutta la gente 8. che già, in su la fortunata terra 9. di Puglia, fu del suo sangue dolente 10. per li Troiani e per la lunga guerra 11. che de l’anella fé sì alte spoglie, 12. come Livio scrive, che non erra, 13. con quella che sentio di colpi doglie 14. per contastare a Ruberto Guiscardo; 15. e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie 16. a Ceperan, là dove fu bugiardo 17. ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, 18. dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo; 19. e qual forato suo membro e qual mozzo 20. mostrasse, d’aequar sarebbe nulla 21. il modo de la nona bolgia sozzo. 22. Già veggia, per mezzul perdere o lulla, 23. com’ io vidi un, così non si pertugia, 24. rotto dal mento infin dove si trulla. 25. Tra le gambe pendevan le minugia; 26. la corata pareva e ’l tristo sacco 27. che merda fa di quel che si trangugia. 28. Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 29. guardommi e con le man s’aperse il petto, 30. dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco! 31. vedi come storpiato è Maometto! 32. Dinanzi a me sen va piangendo Alì, 33. fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 34. E tutti li altri che tu vedi qui, 35. seminator di scandalo e di scisma 36. fuor vivi, e però son fessi così. 37. Un diavolo è qua dietro che n’accisma 38. sì crudelmente, al taglio de la spada 39. rimettendo ciascun di questa risma, 40. quand’ avem volta la dolente strada; 41. però che le ferite son richiuse 42. prima ch’altri dinanzi li rivada. 43. Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, 44. forse per indugiar d’ire a la pena 45. ch’è giudicata in su le tue accuse?». 46. «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», 47. rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo; 48. ma per dar lui esperienza piena, 49. a me, che morto son, convien menarlo 50. per lo ’nferno qua giù di giro in giro; 51. e quest’ è ver così com’ io ti parlo». 52. Più fuor di cento che, quando l’udiro, 53. s’arrestaron nel fosso a riguardarmi 54. per maraviglia, obliando il martiro. 55. «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, 53. tu che forse vedra’ il sole in breve, 57. s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, 58. sì di vivanda, che stretta di neve 59. non rechi la vittoria al Noarese, 60. ch’altrimenti acquistar non saria leve». 61. Poi che l’un piè per girsene sospese, 62. Maometto mi disse esta parola; 63. indi a partirsi in terra lo distese. 64. Un altro, che forata avea la gola 65. e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, 66. e non avea mai ch’una orecchia sola, 67. ristato a riguardar per maraviglia 68. con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, 69. ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, 70. e disse: «O tu cui colpa non condanna 71. e cu’ io vidi su in terra latina, 72. se troppa simiglianza non m’inganna, 73. rimembriti di Pier da Medicina, 74. se mai torni a veder lo dolce piano 75. che da Vercelli a Marcabò dichina. 76. E fa saper a’ due miglior da Fano, 77. a messer Guido e anco ad Angiolello, 78. che, se l’antiveder qui non è vano, 79. gittati saran fuor di lor vasello 80. e mazzerati presso a la Cattolica 81. per tradimento d’un tiranno fello. 82. Tra l’isola di Cipri e di Maiolica 83. non vide mai sì gran fallo Nettuno, 84. non da pirate, non da gente argolica. 85. Quel traditor che vede pur con l’uno, 86. e tien la terra che tale qui meco 87. vorrebbe di vedere esser digiuno, 88. farà venirli a parlamento seco; 89. poi farà sì, ch’al vento di Focara 90. non sarà lor mestier voto né preco». 91. E io a lui: «Dimostrami e dichiara, 92. se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, 93. chi è colui da la veduta amara». 94. Allor puose la mano a la mascella 95. d’un suo compagno e la bocca li aperse, 96. gridando: «Questi è desso, e non favella. 97. Questi, scacciato, il dubitar sommerse 98. in Cesare, affermando che ’l fornito 99. sempre con danno l’attender sofferse». 100. Oh quanto mi pareva sbigottito 101. con la lingua tagliata ne la strozza 102. Curio, ch’a dir fu così ardito! 103. E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, 104. levando i moncherin per l’aura fosca, 105. sì che ’l sangue facea la faccia sozza, 106. gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, 107. che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, 108. che fu mal seme per la gente tosca». 109. E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; 110. per ch’elli, accumulando duol con duolo, 111. sen gio come persona trista e matta. 112. Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, 113. e vidi cosa ch’io avrei paura, 114. sanza più prova, di contarla solo; 115. se non che coscienza m’assicura, 116. la buona compagnia che l’uom francheggia 117. sotto l’asbergo del sentirsi pura. 118. Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, 119. un busto sanza capo andar sì come 120. andavan li altri de la trista greggia; 121. e ’l capo tronco tenea per le chiome, 122. pesol con mano a guisa di lanterna: 123. e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». 124. Di sé facea a sé stesso lucerna, 125. ed eran due in uno e uno in due; 126. com’ esser può, quei sa che sì governa. 127. Quando diritto al piè del ponte fue, 128. levò ’l braccio alto con tutta la testa 129. per appressarne le parole sue, 130. che fuoro: «Or vedi la pena molesta, 131. tu che, spirando, vai veggendo i morti: 132. vedi s’alcuna è grande come questa. 133. E perché tu di me novella porti, 134. sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli 135. che diedi al re giovane i ma’ conforti. 136. Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; 137. Achitofèl non fé più d’Absalone 138. e di Davìd coi malvagi punzelli. 139. Perch’ io parti’ così giunte persone, 140. partito porto il mio cerebro, lasso!, 141. dal suo principio ch’è in questo troncone. 142. Così s’osserva in me lo contrapasso». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXIX |
|
![]() |
I seminatori di discordia Geri del Bello – Griffolino d’Arezzo – Capocchio . . . . . . . . . |
|
|
1. La molta gente e le diverse piaghe 2. avean le luci mie sì inebriate, 3. che de lo stare a piangere eran vaghe. 4. Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? 5. perché la vista tua pur si soffolge 6. là giù tra l’ombre triste smozzicate? 7. Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; 8. pensa, se tu annoverar le credi, 9. che miglia ventidue la valle volge. 10. E già la luna è sotto i nostri piedi; 11. lo tempo è poco omai che n’è concesso, 12. e altro è da veder che tu non vedi». 13. «Se tu avessi», rispuos’ io appresso, 14. «atteso a la cagion per ch’io guardava, 15. forse m’avresti ancor lo star dimesso». 16. Parte sen giva, e io retro li andava, 17. lo duca, già faccendo la risposta, 18. e soggiugnendo: «Dentro a quella cava 19. dov’ io tenea or li occhi sì a posta, 20. credo ch’un spirto del mio sangue pianga 21. la colpa che là giù cotanto costa». 22. Allor disse ’l maestro: «Non si franga 23. lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello. 24. Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; 25. ch’io vidi lui a piè del ponticello 26. mostrarti e minacciar forte col dito, 27. e udi’ ’l nominar Geri del Bello. 28. Tu eri allor sì del tutto impedito 29. sovra colui che già tenne Altaforte, 30. che non guardasti in là, sì fu partito». 31. «O duca mio, la violenta morte 32. che non li è vendicata ancor», diss’ io, 33. «per alcun che de l’onta sia consorte, 34. fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio 35. sanza parlarmi, sì com’ io estimo: 36. e in ciò m’ha el fatto a sé più pio». 37. Così parlammo infino al loco primo 38. che de lo scoglio l’altra valle mostra, 39. se più lume vi fosse, tutto ad imo. 40. Quando noi fummo sor l’ultima chiostra 41. di Malebolge, sì che i suoi conversi 42. potean parere a la veduta nostra, 43. lamenti saettaron me diversi, 44. che di pietà ferrati avean li strali; 45. ond’ io li orecchi con le man copersi. 46. Qual dolor fora, se de li spedali 47. di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre 48. e di Maremma e di Sardigna i mali 49. fossero in una fossa tutti ’nsembre, 50. tal era quivi, e tal puzzo n’usciva 51. qual suol venir de le marcite membre. 52. Noi discendemmo in su l’ultima riva 53. del lungo scoglio, pur da man sinistra; 54. e allor fu la mia vista più viva 55. giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra 53. de l’alto Sire infallibil giustizia 57. punisce i falsador che qui registra. 58. Non credo ch’a veder maggior tristizia 59. fosse in Egina il popol tutto infermo, 60. quando fu l’aere sì pien di malizia, 61. che li animali, infino al picciol vermo, 62. cascaron tutti, e poi le genti antiche, 63. secondo che i poeti hanno per fermo, 64. si ristorar di seme di formiche; 65. ch’era a veder per quella oscura valle 66. languir li spirti per diverse biche. 67. Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle 68. l’un de l’altro giacea, e qual carpone 69. si trasmutava per lo tristo calle. 70. Passo passo andavam sanza sermone, 71. guardando e ascoltando li ammalati, 72. che non potean levar le lor persone. 73. Io vidi due sedere a sé poggiati, 74. com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia, 75. dal capo al piè di schianze macolati; 76. e non vidi già mai menare stregghia 77. a ragazzo aspettato dal segnorso, 78. né a colui che mal volontier vegghia, 79. come ciascun menava spesso il morso 80. de l’unghie sopra sé per la gran rabbia 81. del pizzicor, che non ha più soccorso; 82. e sì traevan giù l’unghie la scabbia, 83. come coltel di scardova le scaglie 84. o d’altro pesce che più larghe l’abbia. 85. «O tu che con le dita ti dismaglie», 86. cominciò ’l duca mio a l’un di loro, 87. «e che fai d’esse talvolta tanaglie, 88. dinne s’alcun Latino è tra costoro 89. che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti 90. etternalmente a cotesto lavoro». 91. «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti 92. qui ambedue», rispuose l’un piangendo; 93. «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?». 94. E ’l duca disse: «I’ son un che discendo 95. con questo vivo giù di balzo in balzo, 96. e di mostrar lo ’nferno a lui intendo». 97. Allor si ruppe lo comun rincalzo; 98. e tremando ciascuno a me si volse 99. con altri che l’udiron di rimbalzo. 100. Lo buon maestro a me tutto s’accolse, 101. dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; 102. e io incominciai, poscia ch’ei volse: 103. «Se la vostra memoria non s’imboli 104. nel primo mondo da l’umane menti, 105. ma s’ella viva sotto molti soli, 106. ditemi chi voi siete e di che genti; 107. la vostra sconcia e fastidiosa pena 108. di palesarvi a me non vi spaventi». 109. «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», 110. rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; 111. ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. 112. Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: 113. “ ’i mi saprei levar per l’aere a volo” ; 114. e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, 115. volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo 116. perch’ io nol feci Dedalo, mi fece 117. ardere a tal che l’avea per figliuolo. 118. Ma ne l’ultima bolgia de le diece 119. me per l’alchìmia che nel mondo usai 120. dannò Minòs, a cui fallar non lece». 121. E io dissi al poeta: «Or fu già mai 122. gente sì vana come la sanese? 123. Certo non la francesca sì d’assai!». 124. Onde l’altro lebbroso, che m’intese, 125. rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca 126. che seppe far le temperate spese, 127. e Niccolò che la costuma ricca 128. del garofano prima discoverse 129. ne l’orto dove tal seme s’appicca; 130. e tra’ne la brigata in che disperse 131. Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, 132. e l’Abbagliato suo senno proferse. 133. Ma perché sappi chi sì ti seconda 134. contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, 135. sì che la faccia mia ben ti risponda: 136. sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, 137. che falsai li metalli con l’alchìmia; 138. e te dee ricordar, se ben t’adocchio, 139. com’ io fui di natura buona scimia». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXX |
|
![]() |
Maestro Adamo e Sinone – I falsari . . . . . . . . . Inf. XXX, 58 – Jan Van der Straet (1523-1605) |
|
|
1. Nel tempo che Iunone era crucciata 2. per Semelè contra ’l sangue tebano, 3. come mostrò una e altra fiata, 4. Atamante divenne tanto insano, 5. che veggendo la moglie con due figli 6. andar carcata da ciascuna mano, 7. gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli 8. la leonessa e ’ leoncini al varco»; 9. e poi distese i dispietati artigli, 10. prendendo l’un ch’avea nome Learco, 11. e rotollo e percosselo ad un sasso; 12. e quella s’annegò con l’altro carco. 13. E quando la fortuna volse in basso 14. l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, 15. sì che ’nsieme col regno il re fu casso, 16. Ecuba trista, misera e cattiva, 17. poscia che vide Polissena morta, 18. e del suo Polidoro in su la riva 19. del mar si fu la dolorosa accorta, 20. forsennata latrò sì come cane; 21. tanto il dolor le fé la mente torta. 22. Ma né di Tebe furie né troiane 23. si vider mai in alcun tanto crude, 24. non punger bestie, nonché membra umane, 25. quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, 26. che mordendo correvan di quel modo 27. che ’l porco quando del porcil si schiude. 28. L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo 29. del collo l’assannò, sì che, tirando, 30. grattar li fece il ventre al fondo sodo. 31. E l’Aretin che rimase, tremando 32. mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, 33. e va rabbioso altrui così conciando». 34. «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi 35. li denti a dosso, non ti sia fatica 36. a dir chi è, pria che di qui si spicchi». 37. Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica 38. di Mirra scellerata, che divenne 39. al padre, fuor del dritto amore, amica. 40. Questa a peccar con esso così venne, 41. falsificando sé in altrui forma, 42. come l’altro che là sen va, sostenne, 43. per guadagnar la donna de la torma, 44. falsificare in sé Buoso Donati, 45. testando e dando al testamento norma». 46. E poi che i due rabbiosi fuor passati 47. sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, 48. rivolsilo a guardar li altri mal nati. 49. Io vidi un, fatto a guisa di leuto, 50. pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia 51. tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. 52. La grave idropesì, che sì dispaia 53. le membra con l’omor che mal converte, 54. che ’l viso non risponde a la ventraia, 55. faceva lui tener le labbra aperte 53. come l’etico fa, che per la sete 57. l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte. 58. «O voi che sanz’ alcuna pena siete, 59. e non so io perché, nel mondo gramo», 60. diss’ elli a noi, «guardate e attendete 61. a la miseria del maestro Adamo; 62. io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, 63. e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. 64. Li ruscelletti che d’i verdi colli 65. del Casentin discendon giuso in Arno, 66. faccendo i lor canali freddi e molli, 67. sempre mi stanno innanzi, e non indarno, 68. ché l’imagine lor vie più m’asciuga 69. che ’l male ond’ io nel volto mi discarno. 70. La rigida giustizia che mi fruga 71. tragge cagion del loco ov’ io peccai 72. a metter più li miei sospiri in fuga. 73. Ivi è Romena, là dov’ io falsai 74. la lega suggellata del Batista; 75. per ch’io il corpo sù arso lasciai. 76. Ma s’io vedessi qui l’anima trista 77. di Guido o d’Alessandro o di lor frate, 78. per Fonte Branda non darei la vista. 79. Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate 80. ombre che vanno intorno dicon vero; 81. ma che mi val, c’ho le membra legate? 82. S’io fossi pur di tanto ancor leggero 83. ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia, 84. io sarei messo già per lo sentiero, 85. cercando lui tra questa gente sconcia, 86. con tutto ch’ella volge undici miglia, 87. e men d’un mezzo di traverso non ci ha. 88. Io son per lor tra sì fatta famiglia; 89. e’ m’indussero a batter li fiorini 90. ch’avevan tre carati di mondiglia». 91. E io a lui: «Chi son li due tapini 92. che fumman come man bagnate ’l verno, 93. giacendo stretti a’ tuoi destri confini?». 94. «Qui li trovai e poi volta non dierno», 95. rispuose, «quando piovvi in questo greppo, 96. e non credo che dieno in sempiterno. 97. L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; 98. l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia: 99. per febbre aguta gittan tanto leppo». 100. E l’un di lor, che si recò a noia 101. forse d’esser nomato sì oscuro, 102. col pugno li percosse l’epa croia. 103. Quella sonò come fosse un tamburo; 104. e mastro Adamo li percosse il volto 105. col braccio suo, che non parve men duro, 106. dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto 107. lo muover per le membra che son gravi, 108. ho io il braccio a tal mestiere sciolto». 109. Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi 110. al fuoco, non l’avei tu così presto; 111. ma sì e più l’avei quando coniavi». 112. E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: 113. ma tu non fosti sì ver testimonio 114. là ’ve del ver fosti a Troia richesto». 115. «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», 116. disse Sinon; «e son qui per un fallo, 117. e tu per più ch’alcun altro demonio!». 118. «Ricorditi, spergiuro, del cavallo», 119. rispuose quel ch’avea infiata l’epa; 120. «e sieti reo che tutto il mondo sallo!». 121. «E te sia rea la sete onde ti crepa», 122. disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia 123. che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!». 124. Allora il monetier: «Così si squarcia 125. la bocca tua per tuo mal come suole; 126. ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, 127. tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, 128. e per leccar lo specchio di Narcisso, 129. non vorresti a ’nvitar molte parole». 130. Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, 131. quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira, 132. che per poco che teco non mi risso!». 133. Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, 134. volsimi verso lui con tal vergogna, 135. ch’ancor per la memoria mi si gira. 136. Qual è colui che suo dannaggio sogna, 137. che sognando desidera sognare, 138. sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, 139. tal mi fec’ io, non possendo parlare, 140. che disiava scusarmi, e scusava 141. me tuttavia, e nol mi credea fare. 142. «Maggior difetto men vergogna lava», 143. disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato; 144. però d’ogne trestizia ti disgrava. 145. E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, 146. se più avvien che fortuna t’accoglia 147. dove sien genti in simigliante piato: 148. ché voler ciò udire è bassa voglia». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXXI |
|
![]() |
I giganti intorno al pozzo Jan Van der Straet torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti, cui minaccia Giove del cielo ancora quando tuona Inf. XXXI, 43-45 |
|
|
1. Una medesma lingua pria mi morse, 2. sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, 3. e poi la medicina mi riporse; 4. così od’ io che solea far la lancia 5. d’Achille e del suo padre esser cagione 6. prima di trista e poi di buona mancia. 7. Noi demmo il dosso al misero vallone 8. su per la ripa che ’l cinge dintorno, 9. attraversando sanza alcun sermone. 10. Quiv’ era men che notte e men che giorno, 11. sì che ’l viso m’andava innanzi poco; 12. ma io senti’ sonare un alto corno, 13. tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, 14. che, contra sé la sua via seguitando, 15. dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. 16. Dopo la dolorosa rotta, quando 17. Carlo Magno perdé la santa gesta, 18. non sonò sì terribilmente Orlando. 19. Poco portai in là volta la testa, 20. che me parve veder molte alte torri; 21. ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?». 22. Ed elli a me: «Però che tu trascorri 23. per le tenebre troppo da la lungi, 24. avvien che poi nel maginare abborri. 25. Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, 26. quanto ’l senso s’inganna di lontano; 27. però alquanto più te stesso pungi». 28. Poi caramente mi prese per mano 29. e disse: «Pria che noi siam più avanti, 30. acciò che ’l fatto men ti paia strano, 31. sappi che non son torri, ma giganti, 32. e son nel pozzo intorno da la ripa 33. da l’umbilico in giuso tutti quanti». 34. Come quando la nebbia si dissipa, 35. lo sguardo a poco a poco raffigura 36. ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, 37. così forando l’aura grossa e scura, 38. più e più appressando ver’ la sponda, 39. fuggiemi errore e cresciemi paura; 40. però che, come su la cerchia tonda 41. Montereggion di torri si corona, 42. così la proda che ’l pozzo circonda 43. torreggiavan di mezza la persona 44. li orribili giganti, cui minaccia 45. Giove del cielo ancora quando tuona. 46. E io scorgeva già d’alcun la faccia, 47. le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, 48. e per le coste giù ambo le braccia. 49. Natura certo, quando lasciò l’arte 50. di sì fatti animali, assai fé bene 51. per tòrre tali essecutori a Marte. 52. E s’ella d’elefanti e di balene 53. non si pente, chi guarda sottilmente, 54. più giusta e più discreta la ne tene; 55. ché dove l’argomento de la mente 53. s’aggiugne al mal volere e a la possa, 57. nessun riparo vi può far la gente. 58. La faccia sua mi parea lunga e grossa 59. come la pina di San Pietro a Roma, 60. e a sua proporzione eran l’altre ossa; 61. sì che la ripa, ch’era perizoma 62. dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto 63. di sovra, che di giugnere a la chioma 64. tre Frison s’averien dato mal vanto; 65. però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi 66. dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. 67. «Raphèl maì amècche zabì almi», 68. cominciò a gridar la fiera bocca, 69. cui non si convenia più dolci salmi. 70. E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, 71. tienti col corno, e con quel ti disfoga 72. quand’ ira o altra passion ti tocca! 73. Cércati al collo, e troverai la soga 74. che ’l tien legato, o anima confusa, 75. e vedi lui che ’l gran petto ti doga». 76. Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; 77. questi è Nembrotto per lo cui mal coto 78. pur un linguaggio nel mondo non s’usa. 79. Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; 80. ché così è a lui ciascun linguaggio 81. come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». 82. Facemmo adunque più lungo viaggio, 83. vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro 84. trovammo l’altro assai più fero e maggio. 85. A cigner lui qual che fosse ’l maestro, 86. non so io dir, ma el tenea soccinto 87. dinanzi l’altro e dietro il braccio destro 88. d’una catena che ’l tenea avvinto 89. dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto 90. si ravvolgea infino al giro quinto. 91. «Questo superbo volle esser esperto 92. di sua potenza contra ’l sommo Giove», 93. disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto. 94. Fialte ha nome, e fece le gran prove 95. quando i giganti fer paura a’ dèi; 96. le braccia ch’el menò, già mai non move». 97. E io a lui: «S’esser puote, io vorrei 98. che de lo smisurato Briareo 99. esperienza avesser li occhi mei». 100. Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo 101. presso di qui che parla ed è disciolto, 102. che ne porrà nel fondo d’ogne reo. 103. Quel che tu vuo’ veder, più là è molto 104. ed è legato e fatto come questo, 105. salvo che più feroce par nel volto». 106. Non fu tremoto già tanto rubesto, 107. che scotesse una torre così forte, 108. come Fialte a scuotersi fu presto. 109. Allor temett’ io più che mai la morte, 110. e non v’era mestier più che la dotta, 111. s’io non avessi viste le ritorte. 112. Noi procedemmo più avante allotta, 113. e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, 114. sanza la testa, uscia fuor de la grotta. 115. «O tu che ne la fortunata valle 116. che fece Scipion di gloria reda, 117. quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle, 118. recasti già mille leon per preda, 119. e che, se fossi stato a l’alta guerra 120. de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda 121. ch’avrebber vinto i figli de la terra: 122. mettine giù, e non ten vegna schifo, 123. dove Cocito la freddura serra. 124. Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: 125. questi può dar di quel che qui si brama; 126. però ti china e non torcer lo grifo. 127. Ancor ti può nel mondo render fama, 128. ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta 129. se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». 130. Così disse ’l maestro; e quelli in fretta 131. le man distese, e prese ’l duca mio, 132. ond’ Ercule sentì già grande stretta. 133. Virgilio, quando prender si sentio, 134. disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; 135. poi fece sì ch’un fascio era elli e io. 136. Qual pare a riguardar la Carisenda 137. sotto ’l chinato, quando un nuvol vada 138. sovr’ essa sì, ched ella incontro penda: 139. tal parve Anteo a me che stava a bada 140. di vederlo chinare, e fu tal ora 141. ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. 142. Ma lievemente al fondo che divora 143. Lucifero con Giuda, ci sposò; 144. né, sì chinato, lì fece dimora, 145. e come albero in nave si levò. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXXII |
|
![]() I traditori dei parenti Gustave Dorè Per ch’io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante. Inf. XXXII, 22-24 |
![]() I traditori dei politici Gustave Dorè Poscia vid’ io mille visi cagnazzi fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, e verrà sempre, de’ gelati guazzi. Inf. XXXII, 70-72 |
|
|
1. S’io avessi le rime aspre e chiocce, 2. come si converrebbe al tristo buco 3. sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, 4. io premerei di mio concetto il suco 5. più pienamente; ma perch’ io non l’abbo, 6. non sanza tema a dicer mi conduco; 7. ché non è impresa da pigliare a gabbo 8. discriver fondo a tutto l’universo, 9. né da lingua che chiami mamma o babbo. 10. Ma quelle donne aiutino il mio verso 11. ch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe, 12. sì che dal fatto il dir non sia diverso. 13. Oh sovra tutte mal creata plebe 14. che stai nel loco onde parlare è duro, 15. mei foste state qui pecore o zebe! 16. Come noi fummo giù nel pozzo scuro 17. sotto i piè del gigante assai più bassi, 18. e io mirava ancora a l’alto muro, 19. dicere udi’mi: «Guarda come passi: 20. va sì, che tu non calchi con le piante 21. le teste de’ fratei miseri lassi». 22. Per ch’io mi volsi, e vidimi davante 23. e sotto i piedi un lago che per gelo 24. avea di vetro e non d’acqua sembiante. 25. Non fece al corso suo sì grosso velo 26. di verno la Danoia in Osterlicchi, 27. né Tanai là sotto ’l freddo cielo, 28. com’ era quivi; che se Tambernicchi 29. vi fosse sù caduto, o Pietrapana, 30. non avria pur da l’orlo fatto cricchi. 31. E come a gracidar si sta la rana 32. col muso fuor de l’acqua, quando sogna 33. di spigolar sovente la villana, 34. livide, insin là dove appar vergogna 35. eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, 36. mettendo i denti in nota di cicogna. 37. Ognuna in giù tenea volta la faccia; 38. da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo 39. tra lor testimonianza si procaccia. 40. Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, 41. volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, 42. che ’l pel del capo avieno insieme misto. 43. «Ditemi, voi che sì strignete i petti», 44. diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; 45. e poi ch’ebber li visi a me eretti, 46. li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, 47. gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse 48. le lagrime tra essi e riserrolli. 49. Con legno legno spranga mai non cinse 50. forte così; ond’ ei come due becchi 51. cozzaro insieme, tanta ira li vinse. 52. E un ch’avea perduti ambo li orecchi 53. per la freddura, pur col viso in giùe, 54. disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? 55. Se vuoi saper chi son cotesti due, 53. la valle onde Bisenzo si dichina 57. del padre loro Alberto e di lor fue. 58. D’un corpo usciro; e tutta la Caina 59. potrai cercare, e non troverai ombra 60. degna più d’esser fitta in gelatina: 61. non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra 62. con esso un colpo per la man d’Artù; 63. non Focaccia; non questi che m’ingombra 64. col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, 65. e fu nomato Sassol Mascheroni; 66. se tosco se’, ben sai omai chi fu. 67. E perché non mi metti in più sermoni, 68. sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; 69. e aspetto Carlin che mi scagioni». 70. Poscia vid’ io mille visi cagnazzi 71. fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, 72. e verrà sempre, de’ gelati guazzi. 73. E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo 74. al quale ogne gravezza si rauna, 75. e io tremava ne l’etterno rezzo; 76. se voler fu o destino o fortuna, 77. non so; ma, passeggiando tra le teste, 78. forte percossi ’l piè nel viso ad una. 79. Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? 80. se tu non vieni a crescer la vendetta 81. di Montaperti, perché mi moleste?». 82. E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, 83. sì ch’io esca d’un dubbio per costui; 84. poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». 85. Lo duca stette, e io dissi a colui 86. che bestemmiava duramente ancora: 87. «Qual se’ tu che così rampogni altrui?». 88. «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, 89. percotendo», rispuose, «altrui le gote, 90. sì che, se fossi vivo, troppo fora?». 91. «Vivo son io, e caro esser ti puote», 92. fu mia risposta, «se dimandi fama, 93. ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». 94. Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. 95. Lèvati quinci e non mi dar più lagna, 96. ché mal sai lusingar per questa lama!». 97. Allor lo presi per la cuticagna 98. e dissi: «El converrà che tu ti nomi, 99. o che capel qui sù non ti rimagna». 100. Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, 101. né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, 102. se mille fiate in sul capo mi tomi». 103. Io avea già i capelli in mano avvolti, 104. e tratti glien’ avea più d’una ciocca, 105. latrando lui con li occhi in giù raccolti, 106. quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? 107. non ti basta sonar con le mascelle, 108. se tu non latri? qual diavol ti tocca?». 109. «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, 110. malvagio traditor; ch’a la tua onta 111. io porterò di te vere novelle». 112. «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; 113. ma non tacer, se tu di qua entro eschi, 114. di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. 115. El piange qui l’argento de’ Franceschi: 116. “Io vidi” , potrai dir, “quel da Duera 117. là dove i peccatori stanno freschi” . 118. Se fossi domandato “Altri chi v’era? ” , 119. tu hai dallato quel di Beccheria 120. di cui segò Fiorenza la gorgiera. 121. Gianni de’ Soldanier credo che sia 122. più là con Ganellone e Tebaldello, 123. ch’aprì Faenza quando si dormia». 124. Noi eravam partiti già da ello, 125. ch’io vidi due ghiacciati in una buca, 126. sì che l’un capo a l’altro era cappello; 127. e come ’l pan per fame si manduca, 128. così ’l sovran li denti a l’altro pose 129. là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: 130. non altrimenti Tideo si rose 131. le tempie a Menalippo per disdegno, 132. che quei faceva il teschio e l’altre cose. 133. «O tu che mostri per sì bestial segno 134. odio sovra colui che tu ti mangi, 135. dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno, 136. che se tu a ragion di lui ti piangi, 137. sappiendo chi voi siete e la sua pecca, 138. nel mondo suso ancora io te ne cangi, 139. se quella con ch’io parlo non si secca». |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXXIII |
|
![]() Il Conte Ugolino Jan Van der Straet La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto. Inf. XXXIII, 1-3 |
![]() Incontro con frate Alberigo dei Manfredi Jan Van der Straet Noi passammo oltre, là ’ve la gelata ruvidamente un’altra gente fascia, non volta in giù, ma tutta riversata. Inf. XXXIII, 91-93 |
|
|
1. La bocca sollevò dal fiero pasto 2. quel peccator, forbendola a’ capelli 3. del capo ch’elli avea di retro guasto. 4. Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli 5. disperato dolor che ’l cor mi preme 6. già pur pensando, pria ch’io ne favelli. 7. Ma se le mie parole esser dien seme 8. che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, 9. parlar e lagrimar vedrai insieme. 10. Io non so chi tu se’ né per che modo 11. venuto se’ qua giù; ma fiorentino 12. mi sembri veramente quand’ io t’odo. 13. Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, 14. e questi è l’arcivescovo Ruggieri: 15. or ti dirò perché i son tal vicino. 16. Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, 17. fidandomi di lui, io fossi preso 18. e poscia morto, dir non è mestieri; 19. però quel che non puoi avere inteso, 20. ciò è come la morte mia fu cruda, 21. udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. 22. Breve pertugio dentro da la Muda, 23. la qual per me ha ’l titol de la fame, 24. e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, 25. m’avea mostrato per lo suo forame 26. più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno 27. che del futuro mi squarciò ’l velame. 28. Questi pareva a me maestro e donno, 29. cacciando il lupo e ’ lupicini al monte 30. per che i Pisan veder Lucca non ponno. 31. Con cagne magre, studiose e conte 32. Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi 33. s’avea messi dinanzi da la fronte. 34. In picciol corso mi parieno stanchi 35. lo padre e ’ figli, e con l’agute scane 36. mi parea lor veder fender li fianchi. 37. Quando fui desto innanzi la dimane, 38. pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli 39. ch’eran con meco, e dimandar del pane. 40. Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli 41. pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; 42. e se non piangi, di che pianger suoli? 43. Già eran desti, e l’ora s’appressava 44. che ’l cibo ne solea essere addotto, 45. e per suo sogno ciascun dubitava; 46. e io senti’ chiavar l’uscio di sotto 47. a l’orribile torre; ond’ io guardai 48. nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. 49. Io non piangea, sì dentro impetrai: 50. piangevan elli; e Anselmuccio mio 51. Disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?” 52. Perciò non lagrimai né rispuos’ io 53. tutto quel giorno né la notte appresso, 54. infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 55. Come un poco di raggio si fu messo 53. nel doloroso carcere, e io scorsi 57. per quattro visi il mio aspetto stesso, 58. ambo le man per lo dolor mi morsi; 59. ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia 60. di manicar, di sùbito levorsi 61. e disser: “Padre, assai ci fia men doglia 62. se tu mangi di noi: tu ne vestisti 63. queste misere carni, e tu le spoglia”. 64. Queta’mi allor per non farli più tristi; 65. lo dì e l’altro stemmo tutti muti; 66. ahi dura terra, perché non t’apristi? 67. Poscia che fummo al quarto dì venuti, 68. Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, 69. Dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti ?” 70. Quivi morì; e come tu mi vedi, 71. vid’ io cascar li tre ad uno ad uno 72. tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi, 73. già cieco, a brancolar sovra ciascuno, 74. e due dì li chiamai, poi che fur morti. 75. Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». 76. Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti 77. riprese ’l teschio misero co’ denti, 78. che furo a l’osso, come d’un can, forti. 79. Ahi Pisa, vituperio de le genti 80. del bel paese là dove ’l sì suona, 81. poi che i vicini a te punir son lenti, 82. muovasi la Capraia e la Gorgona, 83. e faccian siepe ad Arno in su la foce, 84. sì ch’elli annieghi in te ogne persona! 85. Che se ’l conte Ugolino aveva voce 86. d’aver tradita te de le castella, 87. non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 88. Innocenti facea l’età novella, 89. novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata 90. e li altri due che ’l canto suso appella. 91. Noi passammo oltre, là ’ve la gelata 92. ruvidamente un’altra gente fascia, 93. non volta in giù, ma tutta riversata. 94. Lo pianto stesso lì pianger non lascia, 95. e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, 96. si volge in entro a far crescer l’ambascia; 97. ché le lagrime prime fanno groppo, 98. e sì come visiere di cristallo, 99. riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. 100. E avvegna che, sì come d’un callo, 101. per la freddura ciascun sentimento 102. cessato avesse del mio viso stallo, 103. già mi parea sentire alquanto vento; 104. per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? 105. non è qua giù ogne vapore spento?». 106. Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove 107. di ciò ti farà l’occhio la risposta, 108. veggendo la cagion che ’l fiato piove». 109. E un de’ tristi de la fredda crosta 110. gridò a noi: «O anime crudeli 111. tanto che data v’è l’ultima posta, 112. levatemi dal viso i duri veli, 113. sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, 114. un poco, pria che ’l pianto si raggeli». 115. Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, 116. dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, 117. al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». 118. Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; 119. i’ son quel da le frutta del mal orto, 120. che qui riprendo dattero per figo». 121. «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». 122. Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea 123. nel mondo sù, nulla scienza porto. 124. Cotal vantaggio ha questa Tolomea, 125. che spesse volte l’anima ci cade 126. innanzi ch’Atropòs mossa le dea. 127. E perché tu più volentier mi rade 128. le ’nvetriate lagrime dal volto, 129. sappie che, tosto che l’anima trade 130. come fec’ io, il corpo suo l’è tolto 131. da un demonio, che poscia il governa 132. mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. 133. Ella ruina in sì fatta cisterna; 134. e forse pare ancor lo corpo suso 135. de l’ombra che di qua dietro mi verna. 136. Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: 137. elli è ser Branca Doria, e son più anni 138. poscia passati ch’el fu sì racchiuso». 139. «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; 140. ché Branca Doria non morì unquanche, 141. e mangia e bee e dorme e veste panni». 142. «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, 143. là dove bolle la tenace pece, 144. non era ancora giunto Michel Zanche, 145. che questi lasciò il diavolo in sua vece 146. nel corpo suo, ed un suo prossimano 147. che ’l tradimento insieme con lui fece. 148. Ma distendi oggimai in qua la mano; 149. aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi; 150. e cortesia fu lui esser villano. 151. Ahi Genovesi, uomini diversi 152. d’ogne costume e pien d’ogne magagna, 153. perché non siete voi del mondo spersi? 154. Ché col peggiore spirto di Romagna 155. trovai di voi un tal, che per sua opra 156. in anima in Cocito già si bagna, 157. e in corpo par vivo ancor di sopra. |
||
| ⇱ | Inferno – Canto XXXIV |
|
![]() |
Lucifero Jan Van der Straet Lo ’mperador del doloroso regno da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; e più con un gigante io mi convegno Inf. XXXIV, 28-30 |
|
|
1. «Vexilla regis prodeunt inferni 2. verso di noi; però dinanzi mira», 3. disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni». 4. Come quando una grossa nebbia spira, 5. o quando l’emisperio nostro annotta, 6. par di lungi un molin che ’l vento gira, 7. veder mi parve un tal dificio allotta; 8. poi per lo vento mi ristrinsi retro 9. al duca mio, ché non lì era altra grotta. 10. Già era, e con paura il metto in metro, 11. là dove l’ombre tutte eran coperte, 12. e trasparien come festuca in vetro. 13. Altre sono a giacere; altre stanno erte, 14. quella col capo e quella con le piante; 15. altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte. 16. Quando noi fummo fatti tanto avante, 17. ch’al mio maestro piacque di mostrarmi 18. la creatura ch’ebbe il bel sembiante, 19. d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, 20. «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco 21. ove convien che di fortezza t’armi». 22. Com’ io divenni allor gelato e fioco, 23. nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, 24. però ch’ogne parlar sarebbe poco. 25. Io non mori’ e non rimasi vivo; 26. pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, 27. qual io divenni, d’uno e d’altro privo. 28. Lo ’mperador del doloroso regno 29. da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; 30. e più con un gigante io mi convegno, 31. che i giganti non fan con le sue braccia: 32. vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto 33. ch’a così fatta parte si confaccia. 34. S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, 35. e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, 36. ben dee da lui procedere ogne lutto. 37. Oh quanto parve a me gran maraviglia 38. quand’ io vidi tre facce a la sua testa! 39. L’una dinanzi, e quella era vermiglia; 40. l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa 41. sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, 42. e sé giugnieno al loco de la cresta: 43. e la destra parea tra bianca e gialla; 44. la sinistra a vedere era tal, quali 45. vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. 46. Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, 47. quanto si convenia a tanto uccello: 48. vele di mar non vid’ io mai cotali. 49. Non avean penne, ma di vispistrello 50. era lor modo; e quelle svolazzava, 51. sì che tre venti si movean da ello: 52. quindi Cocito tutto s’aggelava. 53. Con sei occhi piangea, e per tre menti 54. gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. 55. Da ogne bocca dirompea co’ denti 53. un peccatore, a guisa di maciulla, 57. sì che tre ne facea così dolenti. 58. A quel dinanzi il mordere era nulla 59. verso ’l graffiar, che talvolta la schiena 60. rimanea de la pelle tutta brulla. 61. «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», 62. disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto, 63. che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. 64. De li altri due c’hanno il capo di sotto, 65. quel che pende dal nero ceffo è Bruto: 66. vedi come si storce, e non fa motto!; 67. e l’altro è Cassio, che par sì membruto. 68. Ma la notte risurge, e oramai 69. è da partir, ché tutto avem veduto». 70. Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; 71. ed el prese di tempo e loco poste, 72. e quando l’ali fuoro aperte assai, 73. appigliò sé a le vellute coste; 74. di vello in vello giù discese poscia 75. tra ’l folto pelo e le gelate croste. 76. Quando noi fummo là dove la coscia 77. si volge, a punto in sul grosso de l’anche, 78. lo duca, con fatica e con angoscia, 79. volse la testa ov’ elli avea le zanche, 80. e aggrappossi al pel com’ om che sale, 81. sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. 82. «Attienti ben, ché per cotali scale», 83. disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso, 84. «conviensi dipartir da tanto male». 85. Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso 86. e puose me in su l’orlo a sedere; 87. appresso porse a me l’accorto passo. 88. Io levai li occhi e credetti vedere 89. Lucifero com’ io l’avea lasciato, 90. e vidili le gambe in sù tenere; 91. e s’io divenni allora travagliato, 92. la gente grossa il pensi, che non vede 93. qual è quel punto ch’io avea passato. 94. «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: 95. la via è lunga e ’l cammino è malvagio, 96. e già il sole a mezza terza riede». 97. Non era camminata di palagio 98. là ’v’ eravam, ma natural burella 99. ch’avea mal suolo e di lume disagio. 100. «Prima ch’io de l’abisso mi divella, 101. maestro mio», diss’ io quando fui dritto, 102. «a trarmi d’erro un poco mi favella: 103. ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto 104. sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora, 105. da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». 106. Ed elli a me: «Tu imagini ancora 107. d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi 108. al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. 109. Di là fosti cotanto quant’ io scesi; 110. quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto 111. al qual si traggon d’ogne parte i pesi. 112. E se’ or sotto l’emisperio giunto 113. ch’è contraposto a quel che la gran secca 114. coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto 115. fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; 116. tu hai i piedi in su picciola spera 117. che l’altra faccia fa de la Giudecca. 118. Qui è da man, quando di là è sera; 119. e questi, che ne fé scala col pelo, 120. fitto è ancora sì come prim’ era. 121. Da questa parte cadde giù dal cielo; 122. e la terra, che pria di qua si sporse, 123. per paura di lui fé del mar velo, 124. e venne a l’emisperio nostro; e forse 125. per fuggir lui lasciò qui loco vòto 126. quella ch’appar di qua, e sù ricorse». 127. Luogo è là giù da Belzebù remoto 128. tanto quanto la tomba si distende, 129. che non per vista, ma per suono è noto 130. d’un ruscelletto che quivi discende 131. per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, 132. col corso ch’elli avvolge, e poco pende. 133. Lo duca e io per quel cammino ascoso 134. intrammo a ritornar nel chiaro mondo; 135. e sanza cura aver d’alcun riposo, 136. salimmo sù, el primo e io secondo, 137. tanto ch’i’ vidi de le cose belle 138. che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. 139. E quindi uscimmo a riveder le stelle. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto I |
|
| Le stelle del mattino | … e vidi quattro stelle… Pur. I, 13 | |
![]() Gustave Dorè (1832-1883) |
![]() Jan Var der Strait (1523-1605) |
|
![]() |
Incontro con Catone Gustave Dorè «Marzia piacque tanto a li occhi miei mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora … Pur. I, 85-86 |
|
|
1. Per correr miglior acque alza le vele 2. omai la navicella del mio ingegno, 3. che lascia dietro a sé mar sì crudele; 4. e canterò di quel secondo regno 5. dove l’umano spirito si purga 6. e di salire al ciel diventa degno. 7. Ma qui la morta poesì resurga, 8. o sante Muse, poi che vostro sono; 9. e qui Caliopè alquanto surga, 10. seguitando il mio canto con quel suono 11. di cui le Piche misere sentiro 12. lo colpo tal, che disperar perdono. 13. Dolce color d’oriental zaffiro, 14. che s’accoglieva nel sereno aspetto 15. del mezzo, puro infino al primo giro, 16. a li occhi miei ricominciò diletto, 17. tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta 18. che m’avea contristati li occhi e ’l petto. 19. Lo bel pianeto che d’amar conforta 20. faceva tutto rider l’oriente, 21. velando i Pesci ch’erano in sua scorta. 22. I’ mi volsi a man destra, e puosi mente 23. a l’altro polo, e vidi quattro stelle 24. non viste mai fuor ch’a la prima gente. 25. Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: 26. oh settentrional vedovo sito, 27. poi che privato se’ di mirar quelle! 28. Com’ io da loro sguardo fui partito, 29. un poco me volgendo a l ’altro polo, 30. là onde ’l Carro già era sparito, 31. vidi presso di me un veglio solo, 32. degno di tanta reverenza in vista, 33. che più non dee a padre alcun figliuolo. 34. Lunga la barba e di pel bianco mista 35. portava, a’ suoi capelli simigliante, 36. de’ quai cadeva al petto doppia lista. 37. Li raggi de le quattro luci sante 38. fregiavan sì la sua faccia di lume, 39. ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. 40. «Chi siete voi che contro al cieco fiume 41. fuggita avete la pregione etterna?», 42. diss’ el, movendo quelle oneste piume. 43. «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, 44. uscendo fuor de la profonda notte 45. che sempre nera fa la valle inferna? 46. Son le leggi d’abisso così rotte? 47. o è mutato in ciel novo consiglio, 48. che, dannati, venite a le mie grotte?». 49. Lo duca mio allor mi diè di piglio, 50. e con parole e con mani e con cenni 51. reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. 52. Poscia rispuose lui: «Da me non venni: 53. donna scese del ciel, per li cui prieghi 54. de la mia compagnia costui sovvenni. 55. Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi 53. di nostra condizion com’ ell’ è vera, 57. esser non puote il mio che a te si nieghi. 58. Questi non vide mai l’ultima sera; 59. ma per la sua follia le fu sì presso, 60. che molto poco tempo a volger era. 61. Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso 62. per lui campare; e non lì era altra via 63. che questa per la quale i’ mi son messo. 64. Mostrata ho lui tutta la gente ria; 65. e ora intendo mostrar quelli spirti 66. che purgan sé sotto la tua balìa. 67. Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; 68. de l’alto scende virtù che m’aiuta 69. conducerlo a vederti e a udirti. 70. Or ti piaccia gradir la sua venuta: 71. libertà va cercando, ch’è sì cara, 72. come sa chi per lei vita rifiuta. 73. Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara 74. in Utica la morte, ove lasciasti 75. la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. 76. Non son li editti etterni per noi guasti, 77. ché questi vive e Minòs me non lega; 78. ma son del cerchio ove son li occhi casti 79. di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, 80. o santo petto, che per tua la tegni: 81. per lo suo amore adunque a noi ti piega. 82. Lasciane andar per li tuoi sette regni; 83. grazie riporterò di te a lei, 84. se d’esser mentovato là giù degni». 85. «Marzia piacque tanto a li occhi miei 86. mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora, 87. «che quante grazie volse da me, fei. 88. Or che di là dal mal fiume dimora, 89. più muover non mi può, per quella legge 90. che fatta fu quando me n’usci’ fora. 91. Ma se donna del ciel ti move e regge, 92. come tu di’, non c’è mestier lusinghe: 93. bastisi ben che per lei mi richegge. 94. Va dunque, e fa che tu costui ricinghe 95. d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, 96. sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; 97. ché non si converria, l’occhio sorpriso 98. d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo 99. ministro, ch’è di quei di paradiso. 100. Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 101. là giù colà dove la batte l’onda, 102. porta di giunchi sovra ’l molle limo: 103. null’ altra pianta che facesse fronda 104. o indurasse, vi puote aver vita, 105. però ch’a le percosse non seconda. 106. Poscia non sia di qua vostra reddita; 107. lo sol vi mosterrà, che surge omai, 108. prendere il monte a più lieve salita». 109. Così sparì; e io sù mi levai 110. sanza parlare, e tutto mi ritrassi 111. al duca mio, e li occhi a lui drizzai. 112. El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: 113. volgianci in dietro, ché di qua dichina 114. questa pianura a’ suoi termini bassi». 115. L’alba vinceva l’ora mattutina 116. che fuggia innanzi, sì che di lontano 117. conobbi il tremolar de la marina. 118. Noi andavam per lo solingo piano 119. com’ om che torna a la perduta strada, 120. che ’nfino ad essa li pare ire in vano. 121. Quando noi fummo là ’ve la rugiada 122. pugna col sole, per essere in parte 123. dove, ad orezza, poco si dirada, 124. ambo le mani in su l’erbetta sparte 125. soavemente ’l mio maestro pose: 126. ond’ io, che fui accorto di sua arte, 127. porsi ver’ lui le guance lagrimose; 128. ivi mi fece tutto discoverto 129. quel color che l’inferno mi nascose. 130. Venimmo poi in sul lito diserto, 131. che mai non vide navicar sue acque 132. omo, che di tornar sia poscia esperto. 133. Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: 134. oh maraviglia! ché qual elli scelse 135. l’umile pianta, cotal si rinacque 136. subitamente là onde l’avelse. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto II |
|
| Arrivo dell’angelo nocchiero | … Ecco l’angel di Dio … Pur. II, 37 | |
![]() Gustave Dorè . . . «Fa, fa che le ginocchia cali. Ecco l’angel di Dio: piega le mani; omai vedrai di sì fatti officiali. Pur. II 37-38 |
![]() Gustave Dorè Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero. Pur. II, 43-45 |
|
![]() |
Incontro con Casella Gustave Dorè «Casella mio, per tornar altra volta là dov’ io son, fo io questo viaggio», diss’io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». Pur. II, 91-93 |
|
|
1. Già era ’l sole a l’orizzonte giunto 2. lo cui meridian cerchio coverchia 3. Ierusalèm col suo più alto punto; 4. e la notte, che opposita a lui cerchia, 5. uscia di Gange fuor con le Bilance, 6. che le caggion di man quando soverchia; 7. sì che le bianche e le vermiglie guance, 8. là dov’ i’ era, de la bella Aurora 9. per troppa etate divenivan rance. 10. Noi eravam lunghesso mare ancora, 11. come gente che pensa a suo cammino, 12. che va col cuore e col corpo dimora. 13. Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, 14. per li grossi vapor Marte rosseggia 15. giù nel ponente sovra ’l suol marino, 16. cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, 17. un lume per lo mar venir sì ratto, 18. che ’l muover suo nessun volar pareggia. 19. Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto 20. l’occhio per domandar lo duca mio, 21. rividil più lucente e maggior fatto. 22. Poi d’ogne lato ad esso m’appario 23. un non sapeva che bianco, e di sotto 24. a poco a poco un altro a lui uscìo. 25. Lo mio maestro ancor non facea motto, 26. mentre che i primi bianchi apparver ali; 27. allor che ben conobbe il galeotto, 28. gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. 29. Ecco l’angel di Dio: piega le mani; 30. omai vedrai di sì fatti officiali. 31. Vedi che sdegna li argomenti umani, 32. sì che remo non vuol, né altro velo 33. che l’ali sue, tra liti sì lontani. 34. Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, 35. trattando l’aere con l’etterne penne, 36. che non si mutan come mortal pelo». 37. Poi, come più e più verso noi venne 38. l’uccel divino, più chiaro appariva: 39. per che l’occhio da presso nol sostenne, 40. ma chinail giuso; e quei sen venne a riva 41. con un vasello snelletto e leggero, 42. tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. 43. Da poppa stava il celestial nocchiero, 44. tal che faria beato pur descripto; 45. e più di cento spirti entro sediero. 46. “ In exitu Israel de Aegypto ” 47. cantavan tutti insieme ad una voce 48. con quanto di quel salmo è poscia scripto. 49. Poi fece il segno lor di santa croce; 50. ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: 51. ed el sen gì, come venne, veloce. 52. La turba che rimase lì, selvaggia 53. parea del loco, rimirando intorno 54. come colui che nove cose assaggia. 55. Da tutte parti saettava il giorno 53. lo sol, ch’avea con le saette conte 57. di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, 58. quando la nova gente alzò la fronte 59. ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, 60. mostratene la via di gire al monte». 61. E Virgilio rispuose: «Voi credete 62. forse che siamo esperti d’esto loco; 63. ma noi siam peregrin come voi siete. 64. Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, 65. per altra via, che fu sì aspra e forte, 66. che lo salire omai ne parrà gioco». 67. L’anime, che si fuor di me accorte, 68. per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, 69. maravigliando diventaro smorte. 70. E come a messagger che porta ulivo 71. tragge la gente per udir novelle, 72. e di calcar nessun si mostra schivo, 73. così al viso mio s’affisar quelle 74. anime fortunate tutte quante, 75. quasi obliando d’ire a farsi belle. 76. Io vidi una di lor trarresi avante 77. per abbracciarmi con sì grande affetto, 78. che mosse me a far lo somigliante. 79. Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! 80. tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 81. e tante mi tornai con esse al petto. 82. Di maraviglia, credo, mi dipinsi; 83. per che l’ombra sorrise e si ritrasse, 84. e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 85. Soavemente disse ch’io posasse; 86. allor conobbi chi era, e pregai 87. che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. 88. Rispuosemi: «Così com’ io t’amai 89. nel mortal corpo, così t’amo sciolta: 90. però m’arresto; ma tu perché vai?». 91. «Casella mio, per tornar altra volta 92. là dov’ io son, fo io questo viaggio», 93. diss’io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». 94. Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, 95. se quei che leva quando e cui li piace, 96. più volte m’ha negato esto passaggio; 97. ché di giusto voler lo suo si face: 98. veramente da tre mesi elli ha tolto 99. chi ha voluto intrar, con tutta pace. 100. Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto 101. dove l’acqua di Tevero s’insala, 102. benignamente fu’ da lui ricolto. 103. A quella foce ha elli or dritta l’ala, 104. però che sempre quivi si ricoglie 105. qual verso Acheronte non si cala». 106. E io: «Se nuova legge non ti toglie 107. memoria o uso a l’amoroso canto 108. che mi solea quetar tutte mie doglie, 109. di ciò ti piaccia consolare alquanto 110. l’anima mia, che, con la sua persona 111. venendo qui, è affannata tanto!». 112. “ Amor che ne la mente mi ragiona ” 113. cominciò elli allor sì dolcemente, 114. che la dolcezza ancor dentro mi suona. 115. Lo mio maestro e io e quella gente 116. ch’eran con lui parevan sì contenti, 117. come a nessun toccasse altro la mente. 118. Noi eravam tutti fissi e attenti 119. a le sue note; ed ecco il veglio onesto 120. gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? 121. qual negligenza, quale stare è questo? 122. Correte al monte a spogliarvi lo scoglio 123. ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». 124. Come quando, cogliendo biado o loglio, 125. li colombi adunati a la pastura, 126. queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, 127. se cosa appare ond’ elli abbian paura, 128. subitamente lasciano star l’esca, 129. perch’ assaliti son da maggior cura; 130. così vid’ io quella masnada fresca 131. lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, 132. com’ om che va, né sa dove riesca; 133. né la nostra partita fu men tosta. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto III |
|
![]() |
La compagnia delle anime sulla scogliera Gustave Dorè … si strinser tutti ai duri massi de l’alta ripa , e stetter fermi e stretti Pur. III, 70-71 |
|
|
1. Avvegna che la subitana fuga 2. dispergesse color per la campagna, 3. rivolti al monte ove ragion ne fruga, 4. i’ mi ristrinsi a la fida compagna: 5. e come sare’ io sanza lui corso? 6. chi m’avria tratto su per la montagna? 7. El mi parea da sé stesso rimorso: 8. o dignitosa coscienza e netta, 9. come t’è picciol fallo amaro morso! 10. Quando li piedi suoi lasciar la fretta, 11. che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, 12. la mente mia, che prima era ristretta, 13. lo ’ntento rallargò, sì come vaga, 14. e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio 15. che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. 16. Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, 17. rotto m’era dinanzi a la figura, 18. ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio. 19. Io mi volsi da lato con paura 20. d’essere abbandonato, quand’ io vidi 21. solo dinanzi a me la terra oscura; 22. e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», 23. a dir mi cominciò tutto rivolto; 24. «non credi tu me teco e ch’io ti guidi? 25. Vespero è già colà dov’ è sepolto 26. lo corpo dentro al quale io facea ombra; 27. Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. 28. Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, 29. non ti maravigliar più che d’i cieli 30. che l’uno a l’altro raggio non ingombra. 31. A sofferir tormenti, caldi e geli 32. simili corpi la Virtù dispone 33. che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. 34. Matto è chi spera che nostra ragione 35. possa trascorrer la infinita via 36. che tiene una sustanza in tre persone. 37. State contenti, umana gente, al quia; 38. ché, se potuto aveste veder tutto, 39. mestier non era parturir Maria; 40. e disiar vedeste sanza frutto 41. tai che sarebbe lor disio quetato, 42. ch’etternalmente è dato lor per lutto: 43. io dico d’Aristotile e di Plato 44. e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, 45. e più non disse, e rimase turbato. 46. Noi divenimmo intanto a piè del monte; 47. quivi trovammo la roccia sì erta, 48. che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. 49. Tra Lerice e Turbìa la più diserta, 50. la più rotta ruina è una scala, 51. verso di quella, agevole e aperta. 52. «Or chi sa da qual man la costa cala», 53. disse ’l maestro mio fermando ’l passo, 54. «sì che possa salir chi va sanz’ ala?». 55. E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso 53. essaminava del cammin la mente, 57. e io mirava suso intorno al sasso, 58. da man sinistra m’apparì una gente 59. d’anime, che movieno i piè ver’ noi, 60. e non pareva, sì venian lente. 61. «Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi: 62. ecco di qua chi ne darà consiglio, 63. se tu da te medesmo aver nol puoi». 64. Guardò allora, e con libero piglio 65. rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; 66. e tu ferma la spene, dolce figlio». 67. Ancora era quel popol di lontano, 68. i’ dico dopo i nostri mille passi, 69. quanto un buon gittator trarria con mano, 70. quando si strinser tutti ai duri massi 71. de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti 72. com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. 73. «O ben finiti, o già spiriti eletti», 74. Virgilio incominciò, «per quella pace 75. ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, 76. ditene dove la montagna giace, 77. sì che possibil sia l’andare in suso; 78. ché perder tempo a chi più sa più spiace». 79. Come le pecorelle escon del chiuso 80. a una, a due, a tre, e l’altre stanno 81. timidette atterrando l’occhio e ’l muso; 82. e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, 83. addossandosi a lei, s’ella s’arresta, 84. semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; 85. sì vid’ io muovere a venir la testa 86. di quella mandra fortunata allotta, 87. pudica in faccia e ne l’andare onesta. 88. Come color dinanzi vider rotta 89. la luce in terra dal mio destro canto, 90. sì che l’ombra era da me a la grotta, 91. restaro, e trasser sé in dietro alquanto, 92. e tutti li altri che venieno appresso, 93. non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. 94. «Sanza vostra domanda io vi confesso 95. che questo è corpo uman che voi vedete; 96. per che ’l lume del sole in terra è fesso. 97. Non vi maravigliate, ma credete 98. che non sanza virtù che da ciel vegna 99. cerchi di soverchiar questa parete». 100. Così ’l maestro; e quella gente degna 101. «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», 102. coi dossi de le man faccendo insegna. 103. E un di loro incominciò: «Chiunque 104. tu se’, così andando, volgi ’l viso: 105. pon mente se di là mi vedesti unque». 106. Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: 107. biondo era e bello e di gentile aspetto, 108. ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. 109. Quand’ io mi fui umilmente disdetto 110. d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; 111. e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. 112. Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, 113. nepote di Costanza imperadrice; 114. ond’ io ti priego che, quando tu riedi, 115. vadi a mia bella figlia, genitrice 116. de l’onor di Cicilia e d’Aragona, 117. e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. 118. Poscia ch’io ebbi rotta la persona 119. di due punte mortali, io mi rendei, 120. piangendo, a quei che volontier perdona. 121. Orribil furon li peccati miei; 122. ma la bontà infinita ha sì gran braccia, 123. che prende ciò che si rivolge a lei. 124. Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia 125. di me fu messo per Clemente allora, 126. avesse in Dio ben letta questa faccia, 127. l’ossa del corpo mio sarieno ancora 128. in co del ponte presso a Benevento, 129. sotto la guardia de la grave mora. 130. Or le bagna la pioggia e move il vento 131. di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, 132. dov’ e’ le trasmutò a lume spento. 133. Per lor maladizion sì non si perde, 134. che non possa tornar, l’etterno amore, 135. mentre che la speranza ha fior del verde. 136. Vero è che quale in contumacia more 137. di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, 138. star li convien da questa ripa in fore, 139. per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, 140. in sua presunzion, se tal decreto 141. più corto per buon prieghi non diventa. 142. Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, 143. revelando a la mia buona Costanza 144. come m’hai visto, e anco esto divieto; 145. ché qui per quei di là molto s’avanza». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto IV |
|
![]() |
Ascesa al primo balzo Gustave Dorè Noi salavam per entro ’l sasso rotto … Pur. IV, 31 |
|
![]() |
Incontro con Belacqua Gustave Dorè E com’ elli ebbe sua parola detta, una voce di presso sonò: «Forse che di sedere in pria avrai distretta!». Pur. IV, 97-99 |
|
|
1. Quando per dilettanze o ver per doglie, 2. che alcuna virtù nostra comprenda, 3. l’anima bene ad essa si raccoglie, 4. par ch’a nulla potenza più intenda; 5. e questo è contra quello error che crede 6. ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. 7. E però, quando s’ode cosa o vede 8. che tegna forte a sé l’anima volta, 9. vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; 10. ch’altra potenza è quella che l’ascolta, 11. e altra è quella c’ha l’anima intera: 12. questa è quasi legata e quella è sciolta. 13. Di ciò ebb’ io esperienza vera, 14. udendo quello spirto e ammirando; 15. ché ben cinquanta gradi salito era 16. lo sole, e io non m’era accorto, quando 17. venimmo ove quell’ anime ad una 18. gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». 19. Maggiore aperta molte volte impruna 20. con una forcatella di sue spine 21. l’uom de la villa quando l’uva imbruna, 22. che non era la calla onde salìne 23. lo duca mio, e io appresso, soli, 24. come da noi la schiera si partìne. 25. Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, 26. montasi su in Bismantova e ’n Cacume 27. con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; 28. dico con l’ale snelle e con le piume 29. del gran disio, di retro a quel condotto 30. che speranza mi dava e facea lume. 31. Noi salavam per entro ’l sasso rotto, 32. e d’ogne lato ne stringea lo stremo, 33. e piedi e man volea il suol di sotto. 34. Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo 35. de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, 36. «Maestro mio», diss’io, «che via faremo?». 37. Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; 38. pur su al monte dietro a me acquista, 39. fin che n’appaia alcuna scorta saggia». 40. Lo sommo er’ alto che vincea la vista, 41. e la costa superba più assai 42. che da mezzo quadrante a centro lista. 43. Io era lasso, quando cominciai: 44. «O dolce padre, volgiti, e rimira 45. com’ io rimango sol, se non restai». 46. «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», 47. additandomi un balzo poco in sùe 48. che da quel lato il poggio tutto gira. 49. Sì mi spronaron le parole sue, 50. ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, 51. tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. 52. A seder ci ponemmo ivi ambedui 53. vòlti a levante ond’ eravam saliti, 54. che suole a riguardar giovare altrui. 55. Li occhi prima drizzai ai bassi liti; 53. poscia li alzai al sole, e ammirava 57. che da sinistra n’eravam feriti. 58. Ben s’avvide il poeta ch’io stava 59. stupido tutto al carro de la luce, 60. ove tra noi e Aquilone intrava. 61. Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce 62. fossero in compagnia di quello specchio 63. che sù e giù del suo lume conduce, 64. tu vedresti il Zodiaco rubecchio 65. ancora a l’Orse più stretto rotare, 66. se non uscisse fuor del cammin vecchio. 67. Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, 68. dentro raccolto, imagina Siòn 69. con questo monte in su la terra stare 70. sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn 71. e diversi emisperi; onde la strada 72. che mal non seppe carreggiar Fetòn, 73. vedrai come a costui convien che vada 74. da l’un, quando a colui da l’altro fianco, 75. se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». 76. «Certo, maestro mio,» diss’io, «unquanco 77. non vid’ io chiaro sì com’ io discerno 78. là dove mio ingegno parea manco, 79. che ’l mezzo cerchio del moto superno, 80. che si chiama Equatore in alcun’ arte, 81. e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, 82. per la ragion che di’, quinci si parte 83. verso settentrion, quanto li Ebrei 84. vedevan lui verso la calda parte. 85. Ma se a te piace, volontier saprei 86. quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale 87. più che salir non posson li occhi miei». 88. Ed elli a me: «Questa montagna è tale, 89. che sempre al cominciar di sotto è grave; 90. e quant’ om più va sù, e men fa male. 91. Però, quand’ ella ti parrà soave 92. tanto, che sù andar ti fia leggero 93. com’ a seconda giù andar per nave, 94. allor sarai al fin d’esto sentiero; 95. quivi di riposar l’affanno aspetta. 96. Più non rispondo, e questo so per vero». 97. E com’ elli ebbe sua parola detta, 98. una voce di presso sonò: «Forse 99. che di sedere in pria avrai distretta!». 100. Al suon di lei ciascun di noi si torse, 101. e vedemmo a mancina un gran petrone, 102. del qual né io né ei prima s’accorse. 103. Là ci traemmo; e ivi eran persone 104. che si stavano a l’ombra dietro al sasso 105. come l’uom per negghienza a star si pone. 106. E un di lor, che mi sembiava lasso, 107. sedeva e abbracciava le ginocchia, 108. tenendo ’l viso giù tra esse basso. 109. «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia 110. colui che mostra sé più negligente 111. che se pigrizia fosse sua serocchia». 112. Allor si volse a noi e puose mente, 113. movendo ’l viso pur su per la coscia, 114. e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». 115. Conobbi allor chi era, e quella angoscia 116. che m’avacciava un poco ancor la lena, 117. non m’impedì l’andare a lui; e poscia 118. ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, 119. dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole 120. da l’omero sinistro il carro mena?». 121. Li atti suoi pigri e le corte parole 122. mosser le labbra mie un poco a riso; 123. poi cominciai: «Belacqua, a me non dole 124. di te omai; ma dimmi: perché assiso 125. quiritto se’? attendi tu iscorta, 126. o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». 127. Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? 128. ché non mi lascerebbe ire a’ martìri 129. l’angel di Dio che siede in su la porta. 130. Prima convien che tanto il ciel m’aggiri 131. di fuor da essa, quanto fece in vita, 132. per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, 133. se orazione in prima non m’aita 134. che surga sù di cuor che in grazia viva; 135. l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». 136. E già il poeta innanzi mi saliva, 137. e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco 138. meridian dal sole e a la riva 139. cuopre la notte già col piè Morrocco». 140. Diascoride dico; e vidi Orfeo, 141. Tulio e Lino e Seneca morale; 142. Euclide geomètra e Tolomeo, 143. Ipocràte, Avicenna e Galieno, 144. Averoìs, che ’l gran comento feo. 145. Io non posso ritrar di tutti a pieno, 146. però che sì mi caccia il lungo tema, 147. che molte volte al fatto il dir vien meno. 148. La sesta compagnia in due si scema: 149. per altra via mi mena il savio duca, 150. fuor de la queta, ne l’aura che trema. 151. E vegno in parte ove non è che luca. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto V |
|
![]() |
I morti per la forza Noi fummo tutti già per forza morti, e peccatori infino a l’ultima ora … Pur. V, 52-53 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
![]() |
Pia De Tolomei … ricorditi di me, che son la Pia … Pur. V, 133 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
|
1. Io era già da quell’ ombre partito, 2. e seguitava l’orme del mio duca, 3. quando di retro a me, drizzando ’l dito, 4. una gridò: «Ve’ che non par che luca 5. lo raggio da sinistra a quel di sotto, 6. e come vivo par che si conduca!». 7. Li occhi rivolsi al suon di questo motto, 8. e vidile guardar per maraviglia 9. pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. 10. «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», 11. disse ’l maestro, «che l’andare allenti? 12. che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 13. Vien dietro a me, e lascia dir le genti: 14. sta come torre ferma, che non crolla 15. già mai la cima per soffiar di venti; 16. ché sempre l’omo in cui pensier rampolla 17. sovra pensier, da sé dilunga il segno, 18. perché la foga l’un de l’altro insolla». 19. Che potea io ridir, se non «Io vegno»? 20. Dissilo, alquanto del color consperso 21. che fa l’uom di perdon talvolta degno. 22. E ’ntanto per la costa di traverso 23. venivan genti innanzi a noi un poco, 24. cantando “Miserere” a verso a verso. 25. Quando s’accorser ch’i’ non dava loco 26. per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, 27. mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; 28. e due di loro, in forma di messaggi, 29. corsero incontr’ a noi e dimandarne: 30. «Di vostra condizion fatene saggi». 31. E ’l mio maestro: «Voi potete andarne 32. e ritrarre a color che vi mandaro 33. che ’l corpo di costui è vera carne. 34. Se per veder la sua ombra restaro, 35. com’ io avviso, assai è lor risposto: 36. fàccianli onore, ed esser può lor caro». 37. Vapori accesi non vid’ io sì tosto 38. di prima notte mai fender sereno, 39. né, sol calando, nuvole d’agosto, 40. che color non tornasser suso in meno; 41. e, giunti là, con li altri a noi dier volta, 42. come schiera che scorre sanza freno. 43. «Questa gente che preme a noi è molta, 44. e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: 45. «però pur va, e in andando ascolta». 46. «O anima che vai per esser lieta 47. con quelle membra con le quai nascesti», 48. venian gridando, «un poco il passo queta. 49. Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, 50. sì che di lui di là novella porti: 51. deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? 52. Noi fummo tutti già per forza morti, 53. e peccatori infino a l’ultima ora; 54. quivi lume del ciel ne fece accorti, 55. sì che, pentendo e perdonando, fora 53. di vita uscimmo a Dio pacificati, 57. che del disio di sé veder n’accora». 58. E io: «Perché ne’ vostri visi guati, 59. non riconosco alcun; ma s’a voi piace 60. cosa ch’io possa, spiriti ben nati, 61. voi dite, e io farò per quella pace 62. che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, 63. di mondo in mondo cercar mi si face». 64. E uno incominciò: «Ciascun si fida 65. del beneficio tuo sanza giurarlo, 66. pur che ’l voler nonpossa non ricida. 67. Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, 68. ti priego, se mai vedi quel paese 69. che siede tra Romagna e quel di Carlo, 70. che tu mi sie di tuoi prieghi cortese 71. in Fano, sì che ben per me s’adori 72. pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. 73. Quindi fu’ io; ma li profondi fóri 74. ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, 75. fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, 76. là dov’ io più sicuro esser credea: 77. quel da Esti il fé far, che m’avea in ira 78. assai più là che dritto non volea. 79. Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, 80. quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, 81. ancor sarei di là dove si spira. 82. Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco 83. m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io 84. de le mie vene farsi in terra laco». 85. Poi disse un altro: «Deh, se quel disio 86. si compia che ti tragge a l’alto monte, 87. con buona pietate aiuta il mio! 88. Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; 89. Giovanna o altri non ha di me cura; 90. per ch’io vo tra costor con bassa fronte». 91. E io a lui: «Qual forza o qual ventura 92. ti traviò sì fuor di Campaldino, 93. che non si seppe mai tua sepultura?». 94. «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino 95. traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, 96. che sovra l’Ermo nasce in Apennino. 97. Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, 98. arriva’ io forato ne la gola, 99. fuggendo a piede e sanguinando il piano. 100. Quivi perdei la vista e la parola; 101. nel nome di Maria fini’, e quivi 102. caddi, e rimase la mia carne sola. 103. Io dirò vero, e tu ’l ridì tra’ vivi: 104. l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno 105. gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? 106. Tu te ne porti di costui l’etterno 107. per una lagrimetta che ’l mi toglie; 108. ma io farò de l’altro altro governo!” . 109. Ben sai come ne l’aere si raccoglie 110. quell’ umido vapor che in acqua riede, 111. tosto che sale dove ’l freddo il coglie. 112. Giunse quel mal voler che pur mal chiede 113. con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento 114. per la virtù che sua natura diede. 115. Indi la valle, come ’l dì fu spento, 116. da Pratomagno al gran giogo coperse 117. di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, 118. sì che ’l pregno aere in acqua si converse; 119. la pioggia cadde, e a’ fossati venne 120. di lei ciò che la terra non sofferse; 121. e come ai rivi grandi si convenne, 122. ver’ lo fiume real tanto veloce 123. si ruinò, che nulla la ritenne. 124. Lo corpo mio gelato in su la foce 125. trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse 126. ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce 127. ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; 128. voltòmmi per le ripe e per lo fondo, 129. poi di sua preda mi coperse e cinse». 130. «Deh, quando tu sarai tornato al mondo 131. e riposato de la lunga via», 132. seguitò ’l terzo spirito al secondo, 133. «ricorditi di me, che son la Pia; 134. Siena mi fé, disfecemi Maremma: 135. salsi colui che ’nnanellata pria 136. disposando m’avea con la sua gemma». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto VI |
|
![]() |
Sordello e Virgilio … «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. Pur. VI, 74-75 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
|
1. Quando si parte il gioco de la zara, 2. colui che perde si riman dolente, 3. repetendo le volte, e tristo impara; 4. con l’altro se ne va tutta la gente; 5. qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, 6. e qual dallato li si reca a mente; 7. el non s’arresta, e questo e quello intende; 8. a cui porge la man, più non fa pressa; 9. e così da la calca si difende. 10. Tal era io in quella turba spessa, 11. volgendo a loro, e qua e là, la faccia, 12. e promettendo mi sciogliea da essa. 13. Quiv’ era l’Aretin che da le braccia 14. fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, 15. e l’altro ch’annegò correndo in caccia. 16. Quivi pregava con le mani sporte 17. Federigo Novello, e quel da Pisa 18. che fé parer lo buon Marzucco forte. 19. Vidi conte Orso e l’anima divisa 20. dal corpo suo per astio e per inveggia, 21. com’ e’ dicea, non per colpa commisa; 22. Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, 23. mentr’ è di qua, la donna di Brabante, 24. sì che però non sia di peggior greggia. 25. Come libero fui da tutte quante 26. quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, 27. sì che s’avacci lor divenir sante, 28. io cominciai: «El par che tu mi nieghi, 29. o luce mia, espresso in alcun testo 30. che decreto del cielo orazion pieghi; 31. e questa gente prega pur di questo: 32. sarebbe dunque loro speme vana, 33. o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». 34. Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; 35. e la speranza di costor non falla, 36. se ben si guarda con la mente sana; 37. ché cima di giudicio non s’avvalla 38. perché foco d’amor compia in un punto 39. ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; 40. e là dov’ io fermai cotesto punto, 41. non s’ammendava, per pregar, difetto, 42. perché ’l priego da Dio era disgiunto. 43. Veramente a così alto sospetto 44. non ti fermar, se quella nol ti dice 45. che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. 46. Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; 47. tu la vedrai di sopra, in su la vetta 48. di questo monte, ridere e felice». 49. E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, 50. ché già non m’affatico come dianzi, 51. e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». 52. «Noi anderem con questo giorno innanzi», 53. rispuose, «quanto più potremo omai; 54. ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. 55. Prima che sie là sù, tornar vedrai 53. colui che già si cuopre de la costa, 57. sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. 58. Ma vedi là un’anima che, posta 59. sola soletta, inverso noi riguarda: 60. quella ne ’nsegnerà la via più tosta». 61. Venimmo a lei: o anima lombarda, 62. come ti stavi altera e disdegnosa 63. e nel mover de li occhi onesta e tarda! 64. Ella non ci dicea alcuna cosa, 65. ma lasciavane gir, solo sguardando 66. a guisa di leon quando si posa. 67. Pur Virgilio si trasse a lei, pregando 68. che ne mostrasse la miglior salita; 69. e quella non rispuose al suo dimando, 70. ma di nostro paese e de la vita 71. ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava 72. «Mantua … », e l’ombra, tutta in sé romita, 73. surse ver’ lui del loco ove pria stava, 74. dicendo: «O Mantoano, io son Sordello 75. de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. 76. Ahi serva Italia, di dolore ostello, 77. nave sanza nocchiere in gran tempesta, 78. non donna di province, ma bordello! 79. Quell’ anima gentil fu così presta, 80. sol per lo dolce suon de la sua terra, 81. di fare al cittadin suo quivi festa; 82. e ora in te non stanno sanza guerra 83. li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 84. di quei ch’un muro e una fossa serra. 85. Cerca, misera, intorno da le prode 86. le tue marine, e poi ti guarda in seno, 87. s’alcuna parte in te di pace gode. 88. Che val perché ti racconciasse il freno 89. Iustiniano, se la sella è vòta? 90. Sanz’ esso fora la vergogna meno. 91. Ahi gente che dovresti esser devota, 92. e lasciar seder Cesare in la sella, 93. se bene intendi ciò che Dio ti nota, 94. guarda come esta fiera è fatta fella 95. per non esser corretta da li sproni, 96. poi che ponesti mano a la predella. 97. O Alberto tedesco ch’abbandoni 98. costei ch’è fatta indomita e selvaggia, 99. e dovresti inforcar li suoi arcioni, 100. giusto giudicio da le stelle caggia 101. sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, 102. tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! 103. Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, 104. per cupidigia di costà distretti, 105. che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. 106. Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 107. Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 108. color già tristi, e questi con sospetti! 109. Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 110. d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; 111. e vedrai Santafior com’ è oscura! 112. Vieni a veder la tua Roma che piagne 113. vedova e sola, e dì e notte chiama: 114. «Cesare mio, perché non m’accompagne?». 115. Vieni a veder la gente quanto s’ama! 116. e se nulla di noi pietà ti move, 117. a vergognar ti vien de la tua fama. 118. E se licito m’è, o sommo Giove 119. che fosti in terra per noi crucifisso, 120. son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 121. O è preparazion che ne l’abisso 122. del tuo consiglio fai per alcun bene 123. in tutto de l’accorger nostro scisso? 124. Ché le città d’Italia tutte piene 125. son di tiranni, e un Marcel diventa 126. ogne villan che parteggiando viene. 127. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 128. di questa digression che non ti tocca, 129. mercé del popol tuo che si argomenta. 130. Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca 131. per non venir sanza consiglio a l’arco; 132. ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. 133. Molti rifiutan lo comune incarco; 134. ma il popol tuo solicito risponde 135. sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». 136. Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: 137. tu ricca, tu con pace e tu con senno! 138. S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. 139. Atene e Lacedemona, che fenno 140. l’antiche leggi e furon sì civili, 141. fecero al viver bene un picciol cenno 142. verso di te, che fai tanto sottili 143. provedimenti, ch’a mezzo novembre 144. non giugne quel che tu d’ottobre fili. 145. Quante volte, del tempo che rimembre, 146. legge, moneta, officio e costume 147. hai tu mutato, e rinovate membre! 148. E se ben ti ricordi e vedi lume, 149. vedrai te somigliante a quella inferma 150. che non può trovar posa in su le piume, 151. ma con dar volta suo dolore scherma. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto VII |
|
![]() |
La valletta dei principi negligenti … quindi seder cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori. Pur. VII 83-84 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
|
1. Poscia che l’accoglienze oneste e liete 2. furo iterate tre e quattro volte, 3. Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». 4. «Anzi che a questo monte fosser volte 5. l’anime degne di salire a Dio, 6. fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. 7. Io son Virgilio; e per null’ altro rio 8. lo ciel perdei che per non aver fé». 9. Così rispuose allora il duca mio. 10. Qual è colui che cosa innanzi sé 11. sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, 12. che crede e non, dicendo «Ella è … non è … », 13. tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, 14. e umilmente ritornò ver’ lui, 15. e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. 16. «O gloria di Latin», disse, «per cui 17. mostrò ciò che potea la lingua nostra, 18. o pregio etterno del loco ond’ io fui, 19. qual merito o qual grazia mi ti mostra? 20. S’io son d’udir le tue parole degno, 21. dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». 22. «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», 23. rispuose lui, «son io di qua venuto; 24. virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. 25. Non per far, ma per non fare ho perduto 26. a veder l’alto Sol che tu disiri 27. e che fu tardi per me conosciuto. 28. Luogo è là giù non tristo di martìri, 29. ma di tenebre solo, ove i lamenti 30. non suonan come guai, ma son sospiri. 31. Quivi sto io coi pargoli innocenti 32. dai denti morsi de la morte avante 33. che fosser da l’umana colpa essenti; 34. quivi sto io con quei che le tre sante 35. virtù non si vestiro, e sanza vizio 36. conobber l’altre e seguir tutte quante. 37. Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio 38. dà noi per che venir possiam più tosto 39. là dove purgatorio ha dritto inizio». 40. Rispuose: «Loco certo non c’è posto; 41. licito m’è andar suso e intorno; 42. per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. 43. Ma vedi già come dichina il giorno, 44. e andar sù di notte non si puote; 45. però è buon pensar di bel soggiorno. 46. Anime sono a destra qua remote; 47. se mi consenti, io ti merrò ad esse, 48. e non sanza diletto ti fier note». 49. «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse 50. salir di notte, fora elli impedito 51. d’altrui, o non sarria ché non potesse?». 52. E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, 53. dicendo: «Vedi? sola questa riga 54. non varcheresti dopo ’l sol partito: 55. non però ch’altra cosa desse briga, 53. che la notturna tenebra, ad ir suso; 57. quella col non poder la voglia intriga. 58. Ben si poria con lei tornare in giuso 59. e passeggiar la costa intorno errando, 60. mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». 61. Allora il mio segnor, quasi ammirando, 62. «Menane», disse, «dunque là ’ve dici 63. ch’aver si può diletto dimorando». 64. Poco allungati c’eravam di lici, 65. quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, 66. a guisa che i vallon li sceman quici. 67. «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo 68. dove la costa face di sé grembo; 69. e là il novo giorno attenderemo». 70. Tra erto e piano era un sentiero schembo, 71. che ne condusse in fianco de la lacca, 72. là dove più ch’a mezzo muore il lembo. 73. Oro e argento fine, cocco e biacca, 74. indaco, legno lucido e sereno, 75. fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, 76. da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno 77. posti, ciascun saria di color vinto, 78. come dal suo maggiore è vinto il meno. 79. Non avea pur natura ivi dipinto, 80. ma di soavità di mille odori 81. vi facea uno incognito e indistinto. 82. “Salve, Regina” in sul verde e ’n su’ fiori 83. quindi seder cantando anime vidi, 84. che per la valle non parean di fuori. 85. «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», 86. cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, 87. «tra color non vogliate ch’io vi guidi. 88. Di questo balzo meglio li atti e ’ volti 89. conoscerete voi di tutti quanti, 90. che ne la lama giù tra essi accolti. 91. Colui che più siede alto e fa sembianti 92. d’aver negletto ciò che far dovea, 93. e che non move bocca a li altrui canti, 94. Rodolfo imperador fu, che potea 95. sanar le piaghe c’hanno Italia morta, 96. sì che tardi per altri si ricrea. 97. L’altro che ne la vista lui conforta, 98. resse la terra dove l’acqua nasce 99. che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: 100. Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce 101. fu meglio assai che Vincislao suo figlio 102. barbuto, cui lussuria e ozio pasce. 103. E quel nasetto che stretto a consiglio 104. par con colui c’ha sì benigno aspetto, 105. morì fuggendo e disfiorando il giglio: 106. guardate là come si batte il petto! 107. L’altro vedete c’ha fatto a la guancia 108. de la sua palma, sospirando, letto. 109. Padre e suocero son del mal di Francia: 110. sanno la vita sua viziata e lorda, 111. e quindi viene il duol che sì li lancia. 112. Quel che par sì membruto e che s’accorda, 113. cantando, con colui dal maschio naso, 114. d’ogne valor portò cinta la corda; 115. e se re dopo lui fosse rimaso 116. lo giovanetto che retro a lui siede, 117. ben andava il valor di vaso in vaso, 118. che non si puote dir de l’altre rede; 119. Iacomo e Federigo hanno i reami; 120. del retaggio miglior nessun possiede. 121. Rade volte risurge per li rami 122. l’umana probitate; e questo vole 123. quei che la dà, perché da lui si chiami. 124. Anche al nasuto vanno mie parole 125. non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, 126. onde Puglia e Proenza già si dole. 127. Tant’ è del seme suo minor la pianta, 128. quanto, più che Beatrice e Margherita, 129. Costanza di marito ancor si vanta. 130. Vedete il re de la semplice vita 131. seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: 132. questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. 133. Quel che più basso tra costor s’atterra, 134. guardando in suso, è Guiglielmo marchese, 135. per cui e Alessandria e la sua guerra 136. fa pianger Monferrato e Canavese». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto VIII |
|
![]() |
I principi negligenti Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro. Pur. VIII (97-99) – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
|
1. Era già l’ora che volge il disio 2. ai navicanti e ’ntenerisce il core 3. lo dì c’han detto ai dolci amici addio; 4. e che lo novo peregrin d’amore 5. punge, se ode squilla di lontano 6. che paia il giorno pianger che si more; 7. quand’ io incominciai a render vano 8. l’udire e a mirare una de l’alme 9. surta, che l’ascoltar chiedea con mano. 10. Ella giunse e levò ambo le palme, 11. ficcando li occhi verso l’oriente, 12. come dicesse a Dio: “D’altro non calme”. 13. “Te lucis ante” sì devotamente 14. le uscìo di bocca e con sì dolci note, 15. che fece me a me uscir di mente; 16. e l’altre poi dolcemente e devote 17. seguitar lei per tutto l’inno intero, 18. avendo li occhi a le superne rote. 19. Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, 20. ché ’l velo è ora ben tanto sottile, 21. certo che ’l trapassar dentro è leggero. 22. Io vidi quello essercito gentile 23. tacito poscia riguardare in sùe, 24. quasi aspettando, palido e umìle; 25. e vidi uscir de l’alto e scender giùe 26. due angeli con due spade affocate, 27. tronche e private de le punte sue. 28. Verdi come fogliette pur mo nate 29. erano in veste, che da verdi penne 30. percosse traean dietro e ventilate. 31. L’un poco sovra noi a star si venne, 32. e l’altro scese in l’opposita sponda, 33. sì che la gente in mezzo si contenne. 34. Ben discernea in lor la testa bionda; 35. ma ne la faccia l’occhio si smarria, 36. come virtù ch’a troppo si confonda. 37. «Ambo vegnon del grembo di Maria», 38. disse Sordello, «a guardia de la valle, 39. per lo serpente che verrà vie via». 40. Ond’ io, che non sapeva per qual calle, 41. mi volsi intorno, e stretto m’accostai, 42. tutto gelato, a le fidate spalle. 43. E Sordello anco: «Or avvalliamo omai 44. tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; 45. grazioso fia lor vedervi assai». 46. Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, 47. e fui di sotto, e vidi un che mirava 48. pur me, come conoscer mi volesse. 49. Temp’ era già che l’aere s’annerava, 50. ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei 51. non dichiarisse ciò che pria serrava. 52. Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: 53. giudice Nin gentil, quanto mi piacque 54. quando ti vidi non esser tra ’ rei! 55. Nullo bel salutar tra noi si tacque; 53. poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti 57. a piè del monte per le lontane acque?». 58. «Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi 59. venni stamane, e sono in prima vita, 60. ancor che l’altra, sì andando, acquisti». 61. E come fu la mia risposta udita, 62. Sordello ed elli in dietro si raccolse 63. come gente di sùbito smarrita. 64. L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse 65. che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! 66. vieni a veder che Dio per grazia volse». 67. Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado 68. che tu dei a colui che sì nasconde 69. lo suo primo perché, che non lì è guado, 70. quando sarai di là da le larghe onde, 71. dì a Giovanna mia che per me chiami 72. là dove a li ’nnocenti si risponde. 73. Non credo che la sua madre più m’ami, 74. poscia che trasmutò le bianche bende, 75. le quai convien che, misera!, ancor brami. 76. Per lei assai di lieve si comprende 77. quanto in femmina foco d’amor dura, 78. se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. 79. Non le farà sì bella sepultura 80. la vipera che Melanesi accampa, 81. com’ avria fatto il gallo di Gallura». 82. Così dicea, segnato de la stampa, 83. nel suo aspetto, di quel dritto zelo 84. che misuratamente in core avvampa. 85. Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, 86. pur là dove le stelle son più tarde, 87. sì come rota più presso a lo stelo. 88. E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». 89. E io a lui: «A quelle tre facelle 90. di che ’l polo di qua tutto quanto arde». 91. Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle 92. che vedevi staman, son di là basse, 93. e queste son salite ov’ eran quelle». 94. Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse 95. dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; 96. e drizzò il dito perché ’n là guardasse. 97. Da quella parte onde non ha riparo 98. la picciola vallea, era una biscia, 99. forse qual diede ad Eva il cibo amaro. 100. Tra l’erba e’ fior venìa la mala striscia, 101. volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso 102. leccando come bestia che si liscia. 103. Io non vidi, e però dicer non posso, 104. come mosser li astor celestiali; 105. ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. 106. Sentendo fender l’aere a le verdi ali, 107. fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, 108. suso a le poste rivolando iguali. 109. L’ombra che s’era al giudice raccolta 110. quando chiamò, per tutto quello assalto 111. punto non fu da me guardare sciolta. 112. «Se la lucerna che ti mena in alto 113. truovi nel tuo arbitrio tanta cera 114. quant’ è mestiere infino al sommo smalto», 115. cominciò ella, «se novella vera 116. di Val di Magra o di parte vicina 117. sai, dillo a me, che già grande là era. 118. Fui chiamato Currado Malaspina; 119. non son l’antico, ma di lui discesi; 120. a’ miei portai l’amor che qui raffina». 121. «Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi 122. già mai non fui; ma dove si dimora 123. per tutta Europa ch’ei non sien palesi? 124. La fama che la vostra casa onora, 125. grida i segnori e grida la contrada, 126. sì che ne sa chi non vi fu ancora; 127. e io vi giuro, s’io di sopra vada, 128. che vostra gente onrata non si sfregia 129. del pregio de la borsa e de la spada. 130. Uso e natura sì la privilegia, 131. che, perché il capo reo il mondo torca, 132. sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». 133. Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca 134. sette volte nel letto che ’l Montone 135. con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, 136. che cotesta cortese oppinione 137. ti fia chiavata in mezzo de la testa 138. con maggior chiovi che d’altrui sermone, 139. se corso di giudicio non s’arresta». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto IX |
|
![]() |
Il sogno dell’acquila in sogno mi parea veder sospesa un’aguglia nel ciel con penne d’oro, con l’ali aperte e a calare intesa; Pur. IX, 19-21 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
![]() |
La porta del purgatorio Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi ’n dietro si guata». Pur. IX, 130-132 – William Blake (1757-1827) |
|
|
1. La concubina di Titone antico 2. già s’imbiancava al balco d’oriente, 3. fuor de le braccia del suo dolce amico; 4. di gemme la sua fronte era lucente, 5. poste in figura del freddo animale 6. che con la coda percuote la gente; 7. e la notte, de’ passi con che sale, 8. fatti avea due nel loco ov’ eravamo, 9. e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; 10. quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, 11. vinto dal sonno, in su l’erba inchinai 12. là ’ve già tutti e cinque sedavamo. 13. Ne l’ora che comincia i tristi lai 14. la rondinella presso a la mattina, 15. forse a memoria de’ suo’ primi guai, 16. e che la mente nostra, peregrina 17. più da la carne e men da’ pensier presa, 18. a le sue vision quasi è divina, 19. in sogno mi parea veder sospesa 20. un’aguglia nel ciel con penne d’oro, 21. con l’ali aperte e a calare intesa; 22. ed esser mi parea là dove fuoro 23. abbandonati i suoi da Ganimede, 24. quando fu ratto al sommo consistoro. 25. Fra me pensava: “Forse questa fiede 26. pur qui per uso, e forse d’altro loco 27. disdegna di portarne suso in piede”. 28. Poi mi parea che, poi rotata un poco, 29. terribil come folgor discendesse, 30. e me rapisse suso infino al foco. 31. Ivi parea che ella e io ardesse; 32. e sì lo ’ncendio imaginato cosse, 33. che convenne che ’l sonno si rompesse. 34. Non altrimenti Achille si riscosse, 35. li occhi svegliati rivolgendo in giro 36. e non sappiendo là dove si fosse, 37. quando la madre da Chirón a Schiro 38. trafuggò lui dormendo in le sue braccia, 39. là onde poi li Greci il dipartiro; 40. che mi scoss’ io, sì come da la faccia 41. mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, 42. come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. 43. Dallato m’era solo il mio conforto, 44. e ’l sole er’ alto già più che due ore, 45. e ’l viso m’era a la marina torto. 46. «Non aver tema», disse il mio segnore; 47. «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; 48. non stringer, ma rallarga ogne vigore. 49. Tu se’ omai al purgatorio giunto: 50. vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; 51. vedi l’entrata là ’ve par digiunto. 52. Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, 53. quando l’anima tua dentro dormia, 54. sovra li fiori ond’ è là giù addorno 55. venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; 53. lasciatemi pigliar costui che dorme; 57. sì l’agevolerò per la sua via”. 58. Sordel rimase e l’altre genti forme; 59. ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, 60. sen venne suso; e io per le sue orme. 61. Qui ti posò, ma pria mi dimostraro 62. li occhi suoi belli quella intrata aperta; 63. poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». 64. A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta 65. e che muta in conforto sua paura, 66. poi che la verità li è discoperta, 67. mi cambia’ io; e come sanza cura 68. vide me ’l duca mio, su per lo balzo 69. si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. 70. Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo 71. la mia matera, e però con più arte 72. non ti maravigliar s’io la rincalzo. 73. Noi ci appressammo, ed eravamo in parte 74. che là dove pareami prima rotto, 75. pur come un fesso che muro diparte, 76. vidi una porta, e tre gradi di sotto 77. per gire ad essa, di color diversi, 78. e un portier ch’ancor non facea motto. 79. E come l’occhio più e più v’apersi, 80. vidil seder sovra ’l grado sovrano, 81. tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; 82. e una spada nuda avea in mano, 83. che reflettea i raggi sì ver’ noi, 84. ch’io drizzava spesso il viso in vano. 85. «Dite costinci: che volete voi?», 86. cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? 87. Guardate che ’l venir sù non vi nòi». 88. «Donna del ciel, di queste cose accorta», 89. rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi 90. ne disse: “Andate là: quivi è la porta” ». 91. «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», 92. ricominciò il cortese portinaio: 93. «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». 94. Là ne venimmo; e lo scaglion primaio 95. bianco marmo era sì pulito e terso, 96. ch’io mi specchiai in esso qual io paio. 97. Era il secondo tinto più che perso, 98. d’una petrina ruvida e arsiccia, 99. crepata per lo lungo e per traverso. 100. Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, 101. porfido mi parea, sì fiammeggiante 102. come sangue che fuor di vena spiccia. 103. Sovra questo tenea ambo le piante 104. l’angel di Dio sedendo in su la soglia 105. che mi sembiava pietra di diamante. 106. Per li tre gradi sù di buona voglia 107. mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi 108. umilemente che ’l serrame scioglia». 109. Divoto mi gittai a’ santi piedi; 110. misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, 111. ma tre volte nel petto pria mi diedi. 112. Sette P ne la fronte mi descrisse 113. col punton de la spada, e «Fa che lavi, 114. quando se’ dentro, queste piaghe» disse. 115. Cenere, o terra che secca si cavi, 116. d’un color fora col suo vestimento; 117. e di sotto da quel trasse due chiavi. 118. L’una era d’oro e l’altra era d’argento; 119. pria con la bianca e poscia con la gialla 120. fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. 121. «Quandunque l’una d’este chiavi falla, 122. che non si volga dritta per la toppa», 123. diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. 124. Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa 125. d’arte e d’ingegno avanti che diserri, 126. perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. 127. Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri 128. anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, 129. pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». 130. Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, 131. dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti 132. che di fuor torna chi ’n dietro si guata». 133. E quando fuor ne’ cardini distorti 134. li spigoli di quella regge sacra, 135. che di metallo son sonanti e forti, 136. non rugghiò sì né si mostrò sì acra 137. Tarpea, come tolto le fu il buono 138. Metello, per che poi rimase macra. 139. Io mi rivolsi attento al primo tuono, 140. e “Te Deum laudamus” mi parea 141. udire in voce mista al dolce suono. 142. Tale imagine a punto mi rendea 143. ciò ch’io udiva, qual prender si suole 144. quando a cantar con organi si stea; 145. ch’or sì or no s’intendon le parole. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto X |
|
![]() |
Traiano i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore. Pur. X, 76-78 – Gustave Dorè (1832-1883) |
|
|
1. Poi fummo dentro al soglio de la porta 2. che ’l mal amor de l’anime disusa, 3. perché fa parer dritta la via torta, 4. sonando la senti’ esser richiusa; 5. e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, 6. qual fora stata al fallo degna scusa? 7. Noi salavam per una pietra fessa, 8. che si moveva e d’una e d’altra parte, 9. sì come l’onda che fugge e s’appressa. 10. «Qui si conviene usare un poco d’arte», 11. cominciò ’l duca mio, «in accostarsi 12. or quinci, or quindi al lato che si parte». 13. E questo fece i nostri passi scarsi, 14. tanto che pria lo scemo de la luna 15. rigiunse al letto suo per ricorcarsi, 16. che noi fossimo fuor di quella cruna; 17. ma quando fummo liberi e aperti 18. sù dove il monte in dietro si rauna, 19. io stancato e amendue incerti 20. di nostra via, restammo in su un piano 21. solingo più che strade per diserti. 22. Da la sua sponda, ove confina il vano, 23. al piè de l’alta ripa che pur sale, 24. misurrebbe in tre volte un corpo umano; 25. e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, 26. or dal sinistro e or dal destro fianco, 27. questa cornice mi parea cotale. 28. Là sù non eran mossi i piè nostri anco, 29. quand’ io conobbi quella ripa intorno 30. che dritto di salita aveva manco, 31. esser di marmo candido e addorno 32. d’intagli sì, che non pur Policleto, 33. ma la natura lì avrebbe scorno. 34. L’angel che venne in terra col decreto 35. de la molt’ anni lagrimata pace, 36. ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, 37. dinanzi a noi pareva sì verace 38. quivi intagliato in un atto soave, 39. che non sembiava imagine che tace. 40. Giurato si saria ch’el dicesse “Ave!”; 41. perché iv’ era imaginata quella 42. ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; 43. e avea in atto impressa esta favella 44. “Ecce ancilla Dei”, propriamente 45. come figura in cera si suggella. 46. «Non tener pur ad un loco la mente», 47. disse ’l dolce maestro, che m’avea 48. da quella parte onde ’l cuore ha la gente. 49. Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea 50. di retro da Maria, da quella costa 51. onde m’era colui che mi movea, 52. un’altra storia ne la roccia imposta; 53. per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, 54. acciò che fosse a li occhi miei disposta. 55. Era intagliato lì nel marmo stesso 53. lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, 57. per che si teme officio non commesso. 58. Dinanzi parea gente; e tutta quanta, 59. partita in sette cori, a’ due mie’ sensi 60. faceva dir l’un “No”, l’altro “Sì, canta”. 61. Similemente al fummo de li ’ncensi 62. che v’era imaginato, li occhi e ’l naso 63. e al sì e al no discordi fensi. 64. Lì precedeva al benedetto vaso, 65. trescando alzato, l’umile salmista, 66. e più e men che re era in quel caso. 67. Di contra, effigiata ad una vista 68. d’un gran palazzo, Micòl ammirava 69. sì come donna dispettosa e trista. 70. I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, 71. per avvisar da presso un’altra istoria, 72. che di dietro a Micòl mi biancheggiava. 73. Quiv’ era storiata l’alta gloria 74. del roman principato, il cui valore 75. mosse Gregorio a la sua gran vittoria; 76. i’ dico di Traiano imperadore; 77. e una vedovella li era al freno, 78. di lagrime atteggiata e di dolore. 79. Intorno a lui parea calcato e pieno 80. di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro 81. sovr’ essi in vista al vento si movieno. 82. La miserella intra tutti costoro 83. pareva dir: «Segnor, fammi vendetta 84. di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro»; 85. ed elli a lei rispondere: «Or aspetta 86. tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», 87. come persona in cui dolor s’affretta, 88. «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’io, 89. la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene 90. a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; 91. ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene 92. ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: 93. giustizia vuole e pietà mi ritene». 94. Colui che mai non vide cosa nova 95. produsse esto visibile parlare, 96. novello a noi perché qui non si trova. 97. Mentr’ io mi dilettava di guardare 98. l’imagini di tante umilitadi, 99. e per lo fabbro loro a veder care, 100. «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», 101. mormorava il poeta, «molte genti: 102. questi ne ’nvieranno a li alti gradi». 103. Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti 104. per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, 105. volgendosi ver’ lui non furon lenti. 106. Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi 107. di buon proponimento per udire 108. come Dio vuol che ’l debito si paghi. 109. Non attender la forma del martìre: 110. pensa la succession; pensa ch’al peggio 111. oltre la gran sentenza non può ire. 112. Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio 113. muovere a noi, non mi sembian persone, 114. e non so che, sì nel veder vaneggio». 115. Ed elli a me: «La grave condizione 116. di lor tormento a terra li rannicchia, 117. sì che miei occhi pria n’ebber tencione. 118. Ma guarda fiso là, e disviticchia 119. col viso quel che vien sotto a quei sassi: 120. già scorger puoi come ciascun si picchia». 121. O superbi cristian, miseri lassi, 122. che, de la vista de la mente infermi, 123. fidanza avete ne’ retrosi passi, 124. non v’accorgete voi che noi siam vermi 125. nati a formar l’angelica farfalla, 126. che vola a la giustizia sanza schermi? 127. Di che l’animo vostro in alto galla, 128. poi siete quasi antomata in difetto, 129. sì come vermo in cui formazion falla? 130. Come per sostentar solaio o tetto, 131. per mensola talvolta una figura 132. si vede giugner le ginocchia al petto, 133. la qual fa del non ver vera rancura 134. nascere ’n chi la vede; così fatti 135. vid’ io color, quando puosi ben cura. 136. Vero è che più e meno eran contratti 137. secondo ch’avien più e meno a dosso; 138. e qual più pazienza avea ne li atti, 139. piangendo parea dicer: “Più non posso”. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XI |
|
![]() |
I superbi Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio. Pur. XI, 88-90 – Amos Nattini (1892-1985) |
|
|
1. «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, 2. non circunscritto, ma per più amore 3. ch’ai primi effetti di là sù tu hai, 4. laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore 5. da ogne creatura, com’ è degno 6. di render grazie al tuo dolce vapore. 7. Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, 8. ché noi ad essa non potem da noi, 9. s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. 10. Come del suo voler li angeli tuoi 11. fan sacrificio a te, cantando osanna, 12. così facciano li uomini de’ suoi. 13. Dà oggi a noi la cotidiana manna, 14. sanza la qual per questo aspro diserto 15. a retro va chi più di gir s’affanna. 16. E come noi lo mal ch’avem sofferto 17. perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 18. benigno, e non guardar lo nostro merto. 19. Nostra virtù che di legger s’adona, 20. non spermentar con l’antico avversaro, 21. ma libera da lui che sì la sprona. 22. Quest’ ultima preghiera, segnor caro, 23. già non si fa per noi, ché non bisogna, 24. ma per color che dietro a noi restaro». 25. Così a sé e noi buona ramogna 26. quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, 27. simile a quel che talvolta si sogna, 28. disparmente angosciate tutte a tondo 29. e lasse su per la prima cornice, 30. purgando la caligine del mondo. 31. Se di là sempre ben per noi si dice, 32. di qua che dire e far per lor si puote 33. da quei c’hanno al voler buona radice? 34. Ben si de’ loro atar lavar le note 35. che portar quinci, sì che, mondi e lievi, 36. possano uscire a le stellate ruote. 37. «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi 38. tosto, sì che possiate muover l’ala, 39. che secondo il disio vostro vi lievi, 40. mostrate da qual mano inver’ la scala 41. si va più corto; e se c’è più d’un varco, 42. quel ne ’nsegnate che men erto cala; 43. ché questi che vien meco, per lo ’ncarco 44. de la carne d’Adamo onde si veste, 45. al montar sù, contra sua voglia, è parco». 46. Le lor parole, che rendero a queste 47. che dette avea colui cu’ io seguiva, 48. non fur da cui venisser manifeste; 49. ma fu detto: «A man destra per la riva 50. con noi venite, e troverete il passo 51. possibile a salir persona viva. 52. E s’io non fossi impedito dal sasso 53. che la cervice mia superba doma, 54. onde portar convienmi il viso basso, 55. cotesti, ch’ancor vive e non si noma, 53. guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, 57. e per farlo pietoso a questa soma. 58. Io fui latino e nato d’un gran Tosco: 59. Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; 60. non so se ’l nome suo già mai fu vosco. 61. L’antico sangue e l’opere leggiadre 62. d’i miei maggior mi fer sì arrogante, 63. che, non pensando a la comune madre, 64. ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, 65. ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, 66. e sallo in Campagnatico ogne fante. 67. Io sono Omberto; e non pur a me danno 68. superbia fa, ché tutti miei consorti 69. ha ella tratti seco nel malanno. 70. E qui convien ch’io questo peso porti 71. per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, 72. poi ch’io nol fe’ tra ’vivi, qui tra ’morti». 73. Ascoltando chinai in giù la faccia; 74. e un di lor, non questi che parlava, 75. si torse sotto il peso che li ’mpaccia, 76. e videmi e conobbemi e chiamava, 77. tenendo li occhi con fatica fisi 78. a me che tutto chin con loro andava. 79. «Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi, 80. l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte 81. ch’alluminar chiamata è in Parisi?». 82. «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte 83. che pennelleggia Franco Bolognese; 84. l’onore è tutto or suo, e mio in parte. 85. Ben non sare’ io stato sì cortese 86. mentre ch’io vissi, per lo gran disio 87. de l’eccellenza ove mio core intese. 88. Di tal superbia qui si paga il fio; 89. e ancor non sarei qui, se non fosse 90. che, possendo peccar, mi volsi a Dio. 91. Oh vana gloria de l’umane posse! 92. com’ poco verde in su la cima dura, 93. se non è giunta da l’etati grosse! 94. Credette Cimabue ne la pittura 95. tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 96. sì che la fama di colui è scura. 97. Così ha tolto l’uno a l’altro Guido 98. la gloria de la lingua; e forse è nato 99. chi l’uno e l’altro caccerà del nido. 100. Non è il mondan romore altro ch’un fiato 101. di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, 102. e muta nome perché muta lato. 103. Che voce avrai tu più, se vecchia scindi 104. da te la carne, che se fossi morto 105. anzi che tu lasciassi il pappo e ’l dindi, 106. pria che passin mill’ anni? ch’è più corto 107. spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia 108. al cerchio che più tardi in cielo è torto. 109. Colui che del cammin sì poco piglia 110. dinanzi a me, Toscana sonò tutta; 111. e ora a pena in Siena sen pispiglia, 112. ond’ era sire quando fu distrutta 113. la rabbia fiorentina, che superba 114. fu a quel tempo sì com’ ora è putta. 115. La vostra nominanza è color d’erba, 116. che viene e va, e quei la discolora 117. per cui ella esce de la terra acerba». 118. E io a lui: «Tuo vero dir m’incora 119. bona umiltà, e gran tumor m’appiani; 120. ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». 121. «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; 122. ed è qui perché fu presuntuoso 123. a recar Siena tutta a le sue mani. 124. Ito è così e va, sanza riposo, 125. poi che morì; cotal moneta rende 126. a sodisfar chi è di là troppo oso». 127. E io: «Se quello spirito ch’attende, 128. pria che si penta, l’orlo de la vita, 129. qua giù dimora e qua sù non ascende, 130. se buona orazion lui non aita, 131. prima che passi tempo quanto visse, 132. come fu la venuta lui largita?». 133. «Quando vivea più glorioso», disse, 134. «liberamente nel Campo di Siena, 135. ogne vergogna diposta, s’affisse; 136. e lì, per trar l’amico suo di pena, 137. ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, 138. si condusse a tremar per ogne vena. 139. Più non dirò, e scuro so che parlo; 140. ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini 141. faranno sì che tu potrai chiosarlo. 142. Quest’ opera li tolse quei confini». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XII |
|
![]() |
Aracne O folle Aragne, sì vedea io te già mezza ragna, trista in su li stracci de l’opera che mal per te si fé. Pur. XII, 43-45 – Gustave Dorè (1840-1883) |
|
|
1. Di pari, come buoi che vanno a giogo, 2. m’andava io con quell’ anima carca, 3. fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. 4. Ma quando disse: «Lascia lui e varca; 5. ché qui è buono con l’ali e coi remi, 6. quantunque può, ciascun pinger sua barca»; 7. dritto sì come andar vuolsi rife’mi 8. con la persona, avvegna che i pensieri 9. mi rimanessero e chinati e scemi. 10. Io m’era mosso, e seguia volontieri 11. del mio maestro i passi, e amendue 12. già mostravam com’ eravam leggeri; 13. ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: 14. buon ti sarà, per tranquillar la via, 15. veder lo letto de le piante tue». 16. Come, perché di lor memoria sia, 17. sovra i sepolti le tombe terragne 18. portan segnato quel ch’elli eran pria, 19. onde lì molte volte si ripiagne 20. per la puntura de la rimembranza, 21. che solo a’ pii dà de le calcagne; 22. sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza 23. secondo l’artificio, figurato 24. quanto per via di fuor del monte avanza. 25. Vedea colui che fu nobil creato 26. più ch’altra creatura, giù dal cielo 27. folgoreggiando scender, da l’un lato. 28. Vedea Briareo fitto dal telo 29. celestial giacer, da l’altra parte, 30. grave a la terra per lo mortal gelo. 31. Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, 32. armati ancora, intorno al padre loro, 33. mirar le membra d’i Giganti sparte. 34. Vedea Nembròt a piè del gran lavoro 35. quasi smarrito, e riguardar le genti 36. che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. 37. O Niobè, con che occhi dolenti 38. vedea io te segnata in su la strada, 39. tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! 40. O Saùl, come in su la propria spada 41. quivi parevi morto in Gelboè, 42. che poi non sentì pioggia né rugiada! 43. O folle Aragne, sì vedea io te 44. già mezza ragna, trista in su li stracci 45. de l’opera che mal per te si fé. 46. O Roboàm, già non par che minacci 47. quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento 48. nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. 49. Mostrava ancor lo duro pavimento 50. come Almeon a sua madre fé caro 51. parer lo sventurato addornamento. 52. Mostrava come i figli si gittaro 53. sovra Sennacherìb dentro dal tempio, 54. e come, morto lui, quivi il lasciaro. 55. Mostrava la ruina e ’l crudo scempio 53. che fé Tamiri, quando disse a Ciro: 57. «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». 58. Mostrava come in rotta si fuggiro 59. li Assiri, poi che fu morto Oloferne, 60. e anche le reliquie del martiro. 61. Vedeva Troia in cenere e in caverne; 62. o Ilión, come te basso e vile 63. mostrava il segno che lì si discerne! 64. Qual di pennel fu maestro o di stile 65. che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi 66. mirar farieno uno ingegno sottile? 67. Morti li morti e i vivi parean vivi: 68. non vide mei di me chi vide il vero, 69. quant’ io calcai, fin che chinato givi. 70. Or superbite, e via col viso altero, 71. figliuoli d’Eva, e non chinate il volto 72. sì che veggiate il vostro mal sentero! 73. Più era già per noi del monte vòlto 74. e del cammin del sole assai più speso 75. che non stimava l’animo non sciolto, 76. quando colui che sempre innanzi atteso 77. andava, cominciò: «Drizza la testa; 78. non è più tempo di gir sì sospeso. 79. Vedi colà un angel che s’appresta 80. per venir verso noi; vedi che torna 81. dal servigio del dì l’ancella sesta. 82. Di reverenza il viso e li atti addorna, 83. sì che i diletti lo ’nviarci in suso; 84. pensa che questo dì mai non raggiorna!». 85. Io era ben del suo ammonir uso 86. pur di non perder tempo, sì che ’n quella 87. materia non potea parlarmi chiuso. 88. A noi venìa la creatura bella, 89. biancovestito e ne la faccia quale 90. par tremolando mattutina stella. 91. Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; 92. disse: «Venite: qui son presso i gradi, 93. e agevolemente omai si sale. 94. A questo invito vegnon molto radi: 95. o gente umana, per volar sù nata, 96. perché a poco vento così cadi?». 97. Menocci ove la roccia era tagliata; 98. quivi mi batté l’ali per la fronte; 99. poi mi promise sicura l’andata. 100. Come a man destra, per salire al monte 101. dove siede la chiesa che soggioga 102. la ben guidata sopra Rubaconte, 103. si rompe del montar l’ardita foga 104. per le scalee che si fero ad etade 105. ch’era sicuro il quaderno e la doga; 106. così s’allenta la ripa che cade 107. quivi ben ratta da l’altro girone; 108. ma quinci e quindi l’alta pietra rade. 109. Noi volgendo ivi le nostre persone, 110. “Beati pauperes spiritu!” voci 111. cantaron sì, che nol diria sermone. 112. Ahi quanto son diverse quelle foci 113. da l’infernali! ché quivi per canti 114. s’entra, e là giù per lamenti feroci. 115. Già montavam su per li scaglion santi, 116. ed esser mi parea troppo più lieve 117. che per lo pian non mi parea davanti. 118. Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve 119. levata s’è da me, che nulla quasi 120. per me fatica, andando, si riceve?». 121. Rispuose: «Quando i P che son rimasi 122. ancor nel volto tuo presso che stinti, 123. saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, 124. fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, 125. che non pur non fatica sentiranno, 126. ma fia diletto loro esser sù pinti». 127. Allor fec’ io come color che vanno 128. con cosa in capo non da lor saputa, 129. se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; 130. per che la mano ad accertar s’aiuta, 131. e cerca e truova e quello officio adempie 132. che non si può fornir per la veduta; 133. e con le dita de la destra scempie 134. trovai pur sei le lettere che ’ncise 135. quel da le chiavi a me sovra le tempie: 136. a che guardando, il mio duca sorrise. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XIII |
|
![]() |
Gli invidiosi Allora più che prima li occhi apersi; guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi. Pur. XIII, 46-48 – Gustave Dorè (1840-1883) |
|
![]() |
Incontro con Sapìa Senese Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia. Pur. XIII, 109-111 – Gustave Dorè (1840-1883) |
|
|
1. Noi eravamo al sommo de la scala, 2. dove secondamente si risega 3. lo monte che salendo altrui dismala. 4. Ivi così una cornice lega 5. dintorno il poggio, come la primaia; 6. se non che l’arco suo più tosto piega. 7. Ombra non lì è né segno che si paia: 8. parsi la ripa e parsi la via schietta 9. col livido color de la petraia. 10. «Se qui per dimandar gente s’aspetta», 11. ragionava il poeta, «io temo forse 12. che troppo avrà d’indugio nostra eletta». 13. Poi fisamente al sole li occhi porse; 14. fece del destro lato a muover centro, 15. e la sinistra parte di sé torse. 16. «O dolce lume a cui fidanza i’ entro 17. per lo novo cammin, tu ne conduci», 18. dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. 19. Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; 20. s’altra ragione in contrario non ponta, 21. esser dien sempre li tuoi raggi duci». 22. Quanto di qua per un migliaio si conta, 23. tanto di là eravam noi già iti, 24. con poco tempo, per la voglia pronta; 25. e verso noi volar furon sentiti, 26. non però visti, spiriti parlando 27. a la mensa d’amor cortesi inviti. 28. La prima voce che passò volando 29. ’Vinum non habent’ altamente disse, 30. e dietro a noi l’andò reiterando. 31. E prima che del tutto non si udisse 32. per allungarsi, un’altra ’I’ sono Oreste’ 33. passò gridando, e anco non s’affisse. 34. «Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?». 35. E com’ io domandai, ecco la terza 36. dicendo: ’Amate da cui male aveste’. 37. E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza 38. la colpa de la invidia, e però sono 39. tratte d’amor le corde de la ferza. 40. Lo fren vuol esser del contrario suono; 41. credo che l’udirai, per mio avviso, 42. prima che giunghi al passo del perdono. 43. Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, 44. e vedrai gente innanzi a noi sedersi, 45. e ciascun è lungo la grotta assiso». 46. Allora più che prima li occhi apersi; 47. guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti 48. al color de la pietra non diversi. 49. E poi che fummo un poco più avanti, 50. udia gridar: ’Maria, òra per noi’: 51. gridar ’Michele’ e ’Pietro’ e ’Tutti santi’. 52. Non credo che per terra vada ancoi 53. omo sì duro, che non fosse punto 54. per compassion di quel ch’i’ vidi poi; 55. ché, quando fui sì presso di lor giunto, 53. che li atti loro a me venivan certi, 57. per li occhi fui di grave dolor munto. 58. Di vil ciliccio mi parean coperti, 59. e l’un sofferia l’altro con la spalla, 60. e tutti da la ripa eran sofferti. 61. Così li ciechi a cui la roba falla, 62. stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, 63. e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, 64. perché ’n altrui pietà tosto si pogna, 65. non pur per lo sonar de le parole, 66. ma per la vista che non meno agogna. 67. E come a li orbi non approda il sole, 68. così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, 69. luce del ciel di sé largir non vole; 70. ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra 71. e cusce sì, come a sparvier selvaggio 72. si fa però che queto non dimora. 73. A me pareva, andando, fare oltraggio, 74. veggendo altrui, non essendo veduto: 75. per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. 76. Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; 77. e però non attese mia dimanda, 78. ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». 79. Virgilio mi venìa da quella banda 80. de la cornice onde cader si puote, 81. perché da nulla sponda s’inghirlanda; 82. da l’altra parte m’eran le divote 83. ombre, che per l’orribile costura 84. premevan sì, che bagnavan le gote. 85. Volsimi a loro e: «O gente sicura», 86. incominciai, «di veder l’alto lume 87. che ’l disio vostro solo ha in sua cura, 88. se tosto grazia resolva le schiume 89. di vostra coscienza sì che chiaro 90. per essa scenda de la mente il fiume, 91. ditemi, ché mi fia grazioso e caro, 92. s’anima è qui tra voi che sia latina; 93. e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». 94. «O frate mio, ciascuna è cittadina 95. d’una vera città; ma tu vuo’ dire 96. che vivesse in Italia peregrina». 97. Questo mi parve per risposta udire 98. più innanzi alquanto che là dov’ io stava, 99. ond’ io mi feci ancor più là sentire. 100. Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava 101. in vista; e se volesse alcun dir ’Come?’, 102. lo mento a guisa d’orbo in sù levava. 103. «Spirto», diss’io, «che per salir ti dome, 104. se tu se’ quelli che mi rispondesti, 105. fammiti conto o per luogo o per nome». 106. «Io fui sanese», rispuose, «e con questi 107. altri rimendo qui la vita ria, 108. lagrimando a colui che sé ne presti. 109. Savia non fui, avvegna che Sapìa 110. fossi chiamata, e fui de li altrui danni 111. più lieta assai che di ventura mia. 112. E perché tu non creda ch’io t’inganni, 113. odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, 114. già discendendo l’arco d’i miei anni. 115. Eran li cittadin miei presso a Colle 116. in campo giunti co’ loro avversari, 117. e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. 118. Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari 119. passi di fuga; e veggendo la caccia, 120. letizia presi a tutte altre dispari, 121. tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, 122. gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, 123. come fé ’l merlo per poca bonaccia. 124. Pace volli con Dio in su lo stremo 125. de la mia vita; e ancor non sarebbe 126. lo mio dover per penitenza scemo, 127. se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe 128. Pier Pettinaio in sue sante orazioni, 129. a cui di me per caritate increbbe. 130. Ma tu chi se’, che nostre condizioni 131. vai dimandando, e porti li occhi sciolti, 132. sì com’ io credo, e spirando ragioni?». 133. «Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti, 134. ma picciol tempo, ché poca è l’offesa 135. fatta per esser con invidia vòlti. 136. Troppa è più la paura ond’ è sospesa 137. l’anima mia del tormento di sotto, 138. che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». 139. Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto 140. qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». 141. E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. 142. E vivo sono; e però mi richiedi, 143. spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova 144. di là per te ancor li mortai piedi». 145. «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», 146. rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; 147. però col priego tuo talor mi giova. 148. E cheggioti, per quel che tu più brami, 149. se mai calchi la terra di Toscana, 150. che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. 151. Tu li vedrai tra quella gente vana 152. che spera in Talamone, e perderagli 153. più di speranza ch’a trovar la Diana; 154. ma più vi perderanno li ammiragli». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XIV |
|
![]() |
Chi è costui che ’l nostro monte cerchia … |
|
|
1. «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia 2. prima che morte li abbia dato il volo, 3. e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». 4. «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; 5. domandal tu che più li t’avvicini, 6. e dolcemente, sì che parli, acco’lo». 7. Così due spirti, l’uno a l’altro chini, 8. ragionavan di me ivi a man dritta; 9. poi fer li visi, per dirmi, supini; 10. e disse l’uno: «O anima che fitta 11. nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, 12. per carità ne consola e ne ditta 13. onde vieni e chi se’; ché tu ne fai 14. tanto maravigliar de la tua grazia, 15. quanto vuol cosa che non fu più mai». 16. E io: «Per mezza Toscana si spazia 17. un fiumicel che nasce in Falterona, 18. e cento miglia di corso nol sazia. 19. Di sovr’ esso rech’ io questa persona: 20. dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, 21. ché ’l nome mio ancor molto non suona». 22. «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno 23. con lo ’ntelletto», allora mi rispuose 24. quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». 25. E l’altro disse lui: «Perché nascose 26. questi il vocabol di quella riviera, 27. pur com’ om fa de l’orribili cose?». 28. E l’ombra che di ciò domandata era, 29. si sdebitò così: «Non so; ma degno 30. ben è che ’l nome di tal valle pèra; 31. ché dal principio suo, ov’ è sì pregno 32. l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, 33. che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, 34. infin là ’ve si rende per ristoro 35. di quel che ’l ciel de la marina asciuga, 36. ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, 37. vertù così per nimica si fuga 38. da tutti come biscia, o per sventura 39. del luogo, o per mal uso che li fruga: 40. ond’ hanno sì mutata lor natura 41. li abitator de la misera valle, 42. che par che Circe li avesse in pastura. 43. Tra brutti porci, più degni di galle 44. che d’altro cibo fatto in uman uso, 45. dirizza prima il suo povero calle. 46. Botoli trova poi, venendo giuso, 47. ringhiosi più che non chiede lor possa, 48. e da lor disdegnosa torce il muso. 49. Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, 50. tanto più trova di can farsi lupi 51. la maladetta e sventurata fossa. 52. Discesa poi per più pelaghi cupi, 53. trova le volpi sì piene di froda, 54. che non temono ingegno che le occùpi. 55. Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; 53. e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta 57. di ciò che vero spirto mi disnoda. 58. Io veggio tuo nepote che diventa 59. cacciator di quei lupi in su la riva 60. del fiero fiume, e tutti li sgomenta. 61. Vende la carne loro essendo viva; 62. poscia li ancide come antica belva; 63. molti di vita e sé di pregio priva. 64. Sanguinoso esce de la trista selva; 65. lasciala tal, che di qui a mille anni 66. ne lo stato primaio non si rinselva». 67. Com’ a l’annunzio di dogliosi danni 68. si turba il viso di colui ch’ascolta, 69. da qual che parte il periglio l’assanni, 70. così vid’ io l’altr’ anima, che volta 71. stava a udir, turbarsi e farsi trista, 72. poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. 73. Lo dir de l’una e de l’altra la vista 74. mi fer voglioso di saper lor nomi, 75. e dimanda ne fei con prieghi mista; 76. per che lo spirto che di pria parlòmi 77. ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca 78. nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. 79. Ma da che Dio in te vuol che traluca 80. tanto sua grazia, non ti sarò scarso; 81. però sappi ch’io fui Guido del Duca. 82. Fu il sangue mio d’invidia sì riarso, 83. che se veduto avesse uom farsi lieto, 84. visto m’avresti di livore sparso. 85. Di mia semente cotal paglia mieto; 86. o gente umana, perché poni ’l core 87. là ’v’ è mestier di consorte divieto? 88. Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore 89. de la casa da Calboli, ove nullo 90. fatto s’è reda poi del suo valore. 91. E non pur lo suo sangue è fatto brullo, 92. tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, 93. del ben richesto al vero e al trastullo; 94. ché dentro a questi termini è ripieno 95. di venenosi sterpi, sì che tardi 96. per coltivare omai verrebber meno. 97. Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? 98. Pier Traversaro e Guido di Carpigna? 99. Oh Romagnuoli tornati in bastardi! 100. Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? 101. quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 102. verga gentil di picciola gramigna? 103. Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, 104. quando rimembro, con Guido da Prata, 105. Ugolin d’Azzo che vivette nosco, 106. Federigo Tignoso e sua brigata, 107. la casa Traversara e li Anastagi 108. (e l’una gente e l’altra è diretata), 109. le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi 110. che ne ’nvogliava amore e cortesia 111. là dove i cuor son fatti sì malvagi. 112. O Bretinoro, ché non fuggi via, 113. poi che gita se n’è la tua famiglia 114. e molta gente per non esser ria? 115. Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; 116. e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, 117. che di figliar tai conti più s’impiglia. 118. Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio 119. lor sen girà; ma non però che puro 120. già mai rimagna d’essi testimonio. 121. O Ugolin de’ Fantolin, sicuro 122. è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta 123. chi far lo possa, tralignando, scuro. 124. Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta 125. troppo di pianger più che di parlare, 126. sì m’ha nostra ragion la mente stretta». 127. Noi sapavam che quell’ anime care 128. ci sentivano andar; però, tacendo, 129. facean noi del cammin confidare. 130. Poi fummo fatti soli procedendo, 131. folgore parve quando l’aere fende, 132. voce che giunse di contra dicendo: 133. ’Anciderammi qualunque m’apprende’; 134. e fuggì come tuon che si dilegua, 135. se sùbito la nuvola scoscende. 136. Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, 137. ed ecco l’altra con sì gran fracasso, 138. che somigliò tonar che tosto segua: 139. «Io sono Aglauro che divenni sasso»; 140. e allor, per ristrignermi al poeta, 141. in destro feci, e non innanzi, il passo. 142. Già era l’aura d’ogne parte queta; 143. ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo 144. che dovria l’uom tener dentro a sua meta. 145. Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo 146. de l’antico avversaro a sé vi tira; 147. e però poco val freno o richiamo. 148. Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, 149. mostrandovi le sue bellezze etterne, 150. e l’occhio vostro pur a terra mira; 151. onde vi batte chi tutto discerne». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XV |
|
![]() |
Quanto tra l’ultimar de l’ora terza … |
|
|
1. Quanto tra l’ultimar de l’ora terza 2. e ’l principio del dì par de la spera 3. che sempre a guisa di fanciullo scherza, 4. tanto pareva già inver’ la sera 5. essere al sol del suo corso rimaso; 6. vespero là, e qui mezza notte era. 7. E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, 8. perché per noi girato era sì ’l monte, 9. che già dritti andavamo inver’ l’occaso, 10. quand’ io senti’ a me gravar la fronte 11. a lo splendore assai più che di prima, 12. e stupor m’eran le cose non conte; 13. ond’ io levai le mani inver’ la cima 14. de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, 15. che del soverchio visibile lima. 16. Come quando da l’acqua o da lo specchio 17. salta lo raggio a l’opposita parte, 18. salendo su per lo modo parecchio 19. a quel che scende, e tanto si diparte 20. dal cader de la pietra in igual tratta, 21. sì come mostra esperienza e arte; 22. così mi parve da luce rifratta 23. quivi dinanzi a me esser percosso; 24. per che a fuggir la mia vista fu ratta. 25. «Che è quel, dolce padre, a che non posso 26. schermar lo viso tanto che mi vaglia», 27. diss’io, «e pare inver’ noi esser mosso?». 28. «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia 29. la famiglia del cielo», a me rispuose: 30. «messo è che viene ad invitar ch’om saglia. 31. Tosto sarà ch’a veder queste cose 32. non ti fia grave, ma fieti diletto 33. quanto natura a sentir ti dispuose». 34. Poi giunti fummo a l’angel benedetto, 35. con lieta voce disse: «Intrate quinci 36. ad un scaleo vie men che li altri eretto». 37. Noi montavam, già partiti di linci, 38. e ’Beati misericordes!’ fue 39. cantato retro, e ’Godi tu che vinci!’. 40. Lo mio maestro e io soli amendue 41. suso andavamo; e io pensai, andando, 42. prode acquistar ne le parole sue; 43. e dirizza’mi a lui sì dimandando: 44. «Che volse dir lo spirto di Romagna, 45. e ’divieto’ e ’consorte’ menzionando?». 46. Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna 47. conosce il danno; e però non s’ammiri 48. se ne riprende perché men si piagna. 49. Perché s’appuntano i vostri disiri 50. dove per compagnia parte si scema, 51. invidia move il mantaco a’ sospiri. 52. Ma se l’amor de la spera supprema 53. torcesse in suso il disiderio vostro, 54. non vi sarebbe al petto quella tema; 55. ché, per quanti si dice più lì ’nostro’, 53. tanto possiede più di ben ciascuno, 57. e più di caritate arde in quel chiostro». 58. «Io son d’esser contento più digiuno», 59. diss’io, «che se mi fosse pria taciuto, 60. e più di dubbio ne la mente aduno. 61. Com’ esser puote ch’un ben, distributo 62. in più posseditor, faccia più ricchi 63. di sé che se da pochi è posseduto?». 64. Ed elli a me: «Però che tu rificchi 65. la mente pur a le cose terrene, 66. di vera luce tenebre dispicchi. 67. Quello infinito e ineffabil bene 68. che là sù è, così corre ad amore 69. com’ a lucido corpo raggio vene. 70. Tanto si dà quanto trova d’ardore; 71. sì che, quantunque carità si stende, 72. cresce sovr’ essa l’etterno valore. 73. E quanta gente più là sù s’intende, 74. più v’è da bene amare, e più vi s’ama, 75. e come specchio l’uno a l’altro rende. 76. E se la mia ragion non ti disfama, 77. vedrai Beatrice, ed ella pienamente 78. ti torrà questa e ciascun’ altra brama. 79. Procaccia pur che tosto sieno spente, 80. come son già le due, le cinque piaghe, 81. che si richiudon per esser dolente». 82. Com’ io voleva dicer ’Tu m’appaghe’, 83. vidimi giunto in su l’altro girone, 84. sì che tacer mi fer le luci vaghe. 85. Ivi mi parve in una visione 86. estatica di sùbito esser tratto, 87. e vedere in un tempio più persone; 88. e una donna, in su l’entrar, con atto 89. dolce di madre dicer: «Figliuol mio, 90. perché hai tu così verso noi fatto? 91. Ecco, dolenti, lo tuo padre e io 92. ti cercavamo». E come qui si tacque, 93. ciò che pareva prima, dispario. 94. Indi m’apparve un’altra con quell’ acque 95. giù per le gote che ’l dolor distilla 96. quando di gran dispetto in altrui nacque, 97. e dir: «Se tu se’ sire de la villa 98. del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, 99. e onde ogne scienza disfavilla, 100. vendica te di quelle braccia ardite 101. ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». 102. E ’l segnor mi parea, benigno e mite, 103. risponder lei con viso temperato: 104. «Che farem noi a chi mal ne disira, 105. se quei che ci ama è per noi condannato?», 106. Poi vidi genti accese in foco d’ira 107. con pietre un giovinetto ancider, forte 108. gridando a sé pur: «Martira, martira!». 109. E lui vedea chinarsi, per la morte 110. che l’aggravava già, inver’ la terra, 111. ma de li occhi facea sempre al ciel porte, 112. orando a l’alto Sire, in tanta guerra, 113. che perdonasse a’ suoi persecutori, 114. con quello aspetto che pietà diserra. 115. Quando l’anima mia tornò di fori 116. a le cose che son fuor di lei vere, 117. io riconobbi i miei non falsi errori. 118. Lo duca mio, che mi potea vedere 119. far sì com’ om che dal sonno si slega, 120. disse: «Che hai che non ti puoi tenere, 121. ma se’ venuto più che mezza lega 122. velando li occhi e con le gambe avvolte, 123. a guisa di cui vino o sonno piega?». 124. «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, 125. io ti dirò», diss’io, «ciò che m’apparve 126. quando le gambe mi furon sì tolte». 127. Ed ei: «Se tu avessi cento larve 128. sovra la faccia, non mi sarian chiuse 129. le tue cogitazion, quantunque parve. 130. Ciò che vedesti fu perché non scuse 131. d’aprir lo core a l’acque de la pace 132. che da l’etterno fonte son diffuse. 133. Non dimandai “Che hai?” per quel che face 134. chi guarda pur con l’occhio che non vede, 135. quando disanimato il corpo giace; 136. ma dimandai per darti forza al piede: 137. così frugar conviensi i pigri, lenti 138. ad usar lor vigilia quando riede». 139. Noi andavam per lo vespero, attenti 140. oltre quanto potean li occhi allungarsi 141. contra i raggi serotini e lucenti. 142. Ed ecco a poco a poco un fummo farsi 143. verso di noi come la notte oscuro; 144. né da quello era loco da cansarsi. 145. Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XVI |
|
![]() |
Buio d’inferno e di notte privata … |
|
|
1. Buio d’inferno e di notte privata 2. d’ogne pianeto, sotto pover cielo, 3. quant’ esser può di nuvol tenebrata, 4. non fece al viso mio sì grosso velo 5. come quel fummo ch’ivi ci coperse, 6. né a sentir di così aspro pelo, 7. che l’occhio stare aperto non sofferse; 8. onde la scorta mia saputa e fida 9. mi s’accostò e l’omero m’offerse. 10. Sì come cieco va dietro a sua guida 11. per non smarrirsi e per non dar di cozzo 12. in cosa che ’l molesti, o forse ancida, 13. m’andava io per l’aere amaro e sozzo, 14. ascoltando il mio duca che diceva 15. pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». 16. Io sentia voci, e ciascuna pareva 17. pregar per pace e per misericordia 18. l’Agnel di Dio che le peccata leva. 19. Pur ’Agnus Dei’ eran le loro essordia; 20. una parola in tutte era e un modo, 21. sì che parea tra esse ogne concordia. 22. «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», 23. diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, 24. e d’iracundia van solvendo il nodo». 25. «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, 26. e di noi parli pur come se tue 27. partissi ancor lo tempo per calendi?». 28. Così per una voce detto fue; 29. onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, 30. e domanda se quinci si va sùe». 31. E io: «O creatura che ti mondi 32. per tornar bella a colui che ti fece, 33. maraviglia udirai, se mi secondi». 34. «Io ti seguiterò quanto mi lece», 35. rispuose; «e se veder fummo non lascia, 36. l’udir ci terrà giunti in quella vece». 37. Allora incominciai: «Con quella fascia 38. che la morte dissolve men vo suso, 39. e venni qui per l’infernale ambascia. 40. E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, 41. tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte 42. per modo tutto fuor del moderno uso, 43. non mi celar chi fosti anzi la morte, 44. ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; 45. e tue parole fier le nostre scorte». 46. «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; 47. del mondo seppi, e quel valore amai 48. al quale ha or ciascun disteso l’arco. 49. Per montar sù dirittamente vai». 50. Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego 51. che per me prieghi quando sù sarai». 52. E io a lui: «Per fede mi ti lego 53. di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio 54. dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. 55. Prima era scempio, e ora è fatto doppio 53. ne la sentenza tua, che mi fa certo 57. qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. 58. Lo mondo è ben così tutto diserto 59. d’ogne virtute, come tu mi sone, 60. e di malizia gravido e coverto; 61. ma priego che m’addite la cagione, 62. sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; 63. ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». 64. Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», 65. mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, 66. lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. 67. Voi che vivete ogne cagion recate 68. pur suso al cielo, pur come se tutto 69. movesse seco di necessitate. 70. Se così fosse, in voi fora distrutto 71. libero arbitrio, e non fora giustizia 72. per ben letizia, e per male aver lutto. 73. Lo cielo i vostri movimenti inizia; 74. non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, 75. lume v’è dato a bene e a malizia, 76. e libero voler; che, se fatica 77. ne le prime battaglie col ciel dura, 78. poi vince tutto, se ben si notrica. 79. A maggior forza e a miglior natura 80. liberi soggiacete; e quella cria 81. la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. 82. Però, se ’l mondo presente disvia, 83. in voi è la cagione, in voi si cheggia; 84. e io te ne sarò or vera spia. 85. Esce di mano a lui che la vagheggia 86. prima che sia, a guisa di fanciulla 87. che piangendo e ridendo pargoleggia, 88. l’anima semplicetta che sa nulla, 89. salvo che, mossa da lieto fattore, 90. volontier torna a ciò che la trastulla. 91. Di picciol bene in pria sente sapore; 92. quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, 93. se guida o fren non torce suo amore. 94. Onde convenne legge per fren porre; 95. convenne rege aver, che discernesse 96. de la vera cittade almen la torre. 97. Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 98. Nullo, però che ’l pastor che procede, 99. rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; 100. per che la gente, che sua guida vede 101. pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, 102. di quel si pasce, e più oltre non chiede. 103. Ben puoi veder che la mala condotta 104. è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, 105. e non natura che ’n voi sia corrotta. 106. Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, 107. due soli aver, che l’una e l’altra strada 108. facean vedere, e del mondo e di Deo. 109. L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 110. col pasturale, e l’un con l’altro insieme 111. per viva forza mal convien che vada; 112. però che, giunti, l’un l’altro non teme: 113. se non mi credi, pon mente a la spiga, 114. ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. 115. In sul paese ch’Adice e Po riga, 116. solea valore e cortesia trovarsi, 117. prima che Federigo avesse briga; 118. or può sicuramente indi passarsi 119. per qualunque lasciasse, per vergogna 120. di ragionar coi buoni o d’appressarsi. 121. Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna 122. l’antica età la nova, e par lor tardo 123. che Dio a miglior vita li ripogna: 124. Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo 125. e Guido da Castel, che mei si noma, 126. francescamente, il semplice Lombardo. 127. Dì oggimai che la Chiesa di Roma, 128. per confondere in sé due reggimenti, 129. cade nel fango, e sé brutta e la soma». 130. «O Marco mio», diss’io, «bene argomenti; 131. e or discerno perché dal retaggio 132. li figli di Levì furono essenti. 133. Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio 134. di’ ch’è rimaso de la gente spenta, 135. in rimprovèro del secol selvaggio?». 136. «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», 137. rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, 138. par che del buon Gherardo nulla senta. 139. Per altro sopranome io nol conosco, 140. s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. 141. Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. 142. Vedi l’albor che per lo fummo raia 143. già biancheggiare, e me convien partirmi 144. (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». 145. Così tornò, e più non volle udirmi. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XVII |
|
![]() |
Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe … |
|
|
1. Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe 2. ti colse nebbia per la qual vedessi 3. non altrimenti che per pelle talpe, 4. come, quando i vapori umidi e spessi 5. a diradar cominciansi, la spera 6. del sol debilemente entra per essi; 7. e fia la tua imagine leggera 8. in giugnere a veder com’ io rividi 9. lo sole in pria, che già nel corcar era. 10. Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi 11. del mio maestro, usci’ fuor di tal nube 12. ai raggi morti già ne’ bassi lidi. 13. O imaginativa che ne rube 14. talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge 15. perché dintorno suonin mille tube, 16. chi move te, se ’l senso non ti porge? 17. Moveti lume che nel ciel s’informa, 18. per sé o per voler che giù lo scorge. 19. De l’empiezza di lei che mutò forma 20. ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, 21. ne l’imagine mia apparve l’orma; 22. e qui fu la mia mente sì ristretta 23. dentro da sé, che di fuor non venìa 24. cosa che fosse allor da lei ricetta. 25. Poi piovve dentro a l’alta fantasia 26. un crucifisso, dispettoso e fero 27. ne la sua vista, e cotal si moria; 28. intorno ad esso era il grande Assuero, 29. Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, 30. che fu al dire e al far così intero. 31. E come questa imagine rompeo 32. sé per sé stessa, a guisa d’una bulla 33. cui manca l’acqua sotto qual si feo, 34. surse in mia visione una fanciulla 35. piangendo forte, e dicea: «O regina, 36. perché per ira hai voluto esser nulla? 37. Ancisa t’hai per non perder Lavina; 38. or m’hai perduta! Io son essa che lutto, 39. madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». 40. Come si frange il sonno ove di butto 41. nova luce percuote il viso chiuso, 42. che fratto guizza pria che muoia tutto; 43. così l’imaginar mio cadde giuso 44. tosto che lume il volto mi percosse, 45. maggior assai che quel ch’è in nostro uso. 46. I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, 47. quando una voce disse «Qui si monta», 48. che da ogne altro intento mi rimosse; 49. e fece la mia voglia tanto pronta 50. di riguardar chi era che parlava, 51. che mai non posa, se non si raffronta. 52. Ma come al sol che nostra vista grava 53. e per soverchio sua figura vela, 54. così la mia virtù quivi mancava. 55. «Questo è divino spirito, che ne la 53. via da ir sù ne drizza sanza prego, 57. e col suo lume sé medesmo cela. 58. Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; 59. ché quale aspetta prego e l’uopo vede, 60. malignamente già si mette al nego. 61. Or accordiamo a tanto invito il piede; 62. procacciam di salir pria che s’abbui, 63. ché poi non si poria, se ’l dì non riede». 64. Così disse il mio duca, e io con lui 65. volgemmo i nostri passi ad una scala; 66. e tosto ch’io al primo grado fui, 67. senti’mi presso quasi un muover d’ala 68. e ventarmi nel viso e dir: ’Beati 69. pacifici, che son sanz’ ira mala!’. 70. Già eran sovra noi tanto levati 71. li ultimi raggi che la notte segue, 72. che le stelle apparivan da più lati. 73. ’O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, 74. fra me stesso dicea, ché mi sentiva 75. la possa de le gambe posta in triegue. 76. Noi eravam dove più non saliva 77. la scala sù, ed eravamo affissi, 78. pur come nave ch’a la piaggia arriva. 79. E io attesi un poco, s’io udissi 80. alcuna cosa nel novo girone; 81. poi mi volsi al maestro mio, e dissi: 82. «Dolce mio padre, dì, quale offensione 83. si purga qui nel giro dove semo? 84. Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». 85. Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo 86. del suo dover, quiritta si ristora; 87. qui si ribatte il mal tardato remo. 88. Ma perché più aperto intendi ancora, 89. volgi la mente a me, e prenderai 90. alcun buon frutto di nostra dimora». 91. «Né creator né creatura mai», 92. cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, 93. o naturale o d’animo; e tu ’l sai. 94. Lo naturale è sempre sanza errore, 95. ma l’altro puote errar per malo obietto 96. o per troppo o per poco di vigore. 97. Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, 98. e ne’ secondi sé stesso misura, 99. esser non può cagion di mal diletto; 100. ma quando al mal si torce, o con più cura 101. o con men che non dee corre nel bene, 102. contra ’l fattore adovra sua fattura. 103. Quinci comprender puoi ch’esser convene 104. amor sementa in voi d’ogne virtute 105. e d’ogne operazion che merta pene. 106. Or, perché mai non può da la salute 107. amor del suo subietto volger viso, 108. da l’odio proprio son le cose tute; 109. e perché intender non si può diviso, 110. e per sé stante, alcuno esser dal primo, 111. da quello odiare ogne effetto è deciso. 112. Resta, se dividendo bene stimo, 113. che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso 114. amor nasce in tre modi in vostro limo. 115. È chi, per esser suo vicin soppresso, 116. spera eccellenza, e sol per questo brama 117. ch’el sia di sua grandezza in basso messo; 118. è chi podere, grazia, onore e fama 119. teme di perder perch’ altri sormonti, 120. onde s’attrista sì che ’l contrario ama; 121. ed è chi per ingiuria par ch’aonti, 122. sì che si fa de la vendetta ghiotto, 123. e tal convien che ’l male altrui impronti. 124. Questo triforme amor qua giù di sotto 125. si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, 126. che corre al ben con ordine corrotto. 127. Ciascun confusamente un bene apprende 128. nel qual si queti l’animo, e disira; 129. per che di giugner lui ciascun contende. 130. Se lento amore a lui veder vi tira 131. o a lui acquistar, questa cornice, 132. dopo giusto penter, ve ne martira. 133. Altro ben è che non fa l’uom felice; 134. non è felicità, non è la buona 135. essenza, d’ogne ben frutto e radice. 136. L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, 137. di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; 138. ma come tripartito si ragiona, 139. tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XVIII |
|
![]() |
Posto avea fine al suo ragionamento … |
|
|
1. Posto avea fine al suo ragionamento 2. l’alto dottore, e attento guardava 3. ne la mia vista s’io parea contento; 4. e io, cui nova sete ancor frugava, 5. di fuor tacea, e dentro dicea: ’Forse 6. lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. 7. Ma quel padre verace, che s’accorse 8. del timido voler che non s’apriva, 9. parlando, di parlare ardir mi porse. 10. Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva 11. sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro 12. quanto la tua ragion parta o descriva. 13. Però ti prego, dolce padre caro, 14. che mi dimostri amore, a cui reduci 15. ogne buono operare e ’l suo contraro». 16. «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci 17. de lo ’ntelletto, e fieti manifesto 18. l’error de’ ciechi che si fanno duci. 19. L’animo, ch’è creato ad amar presto, 20. ad ogne cosa è mobile che piace, 21. tosto che dal piacere in atto è desto. 22. Vostra apprensiva da esser verace 23. tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, 24. sì che l’animo ad essa volger face; 25. e se, rivolto, inver’ di lei si piega, 26. quel piegare è amor, quell’ è natura 27. che per piacer di novo in voi si lega. 28. Poi, come ’l foco movesi in altura 29. per la sua forma ch’è nata a salire 30. là dove più in sua matera dura, 31. così l’animo preso entra in disire, 32. ch’è moto spiritale, e mai non posa 33. fin che la cosa amata il fa gioire. 34. Or ti puote apparer quant’ è nascosa 35. la veritate a la gente ch’avvera 36. ciascun amore in sé laudabil cosa; 37. però che forse appar la sua matera 38. sempre esser buona, ma non ciascun segno 39. è buono, ancor che buona sia la cera». 40. «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», 41. rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, 42. ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; 43. ché, s’amore è di fuori a noi offerto 44. e l’anima non va con altro piede, 45. se dritta o torta va, non è suo merto». 46. Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, 47. dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta 48. pur a Beatrice, ch’è opra di fede. 49. Ogne forma sustanzial, che setta 50. è da matera ed è con lei unita, 51. specifica vertute ha in sé colletta, 52. la qual sanza operar non è sentita, 53. né si dimostra mai che per effetto, 54. come per verdi fronde in pianta vita. 55. Però, là onde vegna lo ’ntelletto 53. de le prime notizie, omo non sape, 57. e de’ primi appetibili l’affetto, 58. che sono in voi sì come studio in ape 59. di far lo mele; e questa prima voglia 60. merto di lode o di biasmo non cape. 61. Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, 62. innata v’è la virtù che consiglia, 63. e de l’assenso de’ tener la soglia. 64. Quest’ è ’l principio là onde si piglia 65. ragion di meritare in voi, secondo 66. che buoni e rei amori accoglie e viglia. 67. Color che ragionando andaro al fondo, 68. s’accorser d’esta innata libertate; 69. però moralità lasciaro al mondo. 70. Onde, poniam che di necessitate 71. surga ogne amor che dentro a voi s’accende, 72. di ritenerlo è in voi la podestate. 73. La nobile virtù Beatrice intende 74. per lo libero arbitrio, e però guarda 75. che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». 76. La luna, quasi a mezza notte tarda, 77. facea le stelle a noi parer più rade, 78. fatta com’ un secchion che tuttor arda; 79. e correa contro ’l ciel per quelle strade 80. che ’l sole infiamma allor che quel da Roma 81. tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. 82. E quell’ ombra gentil per cui si noma 83. Pietola più che villa mantoana, 84. del mio carcar diposta avea la soma; 85. per ch’io, che la ragione aperta e piana 86. sovra le mie quistioni avea ricolta, 87. stava com’ om che sonnolento vana. 88. Ma questa sonnolenza mi fu tolta 89. subitamente da gente che dopo 90. le nostre spalle a noi era già volta. 91. E quale Ismeno già vide e Asopo 92. lungo di sè di notte furia e calca, 93. pur che i Teban di Bacco avesser uopo, 94. cotal per quel giron suo passo falca, 95. per quel ch’io vidi di color, venendo, 96. cui buon volere e giusto amor cavalca. 97. Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo 98. si movea tutta quella turba magna; 99. e due dinanzi gridavan piangendo: 100. «Maria corse con fretta a la montagna; 101. e Cesare, per soggiogare Ilerda, 102. punse Marsilia e poi corse in Ispagna». 103. «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda 104. per poco amor», gridavan li altri appresso, 105. «che studio di ben far grazia rinverda». 106. «O gente in cui fervore aguto adesso 107. ricompie forse negligenza e indugio 108. da voi per tepidezza in ben far messo, 109. questi che vive, e certo i’ non vi bugio, 110. vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; 111. però ne dite ond’ è presso il pertugio». 112. Parole furon queste del mio duca; 113. e un di quelli spirti disse: «Vieni 114. di retro a noi, e troverai la buca. 115. Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, 116. che restar non potem; però perdona, 117. se villania nostra giustizia tieni. 118. Io fui abate in San Zeno a Verona 119. sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, 120. di cui dolente ancor Milan ragiona. 121. E tale ha già l’un piè dentro la fossa, 122. che tosto piangerà quel monastero, 123. e tristo fia d’avere avuta possa; 124. perché suo figlio, mal del corpo intero, 125. e de la mente peggio, e che mal nacque, 126. ha posto in loco di suo pastor vero». 127. Io non so se più disse o s’ei si tacque, 128. tant’ era già di là da noi trascorso; 129. ma questo intesi, e ritener mi piacque. 130. E quei che m’era ad ogne uopo soccorso 131. disse: «Volgiti qua: vedine due 132. venir dando a l’accidia di morso». 133. Di retro a tutti dicean: «Prima fue 134. morta la gente a cui il mar s’aperse, 135. che vedesse Iordan le rede sue. 136. E quella che l’affanno non sofferse 137. fino a la fine col figlio d’Anchise, 138. sé stessa a vita sanza gloria offerse». 139. Poi quando fuor da noi tanto divise 140. quell’ ombre, che veder più non potiersi, 141. novo pensiero dentro a me si mise, 142. del qual più altri nacquero e diversi; 143. e tanto d’uno in altro vaneggiai, 144. che li occhi per vaghezza ricopersi, 145. e ’l pensamento in sogno trasmutai. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XIX |
|
![]() |
Ne l’ora che non può ’l calor diurno … |
|
|
1. Ne l’ora che non può ’l calor diurno 2. intepidar più ’l freddo de la luna, 3. vinto da terra, e talor da Saturno 4. quando i geomanti lor Maggior Fortuna 5. veggiono in oriente, innanzi a l’alba, 6. surger per via che poco le sta bruna, 7. mi venne in sogno una femmina balba, 8. ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, 9. con le man monche, e di colore scialba. 10. Io la mirava; e come ’l sol conforta 11. le fredde membra che la notte aggrava, 12. così lo sguardo mio le facea scorta 13. la lingua, e poscia tutta la drizzava 14. in poco d’ora, e lo smarrito volto, 15. com’ amor vuol, così le colorava. 16. Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, 17. cominciava a cantar sì, che con pena 18. da lei avrei mio intento rivolto. 19. «Io son», cantava, «io son dolce serena, 20. che ’ marinari in mezzo mar dismago; 21. tanto son di piacere a sentir piena! 22. Io volsi Ulisse del suo cammin vago 23. al canto mio; e qual meco s’ausa, 24. rado sen parte; sì tutto l’appago!». 25. Ancor non era sua bocca richiusa, 26. quand’ una donna apparve santa e presta 27. lunghesso me per far colei confusa. 28. «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», 29. fieramente dicea; ed el venìa 30. con li occhi fitti pur in quella onesta. 31. L’altra prendea, e dinanzi l’apria 32. fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; 33. quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. 34. Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre 35. voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; 36. troviam l’aperta per la qual tu entre». 37. Sù mi levai, e tutti eran già pieni 38. de l’alto dì i giron del sacro monte, 39. e andavam col sol novo a le reni. 40. Seguendo lui, portava la mia fronte 41. come colui che l’ha di pensier carca, 42. che fa di sé un mezzo arco di ponte; 43. quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» 44. parlare in modo soave e benigno, 45. qual non si sente in questa mortal marca. 46. Con l’ali aperte, che parean di cigno, 47. volseci in sù colui che sì parlonne 48. tra due pareti del duro macigno. 49. Mosse le penne poi e ventilonne, 50. ’Qui lugent’ affermando esser beati, 51. ch’avran di consolar l’anime donne. 52. «Che hai che pur inver’ la terra guati?», 53. la guida mia incominciò a dirmi, 54. poco amendue da l’angel sormontati. 55. E io: «Con tanta sospeccion fa irmi 53. novella vision ch’a sé mi piega, 57. sì ch’io non posso dal pensar partirmi». 58. «Vedesti», disse, «quell’antica strega 59. che sola sovr’ a noi omai si piagne; 60. vedesti come l’uom da lei si slega. 61. Bastiti, e batti a terra le calcagne; 62. li occhi rivolgi al logoro che gira 63. lo rege etterno con le rote magne». 64. Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, 65. indi si volge al grido e si protende 66. per lo disio del pasto che là il tira, 67. tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende 68. la roccia per dar via a chi va suso, 69. n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. 70. Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, 71. vidi gente per esso che piangea, 72. giacendo a terra tutta volta in giuso. 73. ’Adhaesit pavimento anima mea’ 74. sentia dir lor con sì alti sospiri, 75. che la parola a pena s’intendea. 76. «O eletti di Dio, li cui soffriri 77. e giustizia e speranza fa men duri, 78. drizzate noi verso li alti saliri». 79. «Se voi venite dal giacer sicuri, 80. e volete trovar la via più tosto, 81. le vostre destre sien sempre di fori». 82. Così pregò ’l poeta, e sì risposto 83. poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io 84. nel parlare avvisai l’altro nascosto, 85. e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: 86. ond’ elli m’assentì con lieto cenno 87. ciò che chiedea la vista del disio. 88. Poi ch’io potei di me fare a mio senno, 89. trassimi sovra quella creatura 90. le cui parole pria notar mi fenno, 91. dicendo: «Spirto in cui pianger matura 92. quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, 93. sosta un poco per me tua maggior cura. 94. Chi fosti e perché vòlti avete i dossi 95. al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri 96. cosa di là ond’ io vivendo mossi». 97. Ed elli a me: «Perché i nostri diretri 98. rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima 99. scias quod ego fui successor Petri. 100. Intra Siestri e Chiaveri s’adima 101. una fiumana bella, e del suo nome 102. lo titol del mio sangue fa sua cima. 103. Un mese e poco più prova’ io come 104. pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, 105. che piuma sembran tutte l’altre some. 106. La mia conversione, omè!, fu tarda; 107. ma, come fatto fui roman pastore, 108. così scopersi la vita bugiarda. 109. Vidi che lì non s’acquetava il core, 110. né più salir potiesi in quella vita; 111. per che di questa in me s’accese amore. 112. Fino a quel punto misera e partita 113. da Dio anima fui, del tutto avara; 114. or, come vedi, qui ne son punita. 115. Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara 116. in purgazion de l’anime converse; 117. e nulla pena il monte ha più amara. 118. Sì come l’occhio nostro non s’aderse 119. in alto, fisso a le cose terrene, 120. così giustizia qui a terra il merse. 121. Come avarizia spense a ciascun bene 122. lo nostro amore, onde operar perdési, 123. così giustizia qui stretti ne tene, 124. ne’ piedi e ne le man legati e presi; 125. e quanto fia piacer del giusto Sire, 126. tanto staremo immobili e distesi». 127. Io m’era inginocchiato e volea dire; 128. ma com’ io cominciai ed el s’accorse, 129. solo ascoltando, del mio reverire, 130. «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». 131. E io a lui: «Per vostra dignitate 132. mia coscienza dritto mi rimorse». 133. «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», 134. rispuose; «non errar: conservo sono 135. teco e con li altri ad una podestate. 136. Se mai quel santo evangelico suono 137. che dice “Neque nubent” intendesti, 138. ben puoi veder perch’ io così ragiono. 139. Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; 140. ché la tua stanza mio pianger disagia, 141. col qual maturo ciò che tu dicesti. 142. Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, 143. buona da sé, pur che la nostra casa 144. non faccia lei per essempro malvagia; 145. e questa sola di là m’è rimasa». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XX |
|
![]() |
Contra miglior voler voler mal pugna … |
|
|
1. Contra miglior voler voler mal pugna; 2. onde contra ’l piacer mio, per piacerli, 3. trassi de l’acqua non sazia la spugna. 4. Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li 5. luoghi spediti pur lungo la roccia, 6. come si va per muro stretto a’ merli; 7. ché la gente che fonde a goccia a goccia 8. per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, 9. da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. 10. Maladetta sie tu, antica lupa, 11. che più che tutte l’altre bestie hai preda 12. per la tua fame sanza fine cupa! 13. O ciel, nel cui girar par che si creda 14. le condizion di qua giù trasmutarsi, 15. quando verrà per cui questa disceda? 16. Noi andavam con passi lenti e scarsi, 17. e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia 18. pietosamente piangere e lagnarsi; 19. e per ventura udi’ «Dolce Maria!» 20. dinanzi a noi chiamar così nel pianto 21. come fa donna che in parturir sia; 22. e seguitar: «Povera fosti tanto, 23. quanto veder si può per quello ospizio 24. dove sponesti il tuo portato santo». 25. Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, 26. con povertà volesti anzi virtute 27. che gran ricchezza posseder con vizio». 28. Queste parole m’eran sì piaciute, 29. ch’io mi trassi oltre per aver contezza 30. di quello spirto onde parean venute. 31. Esso parlava ancor de la larghezza 32. che fece Niccolò a le pulcelle, 33. per condurre ad onor lor giovinezza. 34. «O anima che tanto ben favelle, 35. dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola 36. tu queste degne lode rinovelle. 37. Non fia sanza mercé la tua parola, 38. s’io ritorno a compiér lo cammin corto 39. di quella vita ch’al termine vola». 40. Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto 41. ch’io attenda di là, ma perché tanta 42. grazia in te luce prima che sie morto. 43. Io fui radice de la mala pianta 44. che la terra cristiana tutta aduggia, 45. sì che buon frutto rado se ne schianta. 46. Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia 47. potesser, tosto ne saria vendetta; 48. e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 49. Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; 50. di me son nati i Filippi e i Luigi 51. per cui novellamente è Francia retta. 52. Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: 53. quando li regi antichi venner meno 54. tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, 55. trova’mi stretto ne le mani il freno 53. del governo del regno, e tanta possa 57. di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, 58. ch’a la corona vedova promossa 59. la testa di mio figlio fu, dal quale 60. cominciar di costor le sacrate ossa. 61. Mentre che la gran dota provenzale 62. al sangue mio non tolse la vergogna, 63. poco valea, ma pur non facea male. 64. Lì cominciò con forza e con menzogna 65. la sua rapina; e poscia, per ammenda, 66. Pontì e Normandia prese e Guascogna. 67. Carlo venne in Italia e, per ammenda, 68. vittima fé di Curradino; e poi 69. ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. 70. Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, 71. che tragge un altro Carlo fuor di Francia, 72. per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. 73. Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia 74. con la qual giostrò Giuda, e quella ponta 75. sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 76. Quindi non terra, ma peccato e onta 77. guadagnerà, per sé tanto più grave, 78. quanto più lieve simil danno conta. 79. L’altro, che già uscì preso di nave, 80. veggio vender sua figlia e patteggiarne 81. come fanno i corsar de l’altre schiave. 82. O avarizia, che puoi tu più farne, 83. poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, 84. che non si cura de la propria carne? 85. Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, 86. veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, 87. e nel vicario suo Cristo esser catto. 88. Veggiolo un’altra volta esser deriso; 89. veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, 90. e tra vivi ladroni esser anciso. 91. Veggio il novo Pilato sì crudele, 92. che ciò nol sazia, ma sanza decreto 93. portar nel Tempio le cupide vele. 94. O Segnor mio, quando sarò io lieto 95. a veder la vendetta che, nascosa, 96. fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? 97. Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa 98. de lo Spirito Santo e che ti fece 99. verso me volger per alcuna chiosa, 100. tanto è risposto a tutte nostre prece 101. quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, 102. contrario suon prendemo in quella vece. 103. Noi repetiam Pigmalion allotta, 104. cui traditore e ladro e paricida 105. fece la voglia sua de l’oro ghiotta; 106. e la miseria de l’avaro Mida, 107. che seguì a la sua dimanda gorda, 108. per la qual sempre convien che si rida. 109. Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, 110. come furò le spoglie, sì che l’ira 111. di Iosuè qui par ch’ancor lo morda. 112. Indi accusiam col marito Saffira; 113. lodiam i calci ch’ebbe Eliodoro; 114. e in infamia tutto ’l monte gira 115. Polinestòr ch’ancise Polidoro; 116. ultimamente ci si grida: “Crasso, 117. dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. 118. Talor parla l’uno alto e l’altro basso, 119. secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona 120. ora a maggiore e ora a minor passo: 121. però al ben che ’l dì ci si ragiona, 122. dianzi non era io sol; ma qui da presso 123. non alzava la voce altra persona». 124. Noi eravam partiti già da esso, 125. e brigavam di soverchiar la strada 126. tanto quanto al poder n’era permesso, 127. quand’ io senti’, come cosa che cada, 128. tremar lo monte; onde mi prese un gelo 129. qual prender suol colui ch’a morte vada. 130. Certo non si scoteo sì forte Delo, 131. pria che Latona in lei facesse ’l nido 132. a parturir li due occhi del cielo. 133. Poi cominciò da tutte parti un grido 134. tal, che ’l maestro inverso me si feo, 135. dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». 136. “Gloria in excelsis” tutti “Deo” 137. dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, 138. onde intender lo grido si poteo. 139. No’ istavamo immobili e sospesi 140. come i pastor che prima udir quel canto, 141. fin che ’l tremar cessò ed el compiési. 142. Poi ripigliammo nostro cammin santo, 143. guardando l’ombre che giacean per terra, 144. tornate già in su l’usato pianto. 145. Nulla ignoranza mai con tanta guerra 146. mi fé desideroso di sapere, 147. se la memoria mia in ciò non erra, 148. quanta pareami allor, pensando, avere; 149. né per la fretta dimandare er’ oso, 150. né per me lì potea cosa vedere: 151. così m’andava timido e pensoso. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXI |
|
![]() |
La sete natural che mai non sazia … |
|
|
1. La sete natural che mai non sazia 2. se non con l’acqua onde la femminetta 3. samaritana domandò la grazia, 4. mi travagliava, e pungeami la fretta 5. per la ’mpacciata via dietro al mio duca, 6. e condoleami a la giusta vendetta. 7. Ed ecco, sì come ne scrive Luca 8. che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, 9. già surto fuor de la sepulcral buca, 10. ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, 11. dal piè guardando la turba che giace; 12. né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 13. dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». 14. Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio 15. rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. 16. Poi cominciò: «Nel beato concilio 17. ti ponga in pace la verace corte 18. che me rilega ne l’etterno essilio». 19. «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: 20. «se voi siete ombre che Dio sù non degni, 21. chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». 22. E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni 23. che questi porta e che l’angel profila, 24. ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. 25. Ma perché lei che dì e notte fila 26. non li avea tratta ancora la conocchia 27. che Cloto impone a ciascuno e compila, 28. l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, 29. venendo sù, non potea venir sola, 30. però ch’al nostro modo non adocchia. 31. Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola 32. d’inferno per mostrarli, e mosterrolli 33. oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. 34. Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli 35. diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una 36. parve gridare infino a’ suoi piè molli». 37. Sì mi diè, dimandando, per la cruna 38. del mio disio, che pur con la speranza 39. si fece la mia sete men digiuna. 40. Quei cominciò: «Cosa non è che sanza 41. ordine senta la religione 42. de la montagna, o che sia fuor d’usanza. 43. Libero è qui da ogne alterazione: 44. di quel che ’l ciel da sé in sé riceve 45. esser ci puote, e non d’altro, cagione. 46. Per che non pioggia, non grando, non neve, 47. non rugiada, non brina più sù cade 48. che la scaletta di tre gradi breve; 49. nuvole spesse non paion né rade, 50. né coruscar, né figlia di Taumante, 51. che di là cangia sovente contrade; 52. secco vapor non surge più avante 53. ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, 54. dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. 55. Trema forse più giù poco o assai; 53. ma per vento che ’n terra si nasconda, 57. non so come, qua sù non tremò mai. 58. Tremaci quando alcuna anima monda 59. sentesi, sì che surga o che si mova 60. per salir sù; e tal grido seconda. 61. De la mondizia sol voler fa prova, 62. che, tutto libero a mutar convento, 63. l’alma sorprende, e di voler le giova. 64. Prima vuol ben, ma non lascia il talento 65. che divina giustizia, contra voglia, 66. come fu al peccar, pone al tormento. 67. E io, che son giaciuto a questa doglia 68. cinquecent’ anni e più, pur mo sentii 69. libera volontà di miglior soglia: 70. però sentisti il tremoto e li pii 71. spiriti per lo monte render lode 72. a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». 73. Così ne disse; e però ch’el si gode 74. tanto del ber quant’ è grande la sete, 75. non saprei dir quant’ el mi fece prode. 76. E ’l savio duca: «Omai veggio la rete 77. che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, 78. perché ci trema e di che congaudete. 79. Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, 80. e perché tanti secoli giaciuto 81. qui se’, ne le parole tue mi cappia». 82. «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto 83. del sommo rege, vendicò le fóra 84. ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, 85. col nome che più dura e più onora 86. era io di là», rispuose quello spirto, 87. «famoso assai, ma non con fede ancora. 88. Tanto fu dolce mio vocale spirto, 89. che, tolosano, a sé mi trasse Roma, 90. dove mertai le tempie ornar di mirto. 91. Stazio la gente ancor di là mi noma: 92. cantai di Tebe, e poi del grande Achille; 93. ma caddi in via con la seconda soma. 94. Al mio ardor fuor seme le faville, 95. che mi scaldar, de la divina fiamma 96. onde sono allumati più di mille; 97. de l’Eneida dico, la qual mamma 98. fummi, e fummi nutrice, poetando: 99. sanz’ essa non fermai peso di dramma. 100. E per esser vivuto di là quando 101. visse Virgilio, assentirei un sole 102. più che non deggio al mio uscir di bando». 103. Volser Virgilio a me queste parole 104. con viso che, tacendo, disse ’Taci’; 105. ma non può tutto la virtù che vuole; 106. ché riso e pianto son tanto seguaci 107. a la passion di che ciascun si spicca, 108. che men seguon voler ne’ più veraci. 109. Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; 110. per che l’ombra si tacque, e riguardommi 111. ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; 112. e «Se tanto labore in bene assommi», 113. disse, «perché la tua faccia testeso 114. un lampeggiar di riso dimostrommi?». 115. Or son io d’una parte e d’altra preso: 116. l’una mi fa tacer, l’altra scongiura 117. ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso 118. dal mio maestro, e «Non aver paura», 119. mi dice, «di parlar; ma parla e digli 120. quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». 121. Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, 122. antico spirto, del rider ch’io fei; 123. ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. 124. Questi che guida in alto li occhi miei, 125. è quel Virgilio dal qual tu togliesti 126. forte a cantar de li uomini e d’i dèi. 127. Se cagion altra al mio rider credesti, 128. lasciala per non vera, ed esser credi 129. quelle parole che di lui dicesti». 130. Già s’inchinava ad abbracciar li piedi 131. al mio dottor, ma el li disse: «Frate, 132. non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». 133. Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate 134. comprender de l’amor ch’a te mi scalda, 135. quand’ io dismento nostra vanitate, 136. trattando l’ombre come cosa salda». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXII |
|
![]() |
Già era l’angel dietro a noi rimaso … |
|
|
1. Già era l’angel dietro a noi rimaso, 2. l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, 3. avendomi dal viso un colpo raso; 4. e quei c’hanno a giustizia lor disiro 5. detto n’avea beati, e le sue voci 6. con ’sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. 7. E io più lieve che per l’altre foci 8. m’andava, sì che sanz’ alcun labore 9. seguiva in sù li spiriti veloci; 10. quando Virgilio incominciò: «Amore, 11. acceso di virtù, sempre altro accese, 12. pur che la fiamma sua paresse fore; 13. onde da l’ora che tra noi discese 14. nel limbo de lo ’nferno Giovenale, 15. che la tua affezion mi fé palese, 16. mia benvoglienza inverso te fu quale 17. più strinse mai di non vista persona, 18. sì ch’or mi parran corte queste scale. 19. Ma dimmi, e come amico mi perdona 20. se troppa sicurtà m’allarga il freno, 21. e come amico omai meco ragiona: 22. come poté trovar dentro al tuo seno 23. loco avarizia, tra cotanto senno 24. di quanto per tua cura fosti pieno?». 25. Queste parole Stazio mover fenno 26. un poco a riso pria; poscia rispuose: 27. «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. 28. Veramente più volte appaion cose 29. che danno a dubitar falsa matera 30. per le vere ragion che son nascose. 31. La tua dimanda tuo creder m’avvera 32. esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, 33. forse per quella cerchia dov’ io era. 34. Or sappi ch’avarizia fu partita 35. troppo da me, e questa dismisura 36. migliaia di lunari hanno punita. 37. E se non fosse ch’io drizzai mia cura, 38. quand’ io intesi là dove tu chiame, 39. crucciato quasi a l’umana natura: 40. ’Per che non reggi tu, o sacra fame 41. de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, 42. voltando sentirei le giostre grame. 43. Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali 44. potean le mani a spendere, e pente’mi 45. così di quel come de li altri mali. 46. Quanti risurgeran coi crini scemi 47. per ignoranza, che di questa pecca 48. toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! 49. E sappie che la colpa che rimbecca 50. per dritta opposizione alcun peccato, 51. con esso insieme qui suo verde secca; 52. però, s’io son tra quella gente stato 53. che piange l’avarizia, per purgarmi, 54. per lo contrario suo m’è incontrato». 55. «Or quando tu cantasti le crude armi 53. de la doppia trestizia di Giocasta», 57. disse ’l cantor de’ buccolici carmi, 58. «per quello che Cliò teco lì tasta, 59. non par che ti facesse ancor fedele 60. la fede, sanza qual ben far non basta. 61. Se così è, qual sole o quai candele 62. ti stenebraron sì, che tu drizzasti 63. poscia di retro al pescator le vele?». 64. Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti 65. verso Parnaso a ber ne le sue grotte, 66. e prima appresso Dio m’alluminasti. 67. Facesti come quei che va di notte, 68. che porta il lume dietro e sé non giova, 69. ma dopo sé fa le persone dotte, 70. quando dicesti: ’Secol si rinova; 71. torna giustizia e primo tempo umano, 72. e progenie scende da ciel nova’. 73. Per te poeta fui, per te cristiano: 74. ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, 75. a colorare stenderò la mano. 76. Già era ’l mondo tutto quanto pregno 77. de la vera credenza, seminata 78. per li messaggi de l’etterno regno; 79. e la parola tua sopra toccata 80. si consonava a’ nuovi predicanti; 81. ond’ io a visitarli presi usata. 82. Vennermi poi parendo tanto santi, 83. che, quando Domizian li perseguette, 84. sanza mio lagrimar non fur lor pianti; 85. e mentre che di là per me si stette, 86. io li sovvenni, e i lor dritti costumi 87. fer dispregiare a me tutte altre sette. 88. E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi 89. di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; 90. ma per paura chiuso cristian fu’mi, 91. lungamente mostrando paganesmo; 92. e questa tepidezza il quarto cerchio 93. cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. 94. Tu dunque, che levato hai il coperchio 95. che m’ascondeva quanto bene io dico, 96. mentre che del salire avem soverchio, 97. dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, 98. Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: 99. dimmi se son dannati, e in qual vico». 100. «Costoro e Persio e io e altri assai», 101. rispuose il duca mio, «siam con quel Greco 102. che le Muse lattar più ch’altri mai, 103. nel primo cinghio del carcere cieco; 104. spesse fiate ragioniam del monte 105. che sempre ha le nutrice nostre seco. 106. Euripide v’è nosco e Antifonte, 107. Simonide, Agatone e altri piùe 108. Greci che già di lauro ornar la fronte. 109. Quivi si veggion de le genti tue 110. Antigone, Deifile e Argia, 111. e Ismene sì trista come fue. 112. Védeisi quella che mostrò Langia; 113. èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, 114. e con le suore sue Deidamia». 115. Tacevansi ambedue già li poeti, 116. di novo attenti a riguardar dintorno, 117. liberi da saliri e da pareti; 118. e già le quattro ancelle eran del giorno 119. rimase a dietro, e la quinta era al temo, 120. drizzando pur in sù l’ardente corno, 121. quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo 122. le destre spalle volger ne convegna, 123. girando il monte come far solemo». 124. Così l’usanza fu lì nostra insegna, 125. e prendemmo la via con men sospetto 126. per l’assentir di quell’ anima degna. 127. Elli givan dinanzi, e io soletto 128. di retro, e ascoltava i lor sermoni, 129. ch’a poetar mi davano intelletto. 130. Ma tosto ruppe le dolci ragioni 131. un alber che trovammo in mezza strada, 132. con pomi a odorar soavi e buoni; 133. e come abete in alto si digrada 134. di ramo in ramo, così quello in giuso, 135. cred’ io, perché persona sù non vada. 136. Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, 137. cadea de l’alta roccia un liquor chiaro 138. e si spandeva per le foglie suso. 139. Li due poeti a l’alber s’appressaro; 140. e una voce per entro le fronde 141. gridò: «Di questo cibo avrete caro». 142. Poi disse: «Più pensava Maria onde 143. fosser le nozze orrevoli e intere, 144. ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. 145. E le Romane antiche, per lor bere, 146. contente furon d’acqua; e Daniello 147. dispregiò cibo e acquistò savere. 148. Lo secol primo, quant’ oro fu bello, 149. fé savorose con fame le ghiande, 150. e nettare con sete ogne ruscello. 151. Mele e locuste furon le vivande 0 0 0 0 |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXIII |
|
![]() |
Mentre che li occhi per la fronda verde |
|
|
1. Mentre che li occhi per la fronda verde 2. ficcava io sì come far suole 3. chi dietro a li uccellin sua vita perde, 4. lo più che padre mi dicea: «Figliuole, 5. vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto 6. più utilmente compartir si vuole». 7. Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, 8. appresso i savi, che parlavan sìe, 9. che l’andar mi facean di nullo costo. 10. Ed ecco piangere e cantar s’udìe 11. ’Labia mea, Domine’ per modo 12. tal, che diletto e doglia parturìe. 13. «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», 14. comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno 15. forse di lor dover solvendo il nodo». 16. Sì come i peregrin pensosi fanno, 17. giugnendo per cammin gente non nota, 18. che si volgono ad essa e non restanno, 19. così di retro a noi, più tosto mota, 20. venendo e trapassando ci ammirava 21. d’anime turba tacita e devota. 22. Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, 23. palida ne la faccia, e tanto scema 24. che da l’ossa la pelle s’informava. 25. Non credo che così a buccia strema 26. Erisittone fosse fatto secco, 27. per digiunar, quando più n’ebbe tema. 28. Io dicea fra me stesso pensando: ’Ecco 29. la gente che perdé Ierusalemme, 30. quando Maria nel figlio diè di becco!’ 31. Parean l’occhiaie anella sanza gemme: 32. chi nel viso de li uomini legge ’omo’ 33. ben avria quivi conosciuta l’emme. 34. Chi crederebbe che l’odor d’un pomo 35. sì governasse, generando brama, 36. e quel d’un’acqua, non sappiendo como? 37. Già era in ammirar che sì li affama, 38. per la cagione ancor non manifesta 39. di lor magrezza e di lor trista squama, 40. ed ecco del profondo de la testa 41. volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; 42. poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». 43. Mai non l’avrei riconosciuto al viso; 44. ma ne la voce sua mi fu palese 45. ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. 46. Questa favilla tutta mi raccese 47. mia conoscenza a la cangiata labbia, 48. e ravvisai la faccia di Forese. 49. «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia 50. che mi scolora», pregava, «la pelle, 51. né a difetto di carne ch’io abbia; 52. ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle 53. due anime che là ti fanno scorta; 54. non rimaner che tu non mi favelle!». 55. «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, 53. mi dà di pianger mo non minor doglia», 57. rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. 58. Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; 59. non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, 60. ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». 61. Ed elli a me: «De l’etterno consiglio 62. cade vertù ne l’acqua e ne la pianta 63. rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. 64. Tutta esta gente che piangendo canta 65. per seguitar la gola oltra misura, 66. in fame e ’n sete qui si rifà santa. 67. Di bere e di mangiar n’accende cura 68. l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo 69. che si distende su per sua verdura. 70. E non pur una volta, questo spazzo 71. girando, si rinfresca nostra pena: 72. io dico pena, e dovria dir sollazzo, 73. ché quella voglia a li alberi ci mena 74. che menò Cristo lieto a dire ’Elì’, 75. quando ne liberò con la sua vena». 76. E io a lui: «Forese, da quel dì 77. nel qual mutasti mondo a miglior vita, 78. cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. 79. Se prima fu la possa in te finita 80. di peccar più, che sovvenisse l’ora 81. del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, 82. come se’ tu qua sù venuto ancora? 83. Io ti credea trovar là giù di sotto, 84. dove tempo per tempo si ristora». 85. Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto 86. a ber lo dolce assenzo d’i martìri 87. la Nella mia con suo pianger dirotto. 88. Con suoi prieghi devoti e con sospiri 89. tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, 90. e liberato m’ha de li altri giri. 91. Tanto è a Dio più cara e più diletta 92. la vedovella mia, che molto amai, 93. quanto in bene operare è più soletta; 94. ché la Barbagia di Sardigna assai 95. ne le femmine sue più è pudica 96. che la Barbagia dov’ io la lasciai. 97. O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? 98. Tempo futuro m’è già nel cospetto, 99. cui non sarà quest’ ora molto antica, 100. nel qual sarà in pergamo interdetto 101. a le sfacciate donne fiorentine 102. l’andar mostrando con le poppe il petto. 103. Quai barbare fuor mai, quai saracine, 104. cui bisognasse, per farle ir coperte, 105. o spiritali o altre discipline? 106. Ma se le svergognate fosser certe 107. di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, 108. già per urlare avrian le bocche aperte; 109. ché, se l’antiveder qui non m’inganna, 110. prima fien triste che le guance impeli 111. colui che mo si consola con nanna. 112. Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! 113. vedi che non pur io, ma questa gente 114. tutta rimira là dove ’l sol veli». 115. Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente 116. qual fosti meco, e qual io teco fui, 117. ancor fia grave il memorar presente. 118. Di quella vita mi volse costui 119. che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda 120. vi si mostrò la suora di colui», 121. e ’l sol mostrai; «costui per la profonda 122. notte menato m’ha d’i veri morti 123. con questa vera carne che ’l seconda. 124. Indi m’han tratto sù li suoi conforti, 125. salendo e rigirando la montagna 126. che drizza voi che ’l mondo fece torti. 127. Tanto dice di farmi sua compagna 128. che io sarò là dove fia Beatrice; 129. quivi convien che sanza lui rimagna. 130. Virgilio è questi che così mi dice», 131. e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra 132. per cui scosse dianzi ogne pendice 133. lo vostro regno, che da sé lo sgombra». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXIV |
|
![]() |
Né ’l dir l’andar, né l’andar … |
|
|
1. Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento 2. facea, ma ragionando andavam forte, 3. sì come nave pinta da buon vento; 4. e l’ombre, che parean cose rimorte, 5. per le fosse de li occhi ammirazione 6. traean di me, di mio vivere accorte. 7. E io, continuando al mio sermone, 8. dissi: «Ella sen va sù forse più tarda 9. che non farebbe, per altrui cagione. 10. Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; 11. dimmi s’io veggio da notar persona 12. tra questa gente che sì mi riguarda». 13. «La mia sorella, che tra bella e buona 14. non so qual fosse più, triunfa lieta 15. ne l’alto Olimpo già di sua corona». 16. Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta 17. di nominar ciascun, da ch’è sì munta 18. nostra sembianza via per la dieta. 19. Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, 20. Bonagiunta da Lucca; e quella faccia 21. di là da lui più che l’altre trapunta 22. ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: 23. dal Torso fu, e purga per digiuno 24. l’anguille di Bolsena e la vernaccia». 25. Molti altri mi nomò ad uno ad uno; 26. e del nomar parean tutti contenti, 27. sì ch’io però non vidi un atto bruno. 28. Vidi per fame a vòto usar li denti 29. Ubaldin da la Pila e Bonifazio 30. che pasturò col rocco molte genti. 31. Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio 32. già di bere a Forlì con men secchezza, 33. e sì fu tal, che non si sentì sazio. 34. Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza 35. più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, 36. che più parea di me aver contezza. 37. El mormorava; e non so che «Gentucca» 38. sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga 39. de la giustizia che sì li pilucca. 40. «O anima», diss’io, «che par sì vaga 41. di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, 42. e te e me col tuo parlare appaga». 43. «Femmina è nata, e non porta ancor benda», 44. cominciò el, «che ti farà piacere 45. la mia città, come ch’om la riprenda. 46. Tu te n’andrai con questo antivedere: 47. se nel mio mormorar prendesti errore, 48. dichiareranti ancor le cose vere. 49. Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore 50. trasse le nove rime, cominciando 51. ’Donne ch’avete intelletto d’amore’». 52. E io a lui: «I’ mi son un che, quando 53. Amor mi spira, noto, e a quel modo 54. ch’e’ ditta dentro vo significando». 55. «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo 53. che ’l Notaro e Guittone e me ritenne 57. di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! 58. Io veggio ben come le vostre penne 59. di retro al dittator sen vanno strette, 60. che de le nostre certo non avvenne; 61. e qual più a gradire oltre si mette, 62. non vede più da l’uno a l’altro stilo»; 63. e, quasi contentato, si tacette. 64. Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, 65. alcuna volta in aere fanno schiera, 66. poi volan più a fretta e vanno in filo, 67. così tutta la gente che lì era, 68. volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, 69. e per magrezza e per voler leggera. 70. E come l’uom che di trottare è lasso, 71. lascia andar li compagni, e sì passeggia 72. fin che si sfoghi l’affollar del casso, 73. sì lasciò trapassar la santa greggia 74. Forese, e dietro meco sen veniva, 75. dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». 76. «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; 77. ma già non fia il tornar mio tantosto, 78. ch’io non sia col voler prima a la riva; 79. però che ’l loco u’ fui a viver posto, 80. di giorno in giorno più di ben si spolpa, 81. e a trista ruina par disposto». 82. «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, 83. vegg’ io a coda d’una bestia tratto 84. inver’ la valle ove mai non si scolpa. 85. La bestia ad ogne passo va più ratto, 86. crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, 87. e lascia il corpo vilmente disfatto. 88. Non hanno molto a volger quelle ruote», 89. e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro 90. ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. 91. Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro 92. in questo regno, sì ch’io perdo troppo 93. venendo teco sì a paro a paro». 94. Qual esce alcuna volta di gualoppo 95. lo cavalier di schiera che cavalchi, 96. e va per farsi onor del primo intoppo, 97. tal si partì da noi con maggior valchi; 98. e io rimasi in via con esso i due 99. che fuor del mondo sì gran marescalchi. 100. E quando innanzi a noi intrato fue, 101. che li occhi miei si fero a lui seguaci, 102. come la mente a le parole sue, 103. parvermi i rami gravidi e vivaci 104. d’un altro pomo, e non molto lontani 105. per esser pur allora vòlto in laci. 106. Vidi gente sott’ esso alzar le mani 107. e gridar non so che verso le fronde, 108. quasi bramosi fantolini e vani 109. che pregano, e ’l pregato non risponde, 110. ma, per fare esser ben la voglia acuta, 111. tien alto lor disio e nol nasconde. 112. Poi si partì sì come ricreduta; 113. e noi venimmo al grande arbore adesso, 114. che tanti prieghi e lagrime rifiuta. 115. «Trapassate oltre sanza farvi presso: 116. legno è più sù che fu morso da Eva, 117. e questa pianta si levò da esso». 118. Sì tra le frasche non so chi diceva; 119. per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, 120. oltre andavam dal lato che si leva. 121. «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti 122. nei nuvoli formati, che, satolli, 123. Teseo combatter co’ doppi petti; 124. e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, 125. per che no i volle Gedeon compagni, 126. quando inver’ Madian discese i colli». 127. Sì accostati a l’un d’i due vivagni 128. passammo, udendo colpe de la gola 129. seguite già da miseri guadagni. 130. Poi, rallargati per la strada sola, 131. ben mille passi e più ci portar oltre, 132. contemplando ciascun sanza parola. 133. «Che andate pensando sì voi sol tre?». 134. sùbita voce disse; ond’ io mi scossi 135. come fan bestie spaventate e poltre. 136. Drizzai la testa per veder chi fossi; 137. e già mai non si videro in fornace 138. vetri o metalli sì lucenti e rossi, 139. com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace 140. montare in sù, qui si convien dar volta; 141. quinci si va chi vuole andar per pace». 142. L’aspetto suo m’avea la vista tolta; 143. per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, 144. com’ om che va secondo ch’elli ascolta. 145. E quale, annunziatrice de li albori, 146. l’aura di maggio movesi e olezza, 147. tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; 148. tal mi senti’ un vento dar per mezza 149. la fronte, e ben senti’ mover la piuma, 150. che fé sentir d’ambrosia l’orezza. 151. E senti’ dir: «Beati cui alluma 152. tanto di grazia, che l’amor del gusto 153. nel petto lor troppo disir non fuma, 154. esuriendo sempre quanto è giusto!». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXV |
|
![]() |
Altri ladri – Il centauro Caco |
|
|
1. Ora era onde ’l salir non volea storpio; 2. ché ’l sole avea il cerchio di merigge 3. lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: 4. per che, come fa l’uom che non s’affigge 5. ma vassi a la via sua, che che li appaia, 6. se di bisogno stimolo il trafigge, 7. così intrammo noi per la callaia, 8. uno innanzi altro prendendo la scala 9. che per artezza i salitor dispaia. 10. E quale il cicognin che leva l’ala 11. per voglia di volare, e non s’attenta 12. d’abbandonar lo nido, e giù la cala; 13. tal era io con voglia accesa e spenta 14. di dimandar, venendo infino a l’atto 15. che fa colui ch’a dicer s’argomenta. 16. Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, 17. lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca 18. l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». 19. Allor sicuramente apri’ la bocca 20. e cominciai: «Come si può far magro 21. là dove l’uopo di nodrir non tocca?». 22. «Se t’ammentassi come Meleagro 23. si consumò al consumar d’un stizzo, 24. non fora», disse, «a te questo sì agro; 25. e se pensassi come, al vostro guizzo, 26. guizza dentro a lo specchio vostra image, 27. ciò che par duro ti parrebbe vizzo. 28. Ma perché dentro a tuo voler t’adage, 29. ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego 30. che sia or sanator de le tue piage». 31. «Se la veduta etterna li dislego», 32. rispuose Stazio, «là dove tu sie, 33. discolpi me non potert’ io far nego». 34. Poi cominciò: «Se le parole mie, 35. figlio, la mente tua guarda e riceve, 36. lume ti fiero al come che tu die. 37. Sangue perfetto, che poi non si beve 38. da l’assetate vene, e si rimane 39. quasi alimento che di mensa leve, 40. prende nel core a tutte membra umane 41. virtute informativa, come quello 42. ch’a farsi quelle per le vene vane. 43. Ancor digesto, scende ov’ è più bello 44. tacer che dire; e quindi poscia geme 45. sovr’ altrui sangue in natural vasello. 46. Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, 47. l’un disposto a patire, e l’altro a fare 48. per lo perfetto loco onde si preme; 49. e, giunto lui, comincia ad operare 50. coagulando prima, e poi avviva 51. ciò che per sua matera fé constare. 52. Anima fatta la virtute attiva 53. qual d’una pianta, in tanto differente, 54. che questa è in via e quella è già a riva, 55. tanto ovra poi, che già si move e sente, 53. come spungo marino; e indi imprende 57. ad organar le posse ond’ è semente. 58. Or si spiega, figliuolo, or si distende 59. la virtù ch’è dal cor del generante, 60. dove natura a tutte membra intende. 61. Ma come d’animal divegna fante, 62. non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, 63. che più savio di te fé già errante, 64. sì che per sua dottrina fé disgiunto 65. da l’anima il possibile intelletto, 66. perché da lui non vide organo assunto. 67. Apri a la verità che viene il petto; 68. e sappi che, sì tosto come al feto 69. l’articular del cerebro è perfetto, 70. lo motor primo a lui si volge lieto 71. sovra tant’ arte di natura, e spira 72. spirito novo, di vertù repleto, 73. che ciò che trova attivo quivi, tira 74. in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, 75. che vive e sente e sé in sé rigira. 76. E perché meno ammiri la parola, 77. guarda il calor del sole che si fa vino, 78. giunto a l’omor che de la vite cola. 79. Quando Làchesis non ha più del lino, 80. solvesi da la carne, e in virtute 81. ne porta seco e l’umano e ’l divino: 82. l’altre potenze tutte quante mute; 83. memoria, intelligenza e volontade 84. in atto molto più che prima agute. 85. Sanza restarsi, per sé stessa cade 86. mirabilmente a l’una de le rive; 87. quivi conosce prima le sue strade. 88. Tosto che loco lì la circunscrive, 89. la virtù formativa raggia intorno 90. così e quanto ne le membra vive. 91. E come l’aere, quand’ è ben piorno, 92. per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, 93. di diversi color diventa addorno; 94. così l’aere vicin quivi si mette 95. e in quella forma ch’è in lui suggella 96. virtualmente l’alma che ristette; 97. e simigliante poi a la fiammella 98. che segue il foco là ’vunque si muta, 99. segue lo spirto sua forma novella. 100. Però che quindi ha poscia sua paruta, 101. è chiamata ombra; e quindi organa poi 102. ciascun sentire infino a la veduta. 103. Quindi parliamo e quindi ridiam noi; 104. quindi facciam le lagrime e ’ sospiri 105. che per lo monte aver sentiti puoi. 106. Secondo che ci affliggono i disiri 107. e li altri affetti, l’ombra si figura; 108. e quest’ è la cagion di che tu miri». 109. E già venuto a l’ultima tortura 110. s’era per noi, e vòlto a la man destra, 111. ed eravamo attenti ad altra cura. 112. Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, 113. e la cornice spira fiato in suso 114. che la reflette e via da lei sequestra; 115. ond’ ir ne convenia dal lato schiuso 116. ad uno ad uno; e io temea ’l foco 117. quinci, e quindi temeva cader giuso. 118. Lo duca mio dicea: «Per questo loco 119. si vuol tenere a li occhi stretto il freno, 120. però ch’errar potrebbesi per poco». 121. ’Summae Deus clementiae’ nel seno 122. al grande ardore allora udi’ cantando, 123. che di volger mi fé caler non meno; 124. e vidi spirti per la fiamma andando; 125. per ch’io guardava a loro e a’ miei passi 126. compartendo la vista a quando a quando. 127. Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, 128. gridavano alto: ’Virum non cognosco’; 129. indi ricominciavan l’inno bassi. 130. Finitolo, anco gridavano: «Al bosco 131. si tenne Diana, ed Elice caccionne 132. che di Venere avea sentito il tòsco». 133. Indi al cantar tornavano; indi donne 134. gridavano e mariti che fuor casti 135. come virtute e matrimonio imponne. 136. E questo modo credo che lor basti 137. per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: 138. con tal cura conviene e con tai pasti 139. che la piaga da sezzo si ricuscia. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXVI |
|
![]() |
Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro … |
|
|
1. Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, 2. ce n’andavamo, e spesso il buon maestro 3. diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; 4. feriami il sole in su l’omero destro, 5. che già, raggiando, tutto l’occidente 6. mutava in bianco aspetto di cilestro; 7. e io facea con l’ombra più rovente 8. parer la fiamma; e pur a tanto indizio 9. vidi molt’ ombre, andando, poner mente. 10. Questa fu la cagion che diede inizio 11. loro a parlar di me; e cominciarsi 12. a dir: «Colui non par corpo fittizio»; 13. poi verso me, quanto potean farsi, 14. certi si fero, sempre con riguardo 15. di non uscir dove non fosser arsi. 16. «O tu che vai, non per esser più tardo, 17. ma forse reverente, a li altri dopo, 18. rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. 19. Né solo a me la tua risposta è uopo; 20. ché tutti questi n’hanno maggior sete 21. che d’acqua fredda Indo o Etiopo. 22. Dinne com’ è che fai di te parete 23. al sol, pur come tu non fossi ancora 24. di morte intrato dentro da la rete». 25. Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora 26. già manifesto, s’io non fossi atteso 27. ad altra novità ch’apparve allora; 28. ché per lo mezzo del cammino acceso 29. venne gente col viso incontro a questa, 30. la qual mi fece a rimirar sospeso. 31. Lì veggio d’ogne parte farsi presta 32. ciascun’ ombra e basciarsi una con una 33. sanza restar, contente a brieve festa; 34. così per entro loro schiera bruna 35. s’ammusa l’una con l’altra formica, 36. forse a spiar lor via e lor fortuna. 37. Tosto che parton l’accoglienza amica, 38. prima che ’l primo passo lì trascorra, 39. sopragridar ciascuna s’affatica: 40. la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; 41. e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, 42. perché ’l torello a sua lussuria corra». 43. Poi, come grue ch’a le montagne Rife 44. volasser parte, e parte inver’ l’arene, 45. queste del gel, quelle del sole schife, 46. l’una gente sen va, l’altra sen vene; 47. e tornan, lagrimando, a’ primi canti 48. e al gridar che più lor si convene; 49. e raccostansi a me, come davanti, 50. essi medesmi che m’avean pregato, 51. attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. 52. Io, che due volte avea visto lor grato, 53. incominciai: «O anime sicure 54. d’aver, quando che sia, di pace stato, 55. non son rimase acerbe né mature 53. le membra mie di là, ma son qui meco 57. col sangue suo e con le sue giunture. 58. Quinci sù vo per non esser più cieco; 59. donna è di sopra che m’acquista grazia, 60. per che ’l mortal per vostro mondo reco. 61. Ma se la vostra maggior voglia sazia 62. tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi 63. ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, 64. ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, 65. chi siete voi, e chi è quella turba 66. che se ne va di retro a’ vostri terghi». 67. Non altrimenti stupido si turba 68. lo montanaro, e rimirando ammuta, 69. quando rozzo e salvatico s’inurba, 70. che ciascun’ ombra fece in sua paruta; 71. ma poi che furon di stupore scarche, 72. lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, 73. «Beato te, che de le nostre marche», 74. ricominciò colei che pria m’inchiese, 75. «per morir meglio, esperienza imbarche! 76. La gente che non vien con noi, offese 77. di ciò per che già Cesar, triunfando, 78. “Regina” contra sé chiamar s’intese: 79. però si parton “Soddoma” gridando, 80. rimproverando a sé com’ hai udito, 81. e aiutan l’arsura vergognando. 82. Nostro peccato fu ermafrodito; 83. ma perché non servammo umana legge, 84. seguendo come bestie l’appetito, 85. in obbrobrio di noi, per noi si legge, 86. quando partinci, il nome di colei 87. che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. 88. Or sai nostri atti e di che fummo rei: 89. se forse a nome vuo’ saper chi semo, 90. tempo non è di dire, e non saprei. 91. Farotti ben di me volere scemo: 92. son Guido Guinizzelli, e già mi purgo 93. per ben dolermi prima ch’a lo stremo». 94. Quali ne la tristizia di Ligurgo 95. si fer due figli a riveder la madre, 96. tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, 97. quand’ io odo nomar sé stesso il padre 98. mio e de li altri miei miglior che mai 99. rime d’amore usar dolci e leggiadre; 100. e sanza udire e dir pensoso andai 101. lunga fiata rimirando lui, 102. né, per lo foco, in là più m’appressai. 103. Poi che di riguardar pasciuto fui, 104. tutto m’offersi pronto al suo servigio 105. con l’affermar che fa credere altrui. 106. Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, 107. per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, 108. che Letè nol può tòrre né far bigio. 109. Ma se le tue parole or ver giuraro, 110. dimmi che è cagion per che dimostri 111. nel dire e nel guardar d’avermi caro». 112. E io a lui: «Li dolci detti vostri, 113. che, quanto durerà l’uso moderno, 114. faranno cari ancora i loro incostri». 115. «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno 116. col dito», e additò un spirto innanzi, 117. «fu miglior fabbro del parlar materno. 118. Versi d’amore e prose di romanzi 119. soverchiò tutti; e lascia dir li stolti 120. che quel di Lemosì credon ch’avanzi. 121. A voce più ch’al ver drizzan li volti, 122. e così ferman sua oppinione 123. prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. 124. Così fer molti antichi di Guittone, 125. di grido in grido pur lui dando pregio, 126. fin che l’ha vinto il ver con più persone. 127. Or se tu hai sì ampio privilegio, 128. che licito ti sia l’andare al chiostro 129. nel quale è Cristo abate del collegio, 130. falli per me un dir d’un paternostro, 131. quanto bisogna a noi di questo mondo, 132. dove poter peccar non è più nostro». 133. Poi, forse per dar luogo altrui secondo 134. che presso avea, disparve per lo foco, 135. come per l’acqua il pesce andando al fondo. 136. Io mi fei al mostrato innanzi un poco, 137. e dissi ch’al suo nome il mio disire 138. apparecchiava grazioso loco. 139. El cominciò liberamente a dire: 140. «Tan m’abellis vostre cortes deman, 141. qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 142. Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; 143. consiros vei la passada folor, 144. e vei jausen lo joi qu’esper, denan. 145. Ara vos prec, per aquella valor 146. que vos guida al som de l’escalina, 147. sovenha vos a temps de ma dolor!». 148. Poi s’ascose nel foco che li affina. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXVII |
|
![]() |
Sì come quando i primi raggi vibra |
|
|
1. Sì come quando i primi raggi vibra 2. là dove il suo fattor lo sangue sparse, 3. cadendo Ibero sotto l’alta Libra, 4. e l’onde in Gange da nona riarse, 5. sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, 6. come l’angel di Dio lieto ci apparse. 7. Fuor de la fiamma stava in su la riva, 8. e cantava ’Beati mundo corde!’ 9. in voce assai più che la nostra viva. 10. Poscia «Più non si va, se pria non morde, 11. anime sante, il foco: intrate in esso, 12. e al cantar di là non siate sorde», 13. ci disse come noi li fummo presso; 14. per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, 15. qual è colui che ne la fossa è messo. 16. In su le man commesse mi protesi, 17. guardando il foco e imaginando forte 18. umani corpi già veduti accesi. 19. Volsersi verso me le buone scorte; 20. e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, 21. qui può esser tormento, ma non morte. 22. Ricorditi, ricorditi! E se io 23. sovresso Gerion ti guidai salvo, 24. che farò ora presso più a Dio? 25. Credi per certo che se dentro a l’alvo 26. di questa fiamma stessi ben mille anni, 27. non ti potrebbe far d’un capel calvo. 28. E se tu forse credi ch’io t’inganni, 29. fatti ver’ lei, e fatti far credenza 30. con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. 31. Pon giù omai, pon giù ogne temenza; 32. volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». 33. E io pur fermo e contra coscienza. 34. Quando mi vide star pur fermo e duro, 35. turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: 36. tra Beatrice e te è questo muro». 37. Come al nome di Tisbe aperse il ciglio 38. Piramo in su la morte, e riguardolla, 39. allor che ’l gelso diventò vermiglio; 40. così, la mia durezza fatta solla, 41. mi volsi al savio duca, udendo il nome 42. che ne la mente sempre mi rampolla. 43. Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! 44. volenci star di qua?»; indi sorrise 45. come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. 46. Poi dentro al foco innanzi mi si mise, 47. pregando Stazio che venisse retro, 48. che pria per lunga strada ci divise. 49. Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro 50. gittato mi sarei per rinfrescarmi, 51. tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. 52. Lo dolce padre mio, per confortarmi, 53. pur di Beatrice ragionando andava, 54. dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». 55. Guidavaci una voce che cantava 53. di là; e noi, attenti pur a lei, 57. venimmo fuor là ove si montava. 58. “ Venite, benedicti Patris mei” , 59. sonò dentro a un lume che lì era, 60. tal che mi vinse e guardar nol potei. 61. «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; 62. non v’arrestate, ma studiate il passo, 63. mentre che l’occidente non si annera». 64. Dritta salia la via per entro ’l sasso 65. verso tal parte ch’io toglieva i raggi 66. dinanzi a me del sol ch’era già basso. 67. E di pochi scaglion levammo i saggi, 68. che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, 69. sentimmo dietro e io e li miei saggi. 70. E pria che ’n tutte le sue parti immense 71. fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, 72. e notte avesse tutte sue dispense, 73. ciascun di noi d’un grado fece letto; 74. ché la natura del monte ci affranse 75. la possa del salir più e ’l diletto. 76. Quali si stanno ruminando manse 77. le capre, state rapide e proterve 78. sovra le cime avante che sien pranse, 79. tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, 80. guardate dal pastor, che ’n su la verga 81. poggiato s’è e lor di posa serve; 82. e quale il mandrian che fori alberga, 83. lungo il pecuglio suo queto pernotta, 84. guardando perché fiera non lo sperga; 85. tali eravamo tutti e tre allotta, 86. io come capra, ed ei come pastori, 87. fasciati quinci e quindi d’alta grotta. 88. Poco parer potea lì del di fori; 89. ma, per quel poco, vedea io le stelle 90. di lor solere e più chiare e maggiori. 91. Sì ruminando e sì mirando in quelle, 92. mi prese il sonno; il sonno che sovente, 93. anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. 94. Ne l’ora, credo, che de l’oriente 95. prima raggiò nel monte Citerea, 96. che di foco d’amor par sempre ardente, 97. giovane e bella in sogno mi parea 98. donna vedere andar per una landa 99. cogliendo fiori; e cantando dicea: 100. «Sappia qualunque il mio nome dimanda 101. ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno 102. le belle mani a farmi una ghirlanda. 103. Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; 104. ma mia suora Rachel mai non si smaga 105. dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 106. Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga 107. com’ io de l’addornarmi con le mani; 108. lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». 109. E già per li splendori antelucani, 110. che tanto a’ pellegrin surgon più grati, 111. quanto, tornando, albergan men lontani, 112. le tenebre fuggian da tutti lati, 113. e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, 114. veggendo i gran maestri già levati. 115. «Quel dolce pome che per tanti rami 116. cercando va la cura de’ mortali, 117. oggi porrà in pace le tue fami». 118. Virgilio inverso me queste cotali 119. parole usò; e mai non furo strenne 120. che fosser di piacere a queste iguali. 121. Tanto voler sopra voler mi venne 122. de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi 123. al volo mi sentia crescer le penne. 124. Come la scala tutta sotto noi 125. fu corsa e fummo in su ’l grado superno, 126. in me ficcò Virgilio li occhi suoi, 127. e disse: «Il temporal foco e l’etterno 128. veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte 129. dov’ io per me più oltre non discerno. 130. Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; 131. lo tuo piacere omai prendi per duce; 132. fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. 133. Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; 134. vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli 135. che qui la terra sol da sé produce. 136. Mentre che vegnan lieti li occhi belli 137. che, lagrimando, a te venir mi fenno, 138. seder ti puoi e puoi andar tra elli. 139. Non aspettar mio dir più né mio cenno; 140. libero, dritto e sano è tuo arbitrio, 141. e fallo fora non fare a suo senno: 142. per ch’io te sovra te corono e mitrio». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXVIII |
|
![]() |
Vago già di cercar dentro e dintorno … |
|
|
1. Vago già di cercar dentro e dintorno 2. la divina foresta spessa e viva, 3. ch’a li occhi temperava il novo giorno, 4. sanza più aspettar, lasciai la riva, 5. prendendo la campagna lento lento 6. su per lo suol che d’ogne parte auliva. 7. Un’aura dolce, sanza mutamento 8. avere in sé, mi feria per la fronte 9. non di più colpo che soave vento; 10. per cui le fronde, tremolando, pronte 11. tutte quante piegavano a la parte 12. u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; 13. non però dal loro esser dritto sparte 14. tanto, che li augelletti per le cime 15. lasciasser d’operare ogne lor arte; 16. ma con piena letizia l’ore prime, 17. cantando, ricevieno intra le foglie, 18. che tenevan bordone a le sue rime, 19. tal qual di ramo in ramo si raccoglie 20. per la pineta in su ’l lito di Chiassi, 21. quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. 22. Già m’avean trasportato i lenti passi 23. dentro a la selva antica tanto, ch’io 24. non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; 25. ed ecco più andar mi tolse un rio, 26. che ’nver’ sinistra con sue picciole onde 27. piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. 28. Tutte l’acque che son di qua più monde, 29. parrieno avere in sé mistura alcuna 30. verso di quella, che nulla nasconde, 31. avvegna che si mova bruna bruna 32. sotto l’ombra perpetua, che mai 33. raggiar non lascia sole ivi né luna. 34. Coi piè ristetti e con li occhi passai 35. di là dal fiumicello, per mirare 36. la gran variazion d’i freschi mai; 37. e là m’apparve, sì com’ elli appare 38. subitamente cosa che disvia 39. per maraviglia tutto altro pensare, 40. una donna soletta che si gia 41. e cantando e scegliendo fior da fiore 42. ond’ era pinta tutta la sua via. 43. «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore 44. ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti 45. che soglion esser testimon del core, 46. vegnati in voglia di trarreti avanti», 47. diss’io a lei, «verso questa rivera, 48. tanto ch’io possa intender che tu canti. 49. Tu mi fai rimembrar dove e qual era 50. Proserpina nel tempo che perdette 51. la madre lei, ed ella primavera». 52. Come si volge, con le piante strette 53. a terra e intra sé, donna che balli, 54. e piede innanzi piede a pena mette, 55. volsesi in su i vermigli e in su i gialli 53. fioretti verso me, non altrimenti 57. che vergine che li occhi onesti avvalli; 58. e fece i prieghi miei esser contenti, 59. sì appressando sé, che ’l dolce suono 60. veniva a me co’ suoi intendimenti. 61. Tosto che fu là dove l’erbe sono 62. bagnate già da l’onde del bel fiume, 63. di levar li occhi suoi mi fece dono. 64. Non credo che splendesse tanto lume 65. sotto le ciglia a Venere, trafitta 66. dal figlio fuor di tutto suo costume. 67. Ella ridea da l’altra riva dritta, 68. trattando più color con le sue mani, 69. che l’alta terra sanza seme gitta. 70. Tre passi ci facea il fiume lontani; 71. ma Elesponto, là ’ve passò Serse, 72. ancora freno a tutti orgogli umani, 73. più odio da Leandro non sofferse 74. per mareggiare intra Sesto e Abido, 75. che quel da me perch’ allor non s’aperse. 76. «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», 77. cominciò ella, «in questo luogo eletto 78. a l’umana natura per suo nido, 79. maravigliando tienvi alcun sospetto; 80. ma luce rende il salmo Delectasti, 81. che puote disnebbiar vostro intelletto. 82. E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, 83. dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta 84. ad ogne tua question tanto che basti». 85. «L’acqua», diss’io, «e ’l suon de la foresta 86. impugnan dentro a me novella fede 87. di cosa ch’io udi’ contraria a questa». 88. Ond’ ella: «Io dicerò come procede 89. per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, 90. e purgherò la nebbia che ti fiede. 91. Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, 92. fé l’uom buono e a bene, e questo loco 93. diede per arr’ a lui d’etterna pace. 94. Per sua difalta qui dimorò poco; 95. per sua difalta in pianto e in affanno 96. cambiò onesto riso e dolce gioco. 97. Perché ’l turbar che sotto da sé fanno 98. l’essalazion de l’acqua e de la terra, 99. che quanto posson dietro al calor vanno, 100. a l’uomo non facesse alcuna guerra, 101. questo monte salìo verso ’l ciel tanto, 102. e libero n’è d’indi ove si serra. 103. Or perché in circuito tutto quanto 104. l’aere si volge con la prima volta, 105. se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, 106. in questa altezza ch’è tutta disciolta 107. ne l’aere vivo, tal moto percuote, 108. e fa sonar la selva perch’ è folta; 109. e la percossa pianta tanto puote, 110. che de la sua virtute l’aura impregna 111. e quella poi, girando, intorno scuote; 112. e l’altra terra, secondo ch’è degna 113. per sé e per suo ciel, concepe e figlia 114. di diverse virtù diverse legna. 115. Non parrebbe di là poi maraviglia, 116. udito questo, quando alcuna pianta 117. sanza seme palese vi s’appiglia. 118. E saper dei che la campagna santa 119. dove tu se’, d’ogne semenza è piena, 120. e frutto ha in sé che di là non si schianta. 121. L’acqua che vedi non surge di vena 122. che ristori vapor che gel converta, 123. come fiume ch’acquista e perde lena; 124. ma esce di fontana salda e certa, 125. che tanto dal voler di Dio riprende, 126. quant’ ella versa da due parti aperta. 127. Da questa parte con virtù discende 128. che toglie altrui memoria del peccato; 129. da l’altra d’ogne ben fatto la rende. 130. Quinci Letè; così da l’altro lato 131. Eunoè si chiama, e non adopra 132. se quinci e quindi pria non è gustato: 133. a tutti altri sapori esto è di sopra. 134. E avvegna ch’assai possa esser sazia 135. la sete tua perch’ io più non ti scuopra, 136. darotti un corollario ancor per grazia; 137. né credo che ’l mio dir ti sia men caro, 138. se oltre promession teco si spazia. 139. Quelli ch’anticamente poetaro 140. l’età de l’oro e suo stato felice, 141. forse in Parnaso esto loco sognaro. 142. Qui fu innocente l’umana radice; 143. qui primavera sempre e ogne frutto; 144. nettare è questo di che ciascun dice». 145. Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto 146. a’ miei poeti, e vidi che con riso 147. udito avean l’ultimo costrutto; 148. poi a la bella donna torna’ il viso. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXIX |
|
![]() |
Cantando come donna innamorata … |
|
|
1. Cantando come donna innamorata, 2. continuò col fin di sue parole: 3. ’Beati quorum tecta sunt peccata!’. 4. E come ninfe che si givan sole 5. per le salvatiche ombre, disiando 6. qual di veder, qual di fuggir lo sole, 7. allor si mosse contra ’l fiume, andando 8. su per la riva; e io pari di lei, 9. picciol passo con picciol seguitando. 10. Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, 11. quando le ripe igualmente dier volta, 12. per modo ch’a levante mi rendei. 13. Né ancor fu così nostra via molta, 14. quando la donna tutta a me si torse, 15. dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». 16. Ed ecco un lustro sùbito trascorse 17. da tutte parti per la gran foresta, 18. tal che di balenar mi mise in forse. 19. Ma perché ’l balenar, come vien, resta, 20. e quel, durando, più e più splendeva, 21. nel mio pensier dicea: ’Che cosa è questa?’. 22. E una melodia dolce correva 23. per l’aere luminoso; onde buon zelo 24. mi fé riprender l’ardimento d’Eva, 25. che là dove ubidia la terra e ’l cielo, 26. femmina, sola e pur testé formata, 27. non sofferse di star sotto alcun velo; 28. sotto ’l qual se divota fosse stata, 29. avrei quelle ineffabili delizie 30. sentite prima e più lunga fiata. 31. Mentr’ io m’andava tra tante primizie 32. de l’etterno piacer tutto sospeso, 33. e disioso ancora a più letizie, 34. dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, 35. ci si fé l’aere sotto i verdi rami; 36. e ’l dolce suon per canti era già inteso. 37. O sacrosante Vergini, se fami, 38. freddi o vigilie mai per voi soffersi, 39. cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. 40. Or convien che Elicona per me versi, 41. e Uranìe m’aiuti col suo coro 42. forti cose a pensar mettere in versi. 43. Poco più oltre, sette alberi d’oro 44. falsava nel parere il lungo tratto 45. del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; 46. ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, 47. che l’obietto comun, che ’l senso inganna, 48. non perdea per distanza alcun suo atto, 49. la virtù ch’a ragion discorso ammanna, 50. sì com’ elli eran candelabri apprese, 51. e ne le voci del cantare ’Osanna’. 52. Di sopra fiammeggiava il bello arnese 53. più chiaro assai che luna per sereno 54. di mezza notte nel suo mezzo mese. 55. Io mi rivolsi d’ammirazion pieno 53. al buon Virgilio, ed esso mi rispuose 57. con vista carca di stupor non meno. 58. Indi rendei l’aspetto a l’alte cose 59. che si movieno incontr’ a noi sì tardi, 60. che foran vinte da novelle spose. 61. La donna mi sgridò: «Perché pur ardi 62. sì ne l’affetto de le vive luci, 63. e ciò che vien di retro a lor non guardi?». 64. Genti vid’ io allor, come a lor duci, 65. venire appresso, vestite di bianco; 66. e tal candor di qua già mai non fuci. 67. L’acqua imprendea dal sinistro fianco, 68. e rendea me la mia sinistra costa, 69. s’io riguardava in lei, come specchio anco. 70. Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, 71. che solo il fiume mi facea distante, 72. per veder meglio ai passi diedi sosta, 73. e vidi le fiammelle andar davante, 74. lasciando dietro a sé l’aere dipinto, 75. e di tratti pennelli avean sembiante; 76. sì che lì sopra rimanea distinto 77. di sette liste, tutte in quei colori 78. onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. 79. Questi ostendali in dietro eran maggiori 80. che la mia vista; e, quanto a mio avviso, 81. diece passi distavan quei di fori. 82. Sotto così bel ciel com’ io diviso, 83. ventiquattro seniori, a due a due, 84. coronati venien di fiordaliso. 85. Tutti cantavan: «Benedicta tue 86. ne le figlie d’Adamo, e benedette 87. sieno in etterno le bellezze tue!». 88. Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette 89. a rimpetto di me da l’altra sponda 90. libere fuor da quelle genti elette, 91. sì come luce luce in ciel seconda, 92. vennero appresso lor quattro animali, 93. coronati ciascun di verde fronda. 94. Ognuno era pennuto di sei ali; 95. le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, 96. se fosser vivi, sarebber cotali. 97. A descriver lor forme più non spargo 98. rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, 99. tanto ch’a questa non posso esser largo; 100. ma leggi Ezechiel, che li dipigne 101. come li vide da la fredda parte 102. venir con vento e con nube e con igne; 103. e quali i troverai ne le sue carte, 104. tali eran quivi, salvo ch’a le penne 105. Giovanni è meco e da lui si diparte. 106. Lo spazio dentro a lor quattro contenne 107. un carro, in su due rote, triunfale, 108. ch’al collo d’un grifon tirato venne. 109. Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale 110. tra la mezzana e le tre e tre liste, 111. sì ch’a nulla, fendendo, facea male. 112. Tanto salivan che non eran viste; 113. le membra d’oro avea quant’ era uccello, 114. e bianche l’altre, di vermiglio miste. 115. Non che Roma di carro così bello 116. rallegrasse Affricano, o vero Augusto, 117. ma quel del Sol saria pover con ello; 118. quel del Sol che, sviando, fu combusto 119. per l’orazion de la Terra devota, 120. quando fu Giove arcanamente giusto. 121. Tre donne in giro da la destra rota 122. venian danzando; l’una tanto rossa 123. ch’a pena fora dentro al foco nota; 124. l’altr’ era come se le carni e l’ossa 125. fossero state di smeraldo fatte; 126. la terza parea neve testé mossa; 127. e or parean da la bianca tratte, 128. or da la rossa; e dal canto di questa 129. l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. 130. Da la sinistra quattro facean festa, 131. in porpore vestite, dietro al modo 132. d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. 133. Appresso tutto il pertrattato nodo 134. vidi due vecchi in abito dispari, 135. ma pari in atto e onesto e sodo. 136. L’un si mostrava alcun de’ famigliari 137. di quel sommo Ipocràte che natura 138. a li animali fé ch’ell’ ha più cari; 139. mostrava l’altro la contraria cura 140. con una spada lucida e aguta, 141. tal che di qua dal rio mi fé paura. 142. Poi vidi quattro in umile paruta; 143. e di retro da tutti un vecchio solo 144. venir, dormendo, con la faccia arguta. 145. E questi sette col primaio stuolo 146. erano abituati, ma di gigli 147. dintorno al capo non facean brolo, 148. anzi di rose e d’altri fior vermigli; 149. giurato avria poco lontano aspetto 150. che tutti ardesser di sopra da’ cigli. 151. E quando il carro a me fu a rimpetto, 152. un tuon s’udì, e quelle genti degne 153. parvero aver l’andar più interdetto, 154. fermandosi ivi con le prime insegne. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXX |
|
![]() |
Quando il settentrion del primo cielo … |
|
|
1. Quando il settentrion del primo cielo, 2. che né occaso mai seppe né orto 3. né d’altra nebbia che di colpa velo, 4. e che faceva lì ciascun accorto 5. di suo dover, come ’l più basso face 6. qual temon gira per venire a porto, 7. fermo s’affisse: la gente verace, 8. venuta prima tra ’l grifone ed esso, 9. al carro volse sé come a sua pace; 10. e un di loro, quasi da ciel messo, 11. ’Veni, sponsa, de Libano’ cantando 12. gridò tre volte, e tutti li altri appresso. 13. Quali i beati al novissimo bando 14. surgeran presti ognun di sua caverna, 15. la revestita voce alleluiando, 16. cotali in su la divina basterna 17. si levar cento, ad vocem tanti senis, 18. ministri e messaggier di vita etterna. 19. Tutti dicean: ’Benedictus qui venis!’, 20. e fior gittando e di sopra e dintorno, 21. ’Manibus, oh, date lilia plenis!’. 22. Io vidi già nel cominciar del giorno 23. la parte oriental tutta rosata, 24. e l’altro ciel di bel sereno addorno; 25. e la faccia del sol nascere ombrata, 26. sì che per temperanza di vapori 27. l’occhio la sostenea lunga fiata: 28. così dentro una nuvola di fiori 29. che da le mani angeliche saliva 30. e ricadeva in giù dentro e di fori, 31. sovra candido vel cinta d’uliva 32. donna m’apparve, sotto verde manto 33. vestita di color di fiamma viva. 34. E lo spirito mio, che già cotanto 35. tempo era stato ch’a la sua presenza 36. non era di stupor, tremando, affranto, 37. sanza de li occhi aver più conoscenza, 38. per occulta virtù che da lei mosse, 39. d’antico amor sentì la gran potenza. 40. Tosto che ne la vista mi percosse 41. l’alta virtù che già m’avea trafitto 42. prima ch’io fuor di puerizia fosse, 43. volsimi a la sinistra col respitto 44. col quale il fantolin corre a la mamma 45. quando ha paura o quando elli è afflitto, 46. per dicere a Virgilio: ’Men che dramma 47. di sangue m’è rimaso che non tremi: 48. conosco i segni de l’antica fiamma’. 49. Ma Virgilio n’avea lasciati scemi 50. di sé, Virgilio dolcissimo patre, 51. Virgilio a cui per mia salute die’mi; 52. né quantunque perdeo l’antica matre, 53. valse a le guance nette di rugiada, 54. che, lagrimando, non tornasser atre. 55. «Dante, perché Virgilio se ne vada, 53. non pianger anco, non piangere ancora; 57. ché pianger ti conven per altra spada». 58. Quasi ammiraglio che in poppa e in prora 59. viene a veder la gente che ministra 60. per li altri legni, e a ben far l’incora; 61. in su la sponda del carro sinistra, 62. quando mi volsi al suon del nome mio, 63. che di necessità qui si registra, 64. vidi la donna che pria m’appario 65. velata sotto l’angelica festa, 66. drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. 67. Tutto che ’l vel che le scendea di testa, 68. cerchiato de le fronde di Minerva, 69. non la lasciasse parer manifesta, 70. regalmente ne l’atto ancor proterva 71. continuò come colui che dice 72. e ’l più caldo parlar dietro reserva: 73. «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. 74. Come degnasti d’accedere al monte? 75. non sapei tu che qui è l’uom felice?». 76. Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; 77. ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, 78. tanta vergogna mi gravò la fronte. 79. Così la madre al figlio par superba, 80. com’ ella parve a me; perché d’amaro 81. sente il sapor de la pietade acerba. 82. Ella si tacque; e li angeli cantaro 83. di sùbito ’In te, Domine, speravi’; 84. ma oltre ’pedes meos’ non passaro. 85. Sì come neve tra le vive travi 86. per lo dosso d’Italia si congela, 87. soffiata e stretta da li venti schiavi, 88. poi, liquefatta, in sé stessa trapela, 89. pur che la terra che perde ombra spiri, 90. sì che par foco fonder la candela; 91. così fui sanza lagrime e sospiri 92. anzi ’l cantar di quei che notan sempre 93. dietro a le note de li etterni giri; 94. ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre 95. lor compatire a me, par che se detto 96. avesser: ’Donna, perché sì lo stempre?’, 97. lo gel che m’era intorno al cor ristretto, 98. spirito e acqua fessi, e con angoscia 99. de la bocca e de li occhi uscì del petto. 100. Ella, pur ferma in su la detta coscia 101. del carro stando, a le sustanze pie 102. volse le sue parole così poscia: 103. «Voi vigilate ne l’etterno die, 104. sì che notte né sonno a voi non fura 105. passo che faccia il secol per sue vie; 106. onde la mia risposta è con più cura 107. che m’intenda colui che di là piagne, 108. perché sia colpa e duol d’una misura. 109. Non pur per ovra de le rote magne, 110. che drizzan ciascun seme ad alcun fine 111. secondo che le stelle son compagne, 112. ma per larghezza di grazie divine, 113. che sì alti vapori hanno a lor piova, 114. che nostre viste là non van vicine, 115. questi fu tal ne la sua vita nova 116. virtualmente, ch’ogne abito destro 117. fatto averebbe in lui mirabil prova. 118. Ma tanto più maligno e più silvestro 119. si fa ’l terren col mal seme e non cólto, 120. quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. 121. Alcun tempo il sostenni col mio volto: 122. mostrando li occhi giovanetti a lui, 123. meco il menava in dritta parte vòlto. 124. Sì tosto come in su la soglia fui 125. di mia seconda etade e mutai vita, 126. questi si tolse a me, e diessi altrui. 127. Quando di carne a spirto era salita, 128. e bellezza e virtù cresciuta m’era, 129. fu’ io a lui men cara e men gradita; 130. e volse i passi suoi per via non vera, 131. imagini di ben seguendo false, 132. che nulla promession rendono intera. 133. Né l’impetrare ispirazion mi valse, 134. con le quali e in sogno e altrimenti 135. lo rivocai: sì poco a lui ne calse! 136. Tanto giù cadde, che tutti argomenti 137. a la salute sua eran già corti, 138. fuor che mostrarli le perdute genti. 139. Per questo visitai l’uscio d’i morti, 140. e a colui che l’ha qua sù condotto, 141. li prieghi miei, piangendo, furon porti. 142. Alto fato di Dio sarebbe rotto, 143. se Letè si passasse e tal vivanda 144. fosse gustata sanza alcuno scotto 145. di pentimento che lagrime spanda». |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXXI |
|
![]() |
O tu che se’ di là dal fiume sacro … |
|
|
1. «O tu che se’ di là dal fiume sacro», 2. volgendo suo parlare a me per punta, 3. che pur per taglio m’era paruto acro, 4. ricominciò, seguendo sanza cunta, 5. «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa 6. tua confession conviene esser congiunta». 7. Era la mia virtù tanto confusa, 8. che la voce si mosse, e pria si spense 9. che da li organi suoi fosse dischiusa. 10. Poco sofferse; poi disse: «Che pense? 11. Rispondi a me; ché le memorie triste 12. in te non sono ancor da l’acqua offense». 13. Confusione e paura insieme miste 14. mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, 15. al quale intender fuor mestier le viste. 16. Come balestro frange, quando scocca 17. da troppa tesa, la sua corda e l’arco, 18. e con men foga l’asta il segno tocca, 19. sì scoppia’ io sottesso grave carco, 20. fuori sgorgando lagrime e sospiri, 21. e la voce allentò per lo suo varco. 22. Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, 23. che ti menavano ad amar lo bene 24. di là dal qual non è a che s’aspiri, 25. quai fossi attraversati o quai catene 26. trovasti, per che del passare innanzi 27. dovessiti così spogliar la spene? 28. E quali agevolezze o quali avanzi 29. ne la fronte de li altri si mostraro, 30. per che dovessi lor passeggiare anzi?». 31. Dopo la tratta d’un sospiro amaro, 32. a pena ebbi la voce che rispuose, 33. e le labbra a fatica la formaro. 34. Piangendo dissi: «Le presenti cose 35. col falso lor piacer volser miei passi, 36. tosto che ’l vostro viso si nascose». 37. Ed ella: «Se tacessi o se negassi 38. ciò che confessi, non fora men nota 39. la colpa tua: da tal giudice sassi! 40. Ma quando scoppia de la propria gota 41. l’accusa del peccato, in nostra corte 42. rivolge sé contra ’l taglio la rota. 43. Tuttavia, perché mo vergogna porte 44. del tuo errore, e perché altra volta, 45. udendo le serene, sie più forte, 46. pon giù il seme del piangere e ascolta: 47. sì udirai come in contraria parte 48. mover dovieti mia carne sepolta. 49. Mai non t’appresentò natura o arte 50. piacer, quanto le belle membra in ch’io 51. rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; 52. e se ’l sommo piacer sì ti fallio 53. per la mia morte, qual cosa mortale 54. dovea poi trarre te nel suo disio? 55. Ben ti dovevi, per lo primo strale 53. de le cose fallaci, levar suso 57. di retro a me che non era più tale. 58. Non ti dovea gravar le penne in giuso, 59. ad aspettar più colpo, o pargoletta 60. o altra novità con sì breve uso. 61. Novo augelletto due o tre aspetta; 62. ma dinanzi da li occhi d’i pennuti 63. rete si spiega indarno o si saetta». 64. Quali fanciulli, vergognando, muti 65. con li occhi a terra stannosi, ascoltando 66. e sé riconoscendo e ripentuti, 67. tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando 68. per udir se’ dolente, alza la barba, 69. e prenderai più doglia riguardando». 70. Con men di resistenza si dibarba 71. robusto cerro, o vero al nostral vento 72. o vero a quel de la terra di Iarba, 73. ch’io non levai al suo comando il mento; 74. e quando per la barba il viso chiese, 75. ben conobbi il velen de l’argomento. 76. E come la mia faccia si distese, 77. posarsi quelle prime creature 78. da loro aspersion l’occhio comprese; 79. e le mie luci, ancor poco sicure, 80. vider Beatrice volta in su la fiera 81. ch’è sola una persona in due nature. 82. Sotto ’l suo velo e oltre la rivera 83. vincer pariemi più sé stessa antica, 84. vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. 85. Di penter sì mi punse ivi l’ortica, 86. che di tutte altre cose qual mi torse 87. più nel suo amor, più mi si fé nemica. 88. Tanta riconoscenza il cor mi morse, 89. ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, 90. salsi colei che la cagion mi porse. 91. Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, 92. la donna ch’io avea trovata sola 93. sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». 94. Tratto m’avea nel fiume infin la gola, 95. e tirandosi me dietro sen giva 96. sovresso l’acqua lieve come scola. 97. Quando fui presso a la beata riva, 98. ’Asperges me’ sì dolcemente udissi, 99. che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. 100. La bella donna ne le braccia aprissi; 101. abbracciommi la testa e mi sommerse 102. ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. 103. Indi mi tolse, e bagnato m’offerse 104. dentro a la danza de le quattro belle; 105. e ciascuna del braccio mi coperse. 106. «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; 107. pria che Beatrice discendesse al mondo, 108. fummo ordinate a lei per sue ancelle. 109. Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo 110. lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi 111. le tre di là, che miran più profondo». 112. Così cantando cominciaro; e poi 113. al petto del grifon seco menarmi, 114. ove Beatrice stava volta a noi. 115. Disser: «Fa che le viste non risparmi; 116. posto t’avem dinanzi a li smeraldi 117. ond’ Amor già ti trasse le sue armi». 118. Mille disiri più che fiamma caldi 119. strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, 120. che pur sopra ’l grifone stavan saldi. 121. Come in lo specchio il sol, non altrimenti 122. la doppia fiera dentro vi raggiava, 123. or con altri, or con altri reggimenti. 124. Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, 125. quando vedea la cosa in sé star queta, 126. e ne l’idolo suo si trasmutava. 127. Mentre che piena di stupore e lieta 128. l’anima mia gustava di quel cibo 129. che, saziando di sé, di sé asseta, 130. sé dimostrando di più alto tribo 131. ne li atti, l’altre tre si fero avanti, 132. danzando al loro angelico caribo. 133. «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», 134. era la sua canzone, «al tuo fedele 135. che, per vederti, ha mossi passi tanti! 136. Per grazia fa noi grazia che disvele 137. a lui la bocca tua, sì che discerna 138. la seconda bellezza che tu cele». 139. O isplendor di viva luce etterna, 140. chi palido si fece sotto l’ombra 141. sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, 142. che non paresse aver la mente ingombra, 143. tentando a render te qual tu paresti 144. là dove armonizzando il ciel t’adombra, 145. quando ne l’aere aperto ti solvesti? |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXXII |
|
![]() |
Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti … |
|
|
1. Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti 2. a disbramarsi la decenne sete, 3. che li altri sensi m’eran tutti spenti. 4. Ed essi quinci e quindi avien parete 5. di non caler così lo santo riso 6. a sé traéli con l’antica rete!; 7. quando per forza mi fu vòlto il viso 8. ver’ la sinistra mia da quelle dee, 9. perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; 10. e la disposizion ch’a veder èe 11. ne li occhi pur testé dal sol percossi, 12. sanza la vista alquanto esser mi fée. 13. Ma poi ch’al poco il viso riformossi 14. (e dico ’al poco’ per rispetto al molto 15. sensibile onde a forza mi rimossi), 16. vidi ’n sul braccio destro esser rivolto 17. lo glorioso essercito, e tornarsi 18. col sole e con le sette fiamme al volto. 19. Come sotto li scudi per salvarsi 20. volgesi schiera, e sé gira col segno, 21. prima che possa tutta in sé mutarsi; 22. quella milizia del celeste regno 23. che procedeva, tutta trapassonne 24. pria che piegasse il carro il primo legno. 25. Indi a le rote si tornar le donne, 26. e ’l grifon mosse il benedetto carco 27. sì, che però nulla penna crollonne. 28. La bella donna che mi trasse al varco 29. e Stazio e io seguitavam la rota 30. che fé l’orbita sua con minore arco. 31. Sì passeggiando l’alta selva vòta, 32. colpa di quella ch’al serpente crese, 33. temprava i passi un’angelica nota. 34. Forse in tre voli tanto spazio prese 35. disfrenata saetta, quanto eramo 36. rimossi, quando Beatrice scese. 37. Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; 38. poi cerchiaro una pianta dispogliata 39. di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. 40. La coma sua, che tanto si dilata 41. più quanto più è sù, fora da l’Indi 42. ne’ boschi lor per altezza ammirata. 43. «Beato se’, grifon, che non discindi 44. col becco d’esto legno dolce al gusto, 45. poscia che mal si torce il ventre quindi». 46. Così dintorno a l’albero robusto 47. gridaron li altri; e l’animal binato: 48. «Sì si conserva il seme d’ogne giusto». 49. E vòlto al temo ch’elli avea tirato, 50. trasselo al piè de la vedova frasca, 51. e quel di lei a lei lasciò legato. 52. Come le nostre piante, quando casca 53. giù la gran luce mischiata con quella 54. che raggia dietro a la celeste lasca, 55. turgide fansi, e poi si rinovella 53. di suo color ciascuna, pria che ’l sole 57. giunga li suoi corsier sotto altra stella; 58. men che di rose e più che di viole 59. colore aprendo, s’innovò la pianta, 60. che prima avea le ramora sì sole. 61. Io non lo ’ntesi, né qui non si canta 62. l’inno che quella gente allor cantaro, 63. né la nota soffersi tutta quanta. 64. S’io potessi ritrar come assonnaro 65. li occhi spietati udendo di Siringa, 66. li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; 67. come pintor che con essempro pinga, 68. disegnerei com’ io m’addormentai; 69. ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. 70. Però trascorro a quando mi svegliai, 71. e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo 72. del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». 73. Quali a veder de’ fioretti del melo 74. che del suo pome li angeli fa ghiotti 75. e perpetue nozze fa nel cielo, 76. Pietro e Giovanni e Iacopo condotti 77. e vinti, ritornaro a la parola 78. da la qual furon maggior sonni rotti, 79. e videro scemata loro scuola 80. così di Moisè come d’Elia, 81. e al maestro suo cangiata stola; 82. tal torna’ io, e vidi quella pia 83. sovra me starsi che conducitrice 84. fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. 85. E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». 86. Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda 87. nova sedere in su la sua radice. 88. Vedi la compagnia che la circonda: 89. li altri dopo ’l grifon sen vanno suso 90. con più dolce canzone e più profonda». 91. E se più fu lo suo parlar diffuso, 92. non so, però che già ne li occhi m’era 93. quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. 94. Sola sedeasi in su la terra vera, 95. come guardia lasciata lì del plaustro 96. che legar vidi a la biforme fera. 97. In cerchio le facevan di sé claustro 98. le sette ninfe, con quei lumi in mano 99. che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. 100. «Qui sarai tu poco tempo silvano; 101. e sarai meco sanza fine cive 102. di quella Roma onde Cristo è romano. 103. Però, in pro del mondo che mal vive, 104. al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, 105. ritornato di là, fa che tu scrive». 106. Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi 107. d’i suoi comandamenti era divoto, 108. la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. 109. Non scese mai con sì veloce moto 110. foco di spessa nube, quando piove 111. da quel confine che più va remoto, 112. com’ io vidi calar l’uccel di Giove 113. per l’alber giù, rompendo de la scorza, 114. non che d’i fiori e de le foglie nove; 115. e ferì ’l carro di tutta sua forza; 116. ond’ el piegò come nave in fortuna, 117. vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. 118. Poscia vidi avventarsi ne la cuna 119. del triunfal veiculo una volpe 120. che d’ogne pasto buon parea digiuna; 121. ma, riprendendo lei di laide colpe, 122. la donna mia la volse in tanta futa 123. quanto sofferser l’ossa sanza polpe. 124. Poscia per indi ond’ era pria venuta, 125. l’aguglia vidi scender giù ne l’arca 126. del carro e lasciar lei di sé pennuta; 127. e qual esce di cuor che si rammarca, 128. tal voce uscì del cielo e cotal disse: 129. «O navicella mia, com’ mal se’ carca!». 130. Poi parve a me che la terra s’aprisse 131. tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago 132. che per lo carro sù la coda fisse; 133. e come vespa che ritragge l’ago, 134. a sé traendo la coda maligna, 135. trasse del fondo, e gissen vago vago. 136. Quel che rimase, come da gramigna 137. vivace terra, da la piuma, offerta 138. forse con intenzion sana e benigna, 139. si ricoperse, e funne ricoperta 140. e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto 141. che più tiene un sospir la bocca aperta. 142. Trasformato così ’l dificio santo 143. mise fuor teste per le parti sue, 144. tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. 145. Le prime eran cornute come bue, 146. ma le quattro un sol corno avean per fronte: 147. simile mostro visto ancor non fue. 148. Sicura, quasi rocca in alto monte, 149. seder sovresso una puttana sciolta 150. m’apparve con le ciglia intorno pronte; 151. e come perché non li fosse tolta, 152. vidi di costa a lei dritto un gigante; 153. e basciavansi insieme alcuna volta. 154. Ma perché l’occhio cupido e vagante 155. a me rivolse, quel feroce drudo 156. la flagellò dal capo infin le piante; 157. poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, 158. disciolse il mostro, e trassel per la selva, 159. tanto che sol di lei mi fece scudo 160. a la puttana e a la nova belva. |
||
| ⇱ | Purgatorio – Canto XXXIII |
|
![]() |
Deus, venerunt gentes |
|
|
1. ” Deus, venerunt gentes “, alternando 2. or tre or quattro dolce salmodia, 3. le donne incominciaro, e lagrimando; 4. e Beatrice, sospirosa e pia, 5. quelle ascoltava sì fatta, che poco 6. più a la croce si cambiò Maria. 7. Ma poi che l’altre vergini dier loco 8. a lei di dir, levata dritta in pè, 9. rispuose, colorata come foco: 10. ’Modicum, et non videbitis me; 11. et iterum, sorelle mie dilette, 12. modicum, et vos videbitis me’. 13. Poi le si mise innanzi tutte e sette, 14. e dopo sé, solo accennando, mosse 15. me e la donna e ’l savio che ristette. 16. Così sen giva; e non credo che fosse 17. lo decimo suo passo in terra posto, 18. quando con li occhi li occhi mi percosse; 19. e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», 20. mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, 21. ad ascoltarmi tu sie ben disposto». 22. Sì com’ io fui, com’ io dovea, seco, 23. dissemi: «Frate, perché non t’attenti 24. a domandarmi omai venendo meco?». 25. Come a color che troppo reverenti 26. dinanzi a suo maggior parlando sono, 27. che non traggon la voce viva ai denti, 28. avvenne a me, che sanza intero suono 29. incominciai: «Madonna, mia bisogna 30. voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». 31. Ed ella a me: «Da tema e da vergogna 32. voglio che tu omai ti disviluppe, 33. sì che non parli più com’ om che sogna. 34. Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, 35. fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda 36. che vendetta di Dio non teme suppe. 37. Non sarà tutto tempo sanza reda 38. l’aguglia che lasciò le penne al carro, 39. per che divenne mostro e poscia preda; 40. ch’io veggio certamente, e però il narro, 41. a darne tempo già stelle propinque, 42. secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, 43. nel quale un cinquecento diece e cinque, 44. messo di Dio, anciderà la fuia 45. con quel gigante che con lei delinque. 46. E forse che la mia narrazion buia, 47. qual Temi e Sfinge, men ti persuade, 48. perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; 49. ma tosto fier li fatti le Naiade, 50. che solveranno questo enigma forte 51. sanza danno di pecore o di biade. 52. Tu nota; e sì come da me son porte, 53. così queste parole segna a’ vivi 54. del viver ch’è un correre a la morte. 55. E aggi a mente, quando tu le scrivi, 53. di non celar qual hai vista la pianta 57. ch’è or due volte dirubata quivi. 58. Qualunque ruba quella o quella schianta, 59. con bestemmia di fatto offende a Dio, 60. che solo a l’uso suo la creò santa. 61. Per morder quella, in pena e in disio 62. cinquemilia anni e più l’anima prima 63. bramò colui che ’l morso in sé punio. 64. Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima 65. per singular cagione esser eccelsa 66. lei tanto e sì travolta ne la cima. 67. E se stati non fossero acqua d’Elsa 68. li pensier vani intorno a la tua mente, 69. e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, 70. per tante circostanze solamente 71. la giustizia di Dio, ne l’interdetto, 72. conosceresti a l’arbor moralmente. 73. Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto 74. fatto di pietra e, impetrato, tinto, 75. sì che t’abbaglia il lume del mio detto, 76. voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, 77. che ’l te ne porti dentro a te per quello 78. che si reca il bordon di palma cinto». 79. E io: «Sì come cera da suggello, 80. che la figura impressa non trasmuta, 81. segnato è or da voi lo mio cervello. 82. Ma perché tanto sovra mia veduta 83. vostra parola disiata vola, 84. che più la perde quanto più s’aiuta?». 85. «Perché conoschi», disse, «quella scuola 86. c’hai seguitata, e veggi sua dottrina 87. come può seguitar la mia parola; 88. e veggi vostra via da la divina 89. distar cotanto, quanto si discorda 90. da terra il ciel che più alto festina». 91. Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda 92. ch’i’ straniasse me già mai da voi, 93. né honne coscienza che rimorda». 94. «E se tu ricordar non te ne puoi», 95. sorridendo rispuose, «or ti rammenta 96. come bevesti di Letè ancoi; 97. e se dal fummo foco s’argomenta, 98. cotesta oblivion chiaro conchiude 99. colpa ne la tua voglia altrove attenta. 100. Veramente oramai saranno nude 101. le mie parole, quanto converrassi 102. quelle scovrire a la tua vista rude». 103. E più corusco e con più lenti passi 104. teneva il sole il cerchio di merigge, 105. che qua e là, come li aspetti, fassi, 106. quando s’affisser, sì come s’affigge 107. chi va dinanzi a gente per iscorta 108. se trova novitate o sue vestigge, 109. le sette donne al fin d’un’ombra smorta, 110. qual sotto foglie verdi e rami nigri 111. sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. 112. Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri 113. veder mi parve uscir d’una fontana, 114. e, quasi amici, dipartirsi pigri. 115. «O luce, o gloria de la gente umana, 116. che acqua è questa che qui si dispiega 117. da un principio e sé da sé lontana?». 118. Per cotal priego detto mi fu: «Priega 119. Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, 120. come fa chi da colpa si dislega, 121. la bella donna: «Questo e altre cose 122. dette li son per me; e son sicura 123. che l’acqua di Letè non gliel nascose». 124. E Beatrice: «Forse maggior cura, 125. che spesse volte la memoria priva, 126. fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. 127. Ma vedi Eunoè che là diriva: 128. menalo ad esso, e come tu se’ usa, 129. la tramortita sua virtù ravviva». 130. Come anima gentil, che non fa scusa, 131. ma fa sua voglia de la voglia altrui 132. tosto che è per segno fuor dischiusa; 133. così, poi che da essa preso fui, 134. la bella donna mossesi, e a Stazio 135. donnescamente disse: «Vien con lui». 136. S’io avessi, lettor, più lungo spazio 137. da scrivere, i’ pur cantere’ in parte 138. lo dolce ber che mai non m’avria sazio; 139. ma perché piene son tutte le carte 140. ordite a questa cantica seconda, 141. non mi lascia più ir lo fren de l’arte. 142. Io ritornai da la santissima onda 143. rifatto sì come piante novelle 144. rinovellate di novella fronda, 145. puro e disposto a salire a le stelle. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto I |
|
![]() |
La gloria di colui che tutto move … e vidi quattro stelle Pur. I, 23 Jan Van der Straet (1523-1605) |
|
|
1. La gloria di colui che tutto move 2. per l’universo penetra, e risplende 3. in una parte più e meno altrove. 4. Nel ciel che più de la sua luce prende 5. fu’ io, e vidi cose che ridire 6. né sa né può chi di là sù discende; 7. perché appressando sé al suo disire, 8. nostro intelletto si profonda tanto, 9. che dietro la memoria non può ire. 10. Veramente quant’ io del regno santo 11. ne la mia mente potei far tesoro, 12. sarà ora materia del mio canto. 13. O buono Appollo, a l’ultimo lavoro 14. fammi del tuo valor sì fatto vaso, 15. come dimandi a dar l’amato alloro. 16. Infino a qui l’un giogo di Parnaso 17. assai mi fu; ma or con amendue 18. m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. 19. Entra nel petto mio, e spira tue 20. sì come quando Marsia traesti 21. de la vagina de le membra sue. 22. O divina virtù, se mi ti presti 23. tanto che l’ombra del beato regno 24. segnata nel mio capo io manifesti, 25. vedra’mi al piè del tuo diletto legno 26. venire, e coronarmi de le foglie 27. che la materia e tu mi farai degno. 28. Sì rade volte, padre, se ne coglie 29. per triunfare o cesare o poeta, 30. colpa e vergogna de l’umane voglie, 31. che parturir letizia in su la lieta 32. delfica deità dovria la fronda 33. peneia, quando alcun di sé asseta. 34. Poca favilla gran fiamma seconda: 35. forse di retro a me con miglior voci 36. si pregherà perché Cirra risponda. 37. Surge ai mortali per diverse foci 38. la lucerna del mondo; ma da quella 39. che quattro cerchi giugne con tre croci, 40. con miglior corso e con migliore stella 41. esce congiunta, e la mondana cera 42. più a suo modo tempera e suggella. 43. Fatto avea di là mane e di qua sera 44. tal foce, e quasi tutto era là bianco 45. quello emisperio, e l’altra parte nera, 46. quando Beatrice in sul sinistro fianco 47. vidi rivolta e riguardar nel sole: 48. aguglia sì non li s’affisse unquanco. 49. E sì come secondo raggio suole 50. uscir del primo e risalire in suso, 51. pur come pelegrin che tornar vuole, 52. così de l’atto suo, per li occhi infuso 53. ne l’imagine mia, il mio si fece, 54. e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso. 55. Molto è licito là, che qui non lece 53. a le nostre virtù, mercé del loco 57. fatto per proprio de l’umana spece. 58. Io nol soffersi molto, né sì poco, 59. ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, 60. com’ ferro che bogliente esce del foco; 61. e di sùbito parve giorno a giorno 62. essere aggiunto, come quei che puote 63. avesse il ciel d’un altro sole addorno. 64. Beatrice tutta ne l’etterne rote 65. fissa con li occhi stava; e io in lei 66. le luci fissi, di là sù rimote. 67. Nel suo aspetto tal dentro mi fei, 68. qual si fé Glauco nel gustar de l’erba 69. che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. 70. Trasumanar significar per verba 71. non si poria; però l’essemplo basti 72. a cui esperienza grazia serba. 73. S’i’ era sol di me quel che creasti 74. novellamente, amor che ’l ciel governi, 75. tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. 76. Quando la rota che tu sempiterni 77. desiderato, a sé mi fece atteso 78. con l’armonia che temperi e discerni, 79. parvemi tanto allor del cielo acceso 80. de la fiamma del sol, che pioggia o fiume 81. lago non fece alcun tanto disteso. 82. La novità del suono e ’l grande lume 83. di lor cagion m’accesero un disio 84. mai non sentito di cotanto acume. 85. Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, 86. a quietarmi l’animo commosso, 87. pria ch’io a dimandar, la bocca aprio 88. e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso 89. col falso imaginar, sì che non vedi 90. ciò che vedresti se l’avessi scosso. 91. Tu non se’ in terra, sì come tu credi; 92. ma folgore, fuggendo il proprio sito, 93. non corse come tu ch’ad esso riedi». 94. S’io fui del primo dubbio disvestito 95. per le sorrise parolette brevi, 96. dentro ad un nuovo più fu’ inretito 97. e dissi: «Già contento requievi 98. di grande ammirazion; ma ora ammiro 99. com’ io trascenda questi corpi levi». 100. Ond’ ella, appresso d’un pio sospiro, 101. li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante 102. che madre fa sovra figlio deliro, 103. e cominciò: «Le cose tutte quante 104. hanno ordine tra loro, e questo è forma 105. che l’universo a Dio fa simigliante. 106. Qui veggion l’alte creature l’orma 107. de l’etterno valore, il qual è fine 108. al quale è fatta la toccata norma. 109. Ne l’ordine ch’io dico sono accline 110. tutte nature, per diverse sorti, 111. più al principio loro e men vicine; 112. onde si muovono a diversi porti 113. per lo gran mar de l’essere, e ciascuna 114. con istinto a lei dato che la porti. 115. Questi ne porta il foco inver’ la luna; 116. questi ne’ cor mortali è permotore; 117. questi la terra in sé stringe e aduna; 118. né pur le creature che son fore 119. d’intelligenza quest’ arco saetta, 120. ma quelle c’hanno intelletto e amore. 121. La provedenza, che cotanto assetta, 122. del suo lume fa ’l ciel sempre quieto 123. nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; 124. e ora lì, come a sito decreto, 125. cen porta la virtù di quella corda 126. che ciò che scocca drizza in segno lieto. 127. Vero è che, come forma non s’accorda 128. molte fiate a l’intenzion de l’arte, 129. perch’ a risponder la materia è sorda, 130. così da questo corso si diparte 131. talor la creatura, c’ha podere 132. di piegar, così pinta, in altra parte; 133. e sì come veder si può cadere 134. foco di nube, sì l’impeto primo 135. l’atterra torto da falso piacere. 136. Non dei più ammirar, se bene stimo, 137. lo tuo salir, se non come d’un rivo 138. se d’alto monte scende giuso ad imo. 139. Maraviglia sarebbe in te se, privo 140. d’impedimento, giù ti fossi assiso, 141. com’ a terra quiete in foco vivo». 142. Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto II |
|
![]() |
O voi che siete in piccioletta barca … |
|
|
1. O voi che siete in piccioletta barca, 2. desiderosi d’ascoltar, seguiti 3. dietro al mio legno che cantando varca, 4. tornate a riveder li vostri liti: 5. non vi mettete in pelago, ché forse, 6. perdendo me, rimarreste smarriti. 7. L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; 8. Minerva spira, e conducemi Appollo, 9. e nove Muse mi dimostran l’Orse. 10. Voialtri pochi che drizzaste il collo 11. per tempo al pan de li angeli, del quale 12. vivesi qui ma non sen vien satollo, 13. metter potete ben per l’alto sale 14. vostro navigio, servando mio solco 15. dinanzi a l’acqua che ritorna equale. 16. Que’ gloriosi che passaro al Colco 17. non s’ammiraron come voi farete, 18. quando Iasón vider fatto bifolco. 19. La concreata e perpetüa sete 20. del deiforme regno cen portava 21. veloci quasi come ’l ciel vedete. 22. Beatrice in suso, e io in lei guardava; 23. e forse in tanto in quanto un quadrel posa 24. e vola e da la noce si dischiava, 25. giunto mi vidi ove mirabil cosa 26. mi torse il viso a sé; e però quella 27. cui non potea mia cura essere ascosa, 28. volta ver’ me, sì lieta come bella, 29. «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, 30. «che n’ha congiunti con la prima stella». 31. Parev’ a me che nube ne coprisse 32. lucida, spessa, solida e pulita, 33. quasi adamante che lo sol ferisse. 34. Per entro sé l’etterna margarita 35. ne ricevette, com’ acqua recepe 36. raggio di luce permanendo unita. 37. S’io era corpo, e qui non si concepe 38. com’ una dimensione altra patio, 39. ch’esser convien se corpo in corpo repe, 40. accender ne dovria più il disio 41. di veder quella essenza in che si vede 42. come nostra natura e Dio s’unio. 43. Lì si vedrà ciò che tenem per fede, 44. non dimostrato, ma fia per sé noto 45. a guisa del ver primo che l’uom crede. 46. Io rispuosi: «Madonna, sì devoto 47. com’ esser posso più, ringrazio lui 48. lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. 49. Ma ditemi: che son li segni bui 50. di questo corpo, che là giuso in terra 51. fan di Cain favoleggiare altrui?». 52. Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra 53. l’oppinion», mi disse, «d’i mortali 54. dove chiave di senso non diserra, 55. certo non ti dovrien punger li strali 53. d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi 57. vedi che la ragione ha corte l’ali. 58. Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». 59. E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso 60. credo che fanno i corpi rari e densi». 61. Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso 62. nel falso il creder tuo, se bene ascolti 63. l’argomentar ch’io li farò avverso. 64. La spera ottava vi dimostra molti 65. lumi, li quali e nel quale e nel quanto 66. notar si posson di diversi volti. 67. Se raro e denso ciò facesser tanto, 68. una sola virtù sarebbe in tutti, 69. più e men distributa e altrettanto. 70. Virtù diverse esser convegnon frutti 71. di princìpi formali, e quei, for ch’uno, 72. seguiterieno a tua ragion distrutti. 73. Ancor, se raro fosse di quel bruno 74. cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte 75. fora di sua materia sì digiuno 76. esto pianeto, o, sì come comparte 77. lo grasso e ’l magro un corpo, così questo 78. nel suo volume cangerebbe carte. 79. Se ’l primo fosse, fora manifesto 80. ne l’eclissi del sol, per trasparere 81. lo lume come in altro raro ingesto. 82. Questo non è: però è da vedere 83. de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, 84. falsificato fia lo tuo parere. 85. S’elli è che questo raro non trapassi, 86. esser conviene un termine da onde 87. lo suo contrario più passar non lassi; 88. e indi l’altrui raggio si rifonde 89. così come color torna per vetro 90. lo qual di retro a sé piombo nasconde. 91. Or dirai tu ch’el si dimostra tetro 92. ivi lo raggio più che in altre parti, 93. per esser lì refratto più a retro. 94. Da questa instanza può deliberarti 95. esperienza, se già mai la provi, 96. ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. 97. Tre specchi prenderai; e i due rimovi 98. da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, 99. tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. 100. Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso 101. ti stea un lume che i tre specchi accenda 102. e torni a te da tutti ripercosso. 103. Ben che nel quanto tanto non si stenda 104. la vista più lontana, lì vedrai 105. come convien ch’igualmente risplenda. 106. Or, come ai colpi de li caldi rai 107. de la neve riman nudo il suggetto 108. e dal colore e dal freddo primai, 109. così rimaso te ne l’intelletto 110. voglio informar di luce sì vivace, 111. che ti tremolerà nel suo aspetto. 112. Dentro dal ciel de la divina pace 113. si gira un corpo ne la cui virtute 114. l’esser di tutto suo contento giace. 115. Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, 116. quell’ esser parte per diverse essenze, 117. da lui distratte e da lui contenute. 118. Li altri giron per varie differenze 119. le distinzion che dentro da sé hanno 120. dispongono a lor fini e lor semenze. 121. Questi organi del mondo così vanno, 122. come tu vedi omai, di grado in grado, 123. che di sù prendono e di sotto fanno. 124. Riguarda bene omai sì com’ io vado 125. per questo loco al vero che disiri, 126. sì che poi sappi sol tener lo guado. 127. Lo moto e la virtù d’i santi giri, 128. come dal fabbro l’arte del martello, 129. da’ beati motor convien che spiri; 130. e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, 131. de la mente profonda che lui volve 132. prende l’image e fassene suggello. 133. E come l’alma dentro a vostra polve 134. per differenti membra e conformate 135. a diverse potenze si risolve, 136. così l’intelligenza sua bontate 137. multiplicata per le stelle spiega, 138. girando sé sovra sua unitate. 139. Virtù diversa fa diversa lega 140. col prezioso corpo ch’ella avviva, 141. nel qual, sì come vita in voi, si lega. 142. Per la natura lieta onde deriva, 143. la virtù mista per lo corpo luce 144. come letizia per pupilla viva. 145. Da essa vien ciò che da luce a luce 146. par differente, non da denso e raro; 147. essa è formal principio che produce, 148. conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto III |
|
![]() |
Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto … |
|
|
1. Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, 2. di bella verità m’avea scoverto, 3. provando e riprovando, il dolce aspetto; 4. e io, per confessar corretto e certo 5. me stesso, tanto quanto si convenne 6. leva’ il capo a proferer più erto; 7. ma visione apparve che ritenne 8. a sé me tanto stretto, per vedersi, 9. che di mia confession non mi sovvenne. 10. Quali per vetri trasparenti e tersi, 11. o ver per acque nitide e tranquille, 12. non sì profonde che i fondi sien persi, 13. tornan d’i nostri visi le postille 14. debili sì, che perla in bianca fronte 15. non vien men forte a le nostre pupille; 16. tali vid’ io più facce a parlar pronte; 17. per ch’io dentro a l’error contrario corsi 18. a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. 19. Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, 20. quelle stimando specchiati sembianti, 21. per veder di cui fosser, li occhi torsi; 22. e nulla vidi, e ritorsili avanti 23. dritti nel lume de la dolce guida, 24. che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. 25. «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», 26. mi disse, «appresso il tuo püeril coto, 27. poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, 28. ma te rivolve, come suole, a vòto: 29. vere sustanze son ciò che tu vedi, 30. qui rilegate per manco di voto. 31. Però parla con esse e odi e credi; 32. ché la verace luce che le appaga 33. da sé non lascia lor torcer li piedi». 34. E io a l’ombra che parea più vaga 35. di ragionar, drizza’mi, e cominciai, 36. quasi com’ uom cui troppa voglia smaga: 37. «O ben creato spirito, che a’ rai 38. di vita etterna la dolcezza senti 39. che, non gustata, non s’intende mai, 40. grazioso mi fia se mi contenti 41. del nome tuo e de la vostra sorte». 42. Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti: 43. «La nostra carità non serra porte 44. a giusta voglia, se non come quella 45. che vuol simile a sé tutta sua corte. 46. I’ fui nel mondo vergine sorella; 47. e se la mente tua ben sé riguarda, 48. non mi ti celerà l’esser più bella, 49. ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, 50. che, posta qui con questi altri beati, 51. beata sono in la spera più tarda. 52. Li nostri affetti, che solo infiammati 53. son nel piacer de lo Spirito Santo, 54. letizian del suo ordine formati. 55. E questa sorte che par giù cotanto, 53. però n’è data, perché fuor negletti 57. li nostri voti, e vòti in alcun canto». 58. Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti 59. vostri risplende non so che divino 60. che vi trasmuta da’ primi concetti: 61. però non fui a rimembrar festino; 62. ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, 63. sì che raffigurar m’è più latino. 64. Ma dimmi: voi che siete qui felici, 65. disiderate voi più alto loco 66. per più vedere e per più farvi amici?». 67. Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; 68. da indi mi rispuose tanto lieta, 69. ch’arder parea d’amor nel primo foco: 70. «Frate, la nostra volontà quieta 71. virtù di carità, che fa volerne 72. sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. 73. Se disiassimo esser più superne, 74. foran discordi li nostri disiri 75. dal voler di colui che qui ne cerne; 76. che vedrai non capere in questi giri, 77. s’essere in carità è qui necesse, 78. e se la sua natura ben rimiri. 79. Anzi è formale ad esto beato esse 80. tenersi dentro a la divina voglia, 81. per ch’una fansi nostre voglie stesse; 82. sì che, come noi sem di soglia in soglia 83. per questo regno, a tutto il regno piace 84. com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. 85. E ’n la sua volontade è nostra pace: 86. ell’ è quel mare al qual tutto si move 87. ciò ch’ella cria o che natura face». 88. Chiaro mi fu allor come ogne dove 89. in cielo è paradiso, etsi la grazia 90. del sommo ben d’un modo non vi piove. 91. Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia 92. e d’un altro rimane ancor la gola, 93. che quel si chere e di quel si ringrazia, 94. così fec’ io con atto e con parola, 95. per apprender da lei qual fu la tela 96. onde non trasse infino a co la spuola. 97. «Perfetta vita e alto merto inciela 98. donna più sù», mi disse, «a la cui norma 99. nel vostro mondo giù si veste e vela, 100. perché fino al morir si vegghi e dorma 101. con quello sposo ch’ogne voto accetta 102. che caritate a suo piacer conforma. 103. Dal mondo, per seguirla, giovinetta 104. fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi 105. e promisi la via de la sua setta. 106. Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, 107. fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 108. Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 109. E quest’ altro splendor che ti si mostra 110. da la mia destra parte e che s’accende 111. di tutto il lume de la spera nostra, 112. ciò ch’io dico di me, di sé intende; 113. sorella fu, e così le fu tolta 114. di capo l’ombra de le sacre bende. 115. Ma poi che pur al mondo fu rivolta 116. contra suo grado e contra buona usanza, 117. non fu dal vel del cor già mai disciolta. 118. Quest’ è la luce de la gran Costanza 119. che del secondo vento di Soave 120. generò ’l terzo e l’ultima possanza». 121. Così parlommi, e poi cominciò Ave 122. Maria cantando, e cantando vanio 123. come per acqua cupa cosa grave. 124. La vista mia, che tanto lei seguio 125. quanto possibil fu, poi che la perse, 126. volsesi al segno di maggior disio, 127. e a Beatrice tutta si converse; 128. ma quella folgorò nel mio sguardo 129. sì che da prima il viso non sofferse; 130. e ciò mi fece a dimandar più tardo. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto IV |
|
![]() |
Intra due cibi, distanti e moventi |
|
|
1. Intra due cibi, distanti e moventi 2. d’un modo, prima si morria di fame, 3. che liber’ omo l’un recasse ai denti; 4. sì si starebbe un agno intra due brame 5. di fieri lupi, igualmente temendo; 6. sì si starebbe un cane intra due dame: 7. per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, 8. da li miei dubbi d’un modo sospinto, 9. poi ch’era necessario, né commendo. 10. Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto 11. m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, 12. più caldo assai che per parlar distinto. 13. Fé sì Beatrice qual fé Daniello, 14. Nabuccodonosor levando d’ira, 15. che l’avea fatto ingiustamente fello; 16. e disse: «Io veggio ben come ti tira 17. uno e altro disio, sì che tua cura 18. sé stessa lega sì che fuor non spira. 19. Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, 20. la violenza altrui per qual ragione 21. di meritar mi scema la misura?”. 22. Ancor di dubitar ti dà cagione 23. parer tornarsi l’anime a le stelle, 24. secondo la sentenza di Platone. 25. Queste son le question che nel tuo velle 26. pontano igualmente; e però pria 27. tratterò quella che più ha di felle. 28. D’i Serafin colui che più s’india, 29. Moisè, Samuel, e quel Giovanni 30. che prender vuoli, io dico, non Maria, 31. non hanno in altro cielo i loro scanni 32. che questi spirti che mo t’appariro, 33. né hanno a l’esser lor più o meno anni; 34. ma tutti fanno bello il primo giro, 35. e differentemente han dolce vita 36. per sentir più e men l’etterno spiro. 37. Qui si mostraro, non perché sortita 38. sia questa spera lor, ma per far segno 39. de la celestial c’ha men salita. 40. Così parlar conviensi al vostro ingegno, 41. però che solo da sensato apprende 42. ciò che fa poscia d’intelletto degno. 43. Per questo la Scrittura condescende 44. a vostra facultate, e piedi e mano 45. attribuisce a Dio e altro intende; 46. e Santa Chiesa con aspetto umano 47. Gabriel e Michel vi rappresenta, 48. e l’altro che Tobia rifece sano. 49. Quel che Timeo de l’anime argomenta 50. non è simile a ciò che qui si vede, 51. però che, come dice, par che senta. 52. Dice che l’alma a la sua stella riede, 53. credendo quella quindi esser decisa 54. quando natura per forma la diede; 55. e forse sua sentenza è d’altra guisa 53. che la voce non suona, ed esser puote 57. con intenzion da non esser derisa. 58. S’elli intende tornare a queste ruote 59. l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse 60. in alcun vero suo arco percuote. 61. Questo principio, male inteso, torse 62. già tutto il mondo quasi, sì che Giove, 63. Mercurio e Marte a nominar trascorse. 64. L’altra dubitazion che ti commove 65. ha men velen, però che sua malizia 66. non ti poria menar da me altrove. 67. Parere ingiusta la nostra giustizia 68. ne li occhi d’i mortali, è argomento 69. di fede e non d’eretica nequizia. 70. Ma perché puote vostro accorgimento 71. ben penetrare a questa veritate, 72. come disiri, ti farò contento. 73. Se violenza è quando quel che pate 74. niente conferisce a quel che sforza, 75. non fuor quest’ alme per essa scusate: 76. ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, 77. ma fa come natura face in foco, 78. se mille volte violenza il torza. 79. Per che, s’ella si piega assai o poco, 80. segue la forza; e così queste fero 81. possendo rifuggir nel santo loco. 82. Se fosse stato lor volere intero, 83. come tenne Lorenzo in su la grada, 84. e fece Muzio a la sua man severo, 85. così l’avria ripinte per la strada 86. ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; 87. ma così salda voglia è troppo rada. 88. E per queste parole, se ricolte 89. l’hai come dei, è l’argomento casso 90. che t’avria fatto noia ancor più volte. 91. Ma or ti s’attraversa un altro passo 92. dinanzi a li occhi, tal che per te stesso 93. non usciresti: pria saresti lasso. 94. Io t’ho per certo ne la mente messo 95. ch’alma beata non poria mentire, 96. però ch’è sempre al primo vero appresso; 97. e poi potesti da Piccarda udire 98. che l’affezion del vel Costanza tenne; 99. sì ch’ella par qui meco contradire. 100. Molte fiate già, frate, addivenne 101. che, per fuggir periglio, contra grato 102. si fé di quel che far non si convenne; 103. come Almeone, che, di ciò pregato 104. dal padre suo, la propria madre spense, 105. per non perder pietà si fé spietato. 106. A questo punto voglio che tu pense 107. che la forza al voler si mischia, e fanno 108. sì che scusar non si posson l’offense. 109. Voglia assoluta non consente al danno; 110. ma consentevi in tanto in quanto teme, 111. se si ritrae, cadere in più affanno. 112. Però, quando Piccarda quello spreme, 113. de la voglia assoluta intende, e io 114. de l’altra; sì che ver diciamo insieme». 115. Cotal fu l’ondeggiar del santo rio 116. ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; 117. tal puose in pace uno e altro disio. 118. «O amanza del primo amante, o diva», 119. diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda 120. e scalda sì, che più e più m’avviva, 121. non è l’affezion mia tanto profonda, 122. che basti a render voi grazia per grazia; 123. ma quei che vede e puote a ciò risponda. 124. Io veggio ben che già mai non si sazia 125. nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra 126. di fuor dal qual nessun vero si spazia. 127. Posasi in esso, come fera in lustra, 128. tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: 129. se non, ciascun disio sarebbe frustra. 130. Nasce per quello, a guisa di rampollo, 131. a piè del vero il dubbio; ed è natura 132. ch’al sommo pinge noi di collo in collo. 133. Questo m’invita, questo m’assicura 134. con reverenza, donna, a dimandarvi 135. d’un’altra verità che m’è oscura. 136. Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi 137. ai voti manchi sì con altri beni, 138. ch’a la vostra statera non sien parvi». 139. Beatrice mi guardò con li occhi pieni 140. di faville d’amor così divini, 141. che, vinta, mia virtute diè le reni, 142. e quasi mi perdei con li occhi chini. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto V |
|
![]() |
S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore … |
|
|
1. «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore 2. di là dal modo che ’n terra si vede, 3. sì che del viso tuo vinco il valore, 4. non ti maravigliar, ché ciò procede 5. da perfetto veder, che, come apprende, 6. così nel bene appreso move il piede. 7. Io veggio ben sì come già resplende 8. ne l’intelletto tuo l’etterna luce, 9. che, vista, sola e sempre amore accende; 10. e s’altra cosa vostro amor seduce, 11. non è se non di quella alcun vestigio, 12. mal conosciuto, che quivi traluce. 13. Tu vuo’ saper se con altro servigio, 14. per manco voto, si può render tanto 15. che l’anima sicuri di letigio». 16. Sì cominciò Beatrice questo canto; 17. e sì com’ uom che suo parlar non spezza, 18. continüò così ’l processo santo: 19. «Lo maggior don che Dio per sua larghezza 20. fesse creando, e a la sua bontate 21. più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, 22. fu de la volontà la libertate; 23. di che le creature intelligenti, 24. e tutte e sole, fuoro e son dotate. 25. Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 26. l’alto valor del voto, s’è sì fatto 27. che Dio consenta quando tu consenti; 28. ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, 29. vittima fassi di questo tesoro, 30. tal quale io dico; e fassi col suo atto. 31. Dunque che render puossi per ristoro? 32. Se credi bene usar quel c’hai offerto, 33. di maltolletto vuo’ far buon lavoro. 34. Tu se’ omai del maggior punto certo; 35. ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, 36. che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, 37. convienti ancor sedere un poco a mensa, 38. però che ’l cibo rigido c’hai preso, 39. richiede ancora aiuto a tua dispensa. 40. Apri la mente a quel ch’io ti paleso 41. e fermalvi entro; ché non fa scienza, 42. sanza lo ritenere, avere inteso. 43. Due cose si convegnono a l’essenza 44. di questo sacrificio: l’una è quella 45. di che si fa; l’altr’ è la convenenza. 46. Quest’ ultima già mai non si cancella 47. se non servata; e intorno di lei 48. sì preciso di sopra si favella: 49. però necessitato fu a li Ebrei 50. pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta 51. sì permutasse, come saver dei. 52. L’altra, che per materia t’è aperta, 53. puote ben esser tal, che non si falla 54. se con altra materia si converta. 55. Ma non trasmuti carco a la sua spalla 53. per suo arbitrio alcun, sanza la volta 57. e de la chiave bianca e de la gialla; 58. e ogne permutanza credi stolta, 59. se la cosa dimessa in la sorpresa 60. come ’l quattro nel sei non è raccolta. 61. Però qualunque cosa tanto pesa 62. per suo valor che tragga ogne bilancia, 63. sodisfar non si può con altra spesa. 64. Non prendan li mortali il voto a ciancia; 65. siate fedeli, e a ciò far non bieci, 66. come Ieptè a la sua prima mancia; 67. cui più si convenia dicer “Mal feci”, 68. che, servando, far peggio; e così stolto 69. ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, 70. onde pianse Efigènia il suo bel volto, 71. e fé pianger di sé i folli e i savi 72. ch’udir parlar di così fatto cólto. 73. Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: 74. non siate come penna ad ogne vento, 75. e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. 76. Avete il novo e ’l vecchio Testamento, 77. e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; 78. questo vi basti a vostro salvamento. 79. Se mala cupidigia altro vi grida, 80. uomini siate, e non pecore matte, 81. sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! 82. Non fate com’ agnel che lascia il latte 83. de la sua madre, e semplice e lascivo 84. seco medesmo a suo piacer combatte!». 85. Così Beatrice a me com’ io scrivo; 86. poi si rivolse tutta disiante 87. a quella parte ove ’l mondo è più vivo. 88. Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante 89. puoser silenzio al mio cupido ingegno, 90. che già nuove questioni avea davante; 91. e sì come saetta che nel segno 92. percuote pria che sia la corda queta, 93. così corremmo nel secondo regno. 94. Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, 95. come nel lume di quel ciel si mise, 96. che più lucente se ne fé ’l pianeta. 97. E se la stella si cambiò e rise, 98. qual mi fec’ io che pur da mia natura 99. trasmutabile son per tutte guise! 100. Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura 101. traggonsi i pesci a ciò che vien di fori 102. per modo che lo stimin lor pastura, 103. sì vid’ io ben più di mille splendori 104. trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: 105. «Ecco chi crescerà li nostri amori». 106. E sì come ciascuno a noi venìa, 107. vedeasi l’ombra piena di letizia 108. nel folgór chiaro che di lei uscia. 109. Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia 110. non procedesse, come tu avresti 111. di più savere angosciosa carizia; 112. e per te vederai come da questi 113. m’era in disio d’udir lor condizioni, 114. sì come a li occhi mi fur manifesti. 115. «O bene nato a cui veder li troni 116. del triunfo etternal concede grazia 117. prima che la milizia s’abbandoni, 118. del lume che per tutto il ciel si spazia 119. noi semo accesi; e però, se disii 120. di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». 121. Così da un di quelli spirti pii 122. detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì 123. sicuramente, e credi come a dii». 124. «Io veggio ben sì come tu t’annidi 125. nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, 126. perch’ e’ corusca sì come tu ridi; 127. ma non so chi tu se’, né perché aggi, 128. anima degna, il grado de la spera 129. che si vela a’ mortai con altrui raggi». 130. Questo diss’ io diritto a la lumera 131. che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi 132. lucente più assai di quel ch’ell’ era. 133. Sì come il sol che si cela elli stessi 134. per troppa luce, come ’l caldo ha róse 135. le temperanze d’i vapori spessi, 136. per più letizia sì mi si nascose 137. dentro al suo raggio la figura santa; 138. e così chiusa chiusa mi rispuose 139. nel modo che ’l seguente canto canta: |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto VI |
|
![]() |
Poscia che Costantin l’aquila volse … |
|
|
1. «Poscia che Costantin l’aquila volse 2. contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio 3. dietro a l’antico che Lavina tolse, 4. cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio 5. ne lo stremo d’Europa si ritenne, 6. vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; 7. e sotto l’ombra de le sacre penne 8. governò ’l mondo lì di mano in mano, 9. e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 10. Cesare fui e son Iustiniano, 11. che, per voler del primo amor ch’i’ sento, 12. d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano. 13. E prima ch’io a l’ovra fossi attento, 14. una natura in Cristo esser, non piùe, 15. credea, e di tal fede era contento; 16. ma ’l benedetto Agapito, che fue 17. sommo pastore, a la fede sincera 18. mi dirizzò con le parole sue. 19. Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, 20. vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi 21. ogni contradizione e falsa e vera. 22. Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 23. a Dio per grazia piacque di spirarmi 24. l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; 25. e al mio Belisar commendai l’armi, 26. cui la destra del ciel fu sì congiunta, 27. che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. 28. Or qui a la question prima s’appunta 29. la mia risposta; ma sua condizione 30. mi stringe a seguitare alcuna giunta, 31. perché tu veggi con quanta ragione 32. si move contr’ al sacrosanto segno 33. e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. 34. Vedi quanta virtù l’ha fatto degno 35. di reverenza; e cominciò da l’ora 36. che Pallante morì per darli regno. 37. Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora 38. per trecento anni e oltre, infino al fine 39. che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. 40. E sai ch’el fé dal mal de le Sabine 41. al dolor di Lucrezia in sette regi, 42. vincendo intorno le genti vicine. 43. Sai quel ch’el fé portato da li egregi 44. Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 45. incontro a li altri principi e collegi; 46. onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 47. negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi 48. ebber la fama che volontier mirro. 49. Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi 50. che di retro ad Anibale passaro 51. l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. 52. Sott’ esso giovanetti triunfaro 53. Scipione e Pompeo; e a quel colle 54. sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. 55. Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle 53. redur lo mondo a suo modo sereno, 57. Cesare per voler di Roma il tolle. 58. E quel che fé da Varo infino a Reno, 59. Isara vide ed Era e vide Senna 60. e ogne valle onde Rodano è pieno. 61. Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna 62. e saltò Rubicon, fu di tal volo, 63. che nol seguiteria lingua né penna. 64. Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, 65. poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse 66. sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. 67. Antandro e Simeonta, onde si mosse, 68. rivide e là dov’ Ettore si cuba; 69. e mal per Tolomeo poscia si scosse. 70. Da indi scese folgorando a Iuba; 71. onde si volse nel vostro occidente, 72. ove sentia la pompeana tuba. 73. Di quel che fé col baiulo seguente, 74. Bruto con Cassio ne l’inferno latra, 75. e Modena e Perugia fu dolente. 76. Piangene ancor la trista Cleopatra, 77. che, fuggendoli innanzi, dal colubro 78. la morte prese subitana e atra. 79. Con costui corse infino al lito rubro; 80. con costui puose il mondo in tanta pace, 81. che fu serrato a Giano il suo delubro. 82. Ma ciò che ’l segno che parlar mi face 83. fatto avea prima e poi era fatturo 84. per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 85. diventa in apparenza poco e scuro, 86. se in mano al terzo Cesare si mira 87. con occhio chiaro e con affetto puro; 88. ché la viva giustizia che mi spira, 89. li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, 90. gloria di far vendetta a la sua ira. 91. Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: 92. poscia con Tito a far vendetta corse 93. de la vendetta del peccato antico. 94. E quando il dente longobardo morse 95. la Santa Chiesa, sotto le sue ali 96. Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 97. Omai puoi giudicar di quei cotali 98. ch’io accusai di sopra e di lor falli, 99. che son cagion di tutti vostri mali. 100. L’uno al pubblico segno i gigli gialli 101. oppone, e l’altro appropria quello a parte, 102. sì ch’è forte a veder chi più si falli. 103. Faccian li Ghibellin, faccian lor arte 104. sott’ altro segno, ché mal segue quello 105. sempre chi la giustizia e lui diparte; 106. e non l’abbatta esto Carlo novello 107. coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli 108. ch’a più alto leon trasser lo vello. 109. Molte fiate già pianser li figli 110. per la colpa del padre, e non si creda 111. che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! 112. Questa picciola stella si correda 113. d’i buoni spirti che son stati attivi 114. perché onore e fama li succeda: 115. e quando li disiri poggian quivi, 116. sì disviando, pur convien che i raggi 117. del vero amore in sù poggin men vivi. 118. Ma nel commensurar d’i nostri gaggi 119. col merto è parte di nostra letizia, 120. perché non li vedem minor né maggi. 121. Quindi addolcisce la viva giustizia 122. in noi l’affetto sì, che non si puote 123. torcer già mai ad alcuna nequizia. 124. Diverse voci fanno dolci note; 125. così diversi scanni in nostra vita 126. rendon dolce armonia tra queste rote. 127. E dentro a la presente margarita 128. luce la luce di Romeo, di cui 129. fu l’ovra grande e bella mal gradita. 130. Ma i Provenzai che fecer contra lui 131. non hanno riso; e però mal cammina 132. qual si fa danno del ben fare altrui. 133. Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 134. Ramondo Beringhiere, e ciò li fece 135. Romeo, persona umìle e peregrina. 136. E poi il mosser le parole biece 137. a dimandar ragione a questo giusto, 138. che li assegnò sette e cinque per diece, 139. indi partissi povero e vetusto; 140. e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe 141. mendicando sua vita a frusto a frusto, 142. assai lo loda, e più lo loderebbe». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto VII |
|
![]() |
Osanna, sanctus Deus sabaòth … |
|
|
1. «Osanna, sanctus Deus sabaòth, 2. superillustrans claritate tua 3. felices ignes horum malacòth!». 4. Così, volgendosi a la nota sua, 5. fu viso a me cantare essa sustanza, 6. sopra la qual doppio lume s’addua; 7. ed essa e l’altre mossero a sua danza, 8. e quasi velocissime faville 9. mi si velar di sùbita distanza. 10. Io dubitava e dicea “Dille, dille!” 11. fra me, “dille” dicea, a la mia donna 12. che mi diseta con le dolci stille. 13. Ma quella reverenza che s’indonna 14. di tutto me, pur per Be e per ice, 15. mi richinava come l’uom ch’assonna. 16. Poco sofferse me cotal Beatrice 17. e cominciò, raggiandomi d’un riso 18. tal, che nel foco faria l’uom felice: 19. «Secondo mio infallibile avviso, 20. come giusta vendetta giustamente 21. punita fosse, t’ha in pensier miso; 22. ma io ti solverò tosto la mente; 23. e tu ascolta, ché le mie parole 24. di gran sentenza ti faran presente. 25. Per non soffrire a la virtù che vole 26. freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, 27. dannando sé, dannò tutta sua prole; 28. onde l’umana specie inferma giacque 29. giù per secoli molti in grande errore, 30. fin ch’al Verbo di Dio discender piacque 31. u’ la natura, che dal suo fattore 32. s’era allungata, unì a sé in persona 33. con l’atto sol del suo etterno amore. 34. Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: 35. questa natura al suo fattore unita, 36. qual fu creata, fu sincera e buona; 37. ma per sé stessa pur fu ella sbandita 38. di paradiso, però che si torse 39. da via di verità e da sua vita. 40. La pena dunque che la croce porse 41. s’a la natura assunta si misura, 42. nulla già mai sì giustamente morse; 43. e così nulla fu di tanta ingiura, 44. guardando a la persona che sofferse, 45. in che era contratta tal natura. 46. Però d’un atto uscir cose diverse: 47. ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; 48. per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. 49. Non ti dee oramai parer più forte, 50. quando si dice che giusta vendetta 51. poscia vengiata fu da giusta corte. 52. Ma io veggi’ or la tua mente ristretta 53. di pensiero in pensier dentro ad un nodo, 54. del qual con gran disio solver s’aspetta. 55. Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; 53. ma perché Dio volesse, m’è occulto, 57. a nostra redenzion pur questo modo”. 58. Questo decreto, frate, sta sepulto 59. a li occhi di ciascuno il cui ingegno 60. ne la fiamma d’amor non è adulto. 61. Veramente, però ch’a questo segno 62. molto si mira e poco si discerne, 63. dirò perché tal modo fu più degno. 64. La divina bontà, che da sé sperne 65. ogne livore, ardendo in sé, sfavilla 66. sì che dispiega le bellezze etterne. 67. Ciò che da lei sanza mezzo distilla 68. non ha poi fine, perché non si move 69. la sua imprenta quand’ ella sigilla. 70. Ciò che da essa sanza mezzo piove 71. libero è tutto, perché non soggiace 72. a la virtute de le cose nove. 73. Più l’è conforme, e però più le piace; 74. ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, 75. ne la più somigliante è più vivace. 76. Di tutte queste dote s’avvantaggia 77. l’umana creatura, e s’una manca, 78. di sua nobilità convien che caggia. 79. Solo il peccato è quel che la disfranca 80. e falla dissimìle al sommo bene, 81. per che del lume suo poco s’imbianca; 82. e in sua dignità mai non rivene, 83. se non riempie, dove colpa vòta, 84. contra mal dilettar con giuste pene. 85. Vostra natura, quando peccò tota 86. nel seme suo, da queste dignitadi, 87. come di paradiso, fu remota; 88. né ricovrar potiensi, se tu badi 89. ben sottilmente, per alcuna via, 90. sanza passar per un di questi guadi: 91. o che Dio solo per sua cortesia 92. dimesso avesse, o che l’uom per sé isso 93. avesse sodisfatto a sua follia. 94. Ficca mo l’occhio per entro l’abisso 95. de l’etterno consiglio, quanto puoi 96. al mio parlar distrettamente fisso. 97. Non potea l’uomo ne’ termini suoi 98. mai sodisfar, per non potere ir giuso 99. con umiltate obediendo poi, 100. quanto disobediendo intese ir suso; 101. e questa è la cagion per che l’uom fue 102. da poter sodisfar per sé dischiuso. 103. Dunque a Dio convenia con le vie sue 104. riparar l’omo a sua intera vita, 105. dico con l’una, o ver con amendue. 106. Ma perché l’ovra tanto è più gradita 107. da l’operante, quanto più appresenta 108. de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, 109. la divina bontà che ’l mondo imprenta, 110. di proceder per tutte le sue vie, 111. a rilevarvi suso, fu contenta. 112. Né tra l’ultima notte e ’l primo die 113. sì alto o sì magnifico processo, 114. o per l’una o per l’altra, fu o fie: 115. ché più largo fu Dio a dar sé stesso 116. per far l’uom sufficiente a rilevarsi, 117. che s’elli avesse sol da sé dimesso; 118. e tutti li altri modi erano scarsi 119. a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio 120. non fosse umiliato ad incarnarsi. 121. Or per empierti bene ogne disio, 122. ritorno a dichiararti in alcun loco, 123. perché tu veggi lì così com’ io. 124. Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, 125. l’aere e la terra e tutte lor misture 126. venire a corruzione, e durar poco; 127. e queste cose pur furon creature; 128. per che, se ciò ch’è detto è stato vero, 129. esser dovrien da corruzion sicure”. 130. Li angeli, frate, e ’l paese sincero 131. nel qual tu se’, dir si posson creati, 132. sì come sono, in loro essere intero; 133. ma li alimenti che tu hai nomati 134. e quelle cose che di lor si fanno 135. da creata virtù sono informati. 136. Creata fu la materia ch’elli hanno; 137. creata fu la virtù informante 138. in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. 139. L’anima d’ogne bruto e de le piante 140. di complession potenziata tira 141. lo raggio e ’l moto de le luci sante; 142. ma vostra vita sanza mezzo spira 143. la somma beninanza, e la innamora 144. di sé sì che poi sempre la disira. 145. E quinci puoi argomentare ancora 146. vostra resurrezion, se tu ripensi 147. come l’umana carne fessi allora 148. che li primi parenti intrambo fensi». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto VIII |
|
![]() |
Solea creder lo mondo in suo periclo … |
|
|
1. Solea creder lo mondo in suo periclo 2. che la bella Ciprigna il folle amore 3. raggiasse, volta nel terzo epiciclo; 4. per che non pur a lei faceano onore 5. di sacrificio e di votivo grido 6. le genti antiche ne l’antico errore; 7. ma Dione onoravano e Cupido, 8. quella per madre sua, questo per figlio, 9. e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; 10. e da costei ond’ io principio piglio 11. pigliavano il vocabol de la stella 12. che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. 13. Io non m’accorsi del salire in ella; 14. ma d’esservi entro mi fé assai fede 15. la donna mia ch’i’ vidi far più bella. 16. E come in fiamma favilla si vede, 17. e come in voce voce si discerne, 18. quand’ una è ferma e altra va e riede, 19. vid’ io in essa luce altre lucerne 20. muoversi in giro più e men correnti, 21. al modo, credo, di lor viste interne. 22. Di fredda nube non disceser venti, 23. o visibili o no, tanto festini, 24. che non paressero impediti e lenti 25. a chi avesse quei lumi divini 26. veduti a noi venir, lasciando il giro 27. pria cominciato in li alti Serafini; 28. e dentro a quei che più innanzi appariro 29. Sonava “Osanna” sì, che unque poi 30. di riudir non fui sanza disiro. 31. Indi si fece l’un più presso a noi 32. e solo incominciò: «Tutti sem presti 33. al tuo piacer, perché di noi ti gioi. 34. Noi ci volgiam coi principi celesti 35. d’un giro e d’un girare e d’una sete, 36. ai quali tu del mondo già dicesti: 37. “ Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete ”; 38. e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, 39. non fia men dolce un poco di quiete». 40. Poscia che li occhi miei si fuoro offerti 41. a la mia donna reverenti, ed essa 42. fatti li avea di sé contenti e certi, 43. rivolsersi a la luce che promessa 44. tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue 45. la voce mia di grande affetto impressa. 46. E quanta e quale vid’ io lei far piùe 47. per allegrezza nova che s’accrebbe, 48. quando parlai, a l’allegrezze sue! 49. Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe 50. giù poco tempo; e se più fosse stato, 51. molto sarà di mal, che non sarebbe. 52. La mia letizia mi ti tien celato 53. che mi raggia dintorno e mi nasconde 54. quasi animal di sua seta fasciato. 55. Assai m’amasti, e avesti ben onde; 53. che s’io fossi giù stato, io ti mostrava 57. di mio amor più oltre che le fronde. 58. Quella sinistra riva che si lava 59. di Rodano poi ch’è misto con Sorga, 60. per suo segnore a tempo m’aspettava, 61. e quel corno d’Ausonia che s’imborga 62. di Bari e di Gaeta e di Catona, 63. da ove Tronto e Verde in mare sgorga. 64. Fulgeami già in fronte la corona 65. di quella terra che ’l Danubio riga 66. poi che le ripe tedesche abbandona. 67. E la bella Trinacria, che caliga 68. tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo 69. che riceve da Euro maggior briga, 70. non per Tifeo ma per nascente solfo, 71. attesi avrebbe li suoi regi ancora, 72. nati per me di Carlo e di Ridolfo, 73. se mala segnoria, che sempre accora 74. li popoli suggetti, non avesse 75. mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. 76. E se mio frate questo antivedesse, 77. l’avara povertà di Catalogna 78. già fuggeria, perché non li offendesse; 79. ché veramente proveder bisogna 80. per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca 81. carcata più d’incarco non si pogna. 82. La sua natura, che di larga parca 83. discese, avria mestier di tal milizia 84. che non curasse di mettere in arca». 85. «Però ch’i’ credo che l’alta letizia 86. che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, 87. là ’ve ogne ben si termina e s’inizia, 88. per te si veggia come la vegg’ io, 89. grata m’è più; e anco quest’ ho caro 90. perché ’l discerni rimirando in Dio. 91. Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, 92. poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso 93. com’ esser può, di dolce seme, amaro». 94. Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso 95. mostrarti un vero, a quel che tu dimandi 96. terrai lo viso come tien lo dosso. 97. Lo ben che tutto il regno che tu scandi 98. volge e contenta, fa esser virtute 99. sua provedenza in questi corpi grandi. 100. E non pur le nature provedute 101. sono in la mente ch’è da sé perfetta, 102. ma esse insieme con la lor salute: 103. per che quantunque quest’ arco saetta 104. disposto cade a proveduto fine, 105. sì come cosa in suo segno diretta. 106. Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine 107. producerebbe sì li suoi effetti, 108. che non sarebbero arti, ma ruine; 109. e ciò esser non può, se li ’ntelletti 110. che muovon queste stelle non son manchi, 111. e manco il primo, che non li ha perfetti. 112. Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». 113. E io: «Non già; ché impossibil veggio 114. che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». 115. Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio 116. per l’omo in terra, se non fosse cive?». 117. «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». 118. «E puot’ elli esser, se giù non si vive 119. diversamente per diversi offici? 120. Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». 121. Sì venne deducendo infino a quici; 122. poscia conchiuse: «Dunque esser diverse 123. convien di vostri effetti le radici: 124. per ch’un nasce Solone e altro Serse, 125. altro Melchisedèch e altro quello 126. che, volando per l’aere, il figlio perse. 127. La circular natura, ch’è suggello 128. a la cera mortal, fa ben sua arte, 129. ma non distingue l’un da l’altro ostello. 130. Quinci addivien ch’Esaù si diparte 131. per seme da Iacòb; e vien Quirino 132. da sì vil padre, che si rende a Marte. 133. Natura generata il suo cammino 134. simil farebbe sempre a’ generanti, 135. se non vincesse il proveder divino. 136. Or quel che t’era dietro t’è davanti: 137. ma perché sappi che di te mi giova, 138. un corollario voglio che t’ammanti. 139. Sempre natura, se fortuna trova 140. discorde a sé, com’ ogne altra semente 141. fuor di sua region, fa mala prova. 142. E se ’l mondo là giù ponesse mente 143. al fondamento che natura pone, 144. seguendo lui, avria buona la gente. 145. Ma voi torcete a la religione 146. tal che fia nato a cignersi la spada, 147. e fate re di tal ch’è da sermone; 148. onde la traccia vostra è fuor di strada». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto IX |
|
![]() |
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza … |
|
|
1. Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, 2. m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni 3. che ricever dovea la sua semenza; 4. ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; 5. sì ch’io non posso dir se non che pianto 6. giusto verrà di retro ai vostri danni. 7. E già la vita di quel lume santo 8. rivolta s’era al Sol che la riempie 9. come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. 10. Ahi anime ingannate e fatture empie, 11. che da sì fatto ben torcete i cuori, 12. drizzando in vanità le vostre tempie! 13. Ed ecco un altro di quelli splendori 14. ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi 15. significava nel chiarir di fori. 16. Li occhi di Beatrice, ch’eran fermi 17. sovra me, come pria, di caro assenso 18. al mio disio certificato fermi. 19. «Deh, metti al mio voler tosto compenso, 20. beato spirto», dissi, «e fammi prova 21. ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». 22. Onde la luce che m’era ancor nova, 23. del suo profondo, ond’ ella pria cantava, 24. seguette come a cui di ben far giova: 25. «In quella parte de la terra prava 26. italica che siede tra Rialto 27. e le fontane di Brenta e di Piava, 28. si leva un colle, e non surge molt’ alto, 29. là onde scese già una facella 30. che fece a la contrada un grande assalto. 31. D’una radice nacqui e io ed ella: 32. Cunizza fui chiamata, e qui refulgo 33. perché mi vinse il lume d’esta stella; 34. ma lietamente a me medesma indulgo 35. la cagion di mia sorte, e non mi noia; 36. che parria forse forte al vostro vulgo. 37. Di questa luculenta e cara gioia 38. del nostro cielo che più m’è propinqua, 39. grande fama rimase; e pria che moia, 40. questo centesimo anno ancor s’incinqua: 41. vedi se far si dee l’omo eccellente, 42. sì ch’altra vita la prima relinqua. 43. E ciò non pensa la turba presente 44. che Tagliamento e Adice richiude, 45. né per esser battuta ancor si pente; 46. ma tosto fia che Padova al palude 47. cangerà l’acqua che Vincenza bagna, 48. per essere al dover le genti crude; 49. e dove Sile e Cagnan s’accompagna, 50. tal signoreggia e va con la testa alta, 51. che già per lui carpir si fa la ragna. 52. Piangerà Feltro ancora la difalta 53. de l’empio suo pastor, che sarà sconcia 54. sì, che per simil non s’entrò in malta. 55. Troppo sarebbe larga la bigoncia 53. che ricevesse il sangue ferrarese, 57. e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia, 58. che donerà questo prete cortese 59. per mostrarsi di parte; e cotai doni 60. conformi fieno al viver del paese. 61. Sù sono specchi, voi dicete Troni, 62. onde refulge a noi Dio giudicante; 63. sì che questi parlar ne paion buoni». 64. Qui si tacette; e fecemi sembiante 65. che fosse ad altro volta, per la rota 66. in che si mise com’ era davante. 67. L’altra letizia, che m’era già nota 68. per cara cosa, mi si fece in vista 69. qual fin balasso in che lo sol percuota. 70. Per letiziar là sù fulgor s’acquista, 71. sì come riso qui; ma giù s’abbuia 72. l’ombra di fuor, come la mente è trista. 73. «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», 74. diss’ io, «beato spirto, sì che nulla 75. voglia di sé a te puot’ esser fuia. 76. Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla 77. sempre col canto di quei fuochi pii 78. che di sei ali facen la coculla, 79. perché non satisface a’ miei disii? 80. Già non attendere’ io tua dimanda, 81. s’io m’intuassi, come tu t’inmii». 82. «La maggior valle in che l’acqua si spanda», 83. incominciaro allor le sue parole, 84. «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, 85. tra ’ discordanti liti contra ’l sole 86. tanto sen va, che fa meridiano 87. là dove l’orizzonte pria far suole. 88. Di quella valle fu’ io litorano 89. tra Ebro e Macra, che per cammin corto 90. parte lo Genovese dal Toscano. 91. Ad un occaso quasi e ad un orto 92. Buggea siede e la terra ond’ io fui, 93. che fé del sangue suo già caldo il porto. 94. Folco mi disse quella gente a cui 95. fu noto il nome mio; e questo cielo 96. di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui; 97. ché più non arse la figlia di Belo, 98. noiando e a Sicheo e a Creusa, 99. di me, infin che si convenne al pelo; 100. né quella Rodopea che delusa 101. fu da Demofoonte, né Alcide 102. quando Iole nel core ebbe rinchiusa. 103. Non però qui si pente, ma si ride, 104. non de la colpa, ch’a mente non torna, 105. ma del valor ch’ordinò e provide. 106. Qui si rimira ne l’arte ch’addorna 107. cotanto affetto, e discernesi ’l bene 108. per che ’l mondo di sù quel di giù torna. 109. Ma perché tutte le tue voglie piene 110. ten porti che son nate in questa spera, 111. proceder ancor oltre mi convene. 112. Tu vuo’ saper chi è in questa lumera 113. che qui appresso me così scintilla 114. come raggio di sole in acqua mera. 115. Or sappi che là entro si tranquilla 116. Raab; e a nostr’ ordine congiunta, 117. di lei nel sommo grado si sigilla. 118. Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta 119. che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma 120. del triunfo di Cristo fu assunta. 121. Ben si convenne lei lasciar per palma 122. in alcun cielo de l’alta vittoria 123. che s’acquistò con l’una e l’altra palma, 124. perch’ ella favorò la prima gloria 125. di Iosüè in su la Terra Santa, 126. che poco tocca al papa la memoria. 127. La tua città, che di colui è pianta 128. che pria volse le spalle al suo fattore 129. e di cui è la ’nvidia tanto pianta, 130. produce e spande il maladetto fiore 131. c’ha disviate le pecore e li agni, 132. però che fatto ha lupo del pastore. 133. Per questo l’Evangelio e i dottor magni 134. son derelitti, e solo ai Decretali 135. si studia, sì che pare a’ lor vivagni. 136. A questo intende il papa e ’ cardinali; 137. non vanno i lor pensieri a Nazarette, 138. là dove Gabriello aperse l’ali. 139. Ma Vaticano e l’altre parti elette 140. di Roma che son state cimitero 141. a la milizia che Pietro seguette, 142. tosto libere fien de l’avoltero». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto X |
|
![]() |
Guardando nel suo Figlio con l’Amore … |
|
|
1. Guardando nel suo Figlio con l’Amore 2. che l’uno e l’altro etternalmente spira, 3. lo primo e ineffabile Valore 4. quanto per mente e per loco si gira 5. con tant’ ordine fé, ch’esser non puote 6. sanza gustar di lui chi ciò rimira. 7. Leva dunque, lettore, a l’alte rote 8. meco la vista, dritto a quella parte 9. dove l’un moto e l’altro si percuote; 10. e lì comincia a vagheggiar ne l’arte 11. di quel maestro che dentro a sé l’ama, 12. tanto che mai da lei l’occhio non parte. 13. Vedi come da indi si dirama 14. l’oblico cerchio che i pianeti porta, 15. per sodisfare al mondo che li chiama. 16. Che se la strada lor non fosse torta, 17. molta virtù nel ciel sarebbe in vano, 18. e quasi ogne potenza qua giù morta; 19. e se dal dritto più o men lontano 20. fosse ’l partire, assai sarebbe manco 21. e giù e sù de l’ordine mondano. 22. Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, 23. dietro pensando a ciò che si preliba, 24. s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. 25. Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; 26. ché a sé torce tutta la mia cura 27. quella materia ond’ io son fatto scriba. 28. Lo ministro maggior de la natura, 29. che del valor del ciel lo mondo imprenta 30. e col suo lume il tempo ne misura, 31. con quella parte che sù si rammenta 32. congiunto, si girava per le spire 33. in che più tosto ognora s’appresenta; 34. e io era con lui; ma del salire 35. non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, 36. anzi ’l primo pensier, del suo venire. 37. È Beatrice quella che sì scorge 38. di bene in meglio, sì subitamente 39. che l’atto suo per tempo non si sporge. 40. Quant’ esser convenia da sé lucente 41. quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, 42. non per color, ma per lume parvente! 43. Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, 44. sì nol direi che mai s’imaginasse; 45. ma creder puossi e di veder si brami. 46. E se le fantasie nostre son basse 47. a tanta altezza, non è maraviglia; 48. ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. 49. Tal era quivi la quarta famiglia 50. de l’alto Padre, che sempre la sazia, 51. mostrando come spira e come figlia. 52. E Beatrice cominciò: «Ringrazia, 53. ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo 54. sensibil t’ha levato per sua grazia». 55. Cor di mortal non fu mai sì digesto 53. a divozione e a rendersi a Dio 57. con tutto ’l suo gradir cotanto presto, 58. come a quelle parole mi fec’ io; 59. e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, 60. che Beatrice eclissò ne l’oblio. 61. Non le dispiacque; ma sì se ne rise, 62. che lo splendor de li occhi suoi ridenti 63. mia mente unita in più cose divise. 64. Io vidi più folgór vivi e vincenti 65. far di noi centro e di sé far corona, 66. più dolci in voce che in vista lucenti: 67. così cinger la figlia di Latona 68. vedem talvolta, quando l’aere è pregno, 69. sì che ritenga il fil che fa la zona. 70. Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, 71. si trovan molte gioie care e belle 72. tanto che non si posson trar del regno; 73. e ’l canto di quei lumi era di quelle; 74. chi non s’impenna sì che là sù voli, 75. dal muto aspetti quindi le novelle. 76. Poi, sì cantando, quelli ardenti soli 77. si fuor girati intorno a noi tre volte, 78. come stelle vicine a’ fermi poli, 79. donne mi parver, non da ballo sciolte, 80. ma che s’arrestin tacite, ascoltando 81. fin che le nove note hanno ricolte. 82. E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando 83. lo raggio de la grazia, onde s’accende 84. verace amore e che poi cresce amando, 85. multiplicato in te tanto resplende, 86. che ti conduce su per quella scala 87. u’ sanza risalir nessun discende; 88. qual ti negasse il vin de la sua fiala 89. per la tua sete, in libertà non fora 90. se non com’ acqua ch’al mar non si cala. 91. Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora 92. questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia 93. la bella donna ch’al ciel t’avvalora. 94. Io fui de li agni de la santa greggia 95. che Domenico mena per cammino 96. u’ ben s’impingua se non si vaneggia. 97. Questi che m’è a destra più vicino, 98. frate e maestro fummi, ed esso Alberto 99. è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. 100. Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, 101. di retro al mio parlar ten vien col viso 102. girando su per lo beato serto. 103. Quell’ altro fiammeggiare esce del riso 104. di Grazian, che l’uno e l’altro foro 105. aiutò sì che piace in paradiso. 106. L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, 107. quel Pietro fu che con la poverella 108. offerse a Santa Chiesa suo tesoro. 109. La quinta luce, ch’è tra noi più bella, 110. spira di tale amor, che tutto ’l mondo 111. là giù ne gola di saper novella: 112. entro v’è l’alta mente u’ sì profondo 113. saver fu messo, che, se ’l vero è vero, 114. a veder tanto non surse il secondo. 115. Appresso vedi il lume di quel cero 116. che giù in carne più a dentro vide 117. l’angelica natura e ’l ministero. 118. Ne l’altra piccioletta luce ride 119. quello avvocato de’ tempi cristiani 120. del cui latino Augustin si provide. 121. Or se tu l’occhio de la mente trani 122. di luce in luce dietro a le mie lode, 123. già de l’ottava con sete rimani. 124. Per vedere ogne ben dentro vi gode 125. l’anima santa che ’l mondo fallace 126. fa manifesto a chi di lei ben ode. 127. Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace 128. giuso in Cieldauro; ed essa da martiro 129. e da essilio venne a questa pace. 130. Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro 131. d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, 132. che a considerar fu più che viro. 133. Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, 134. è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri 135. gravi a morir li parve venir tardo: 136. essa è la luce etterna di Sigieri, 137. che, leggendo nel Vico de li Strami, 138. silogizzò invidiosi veri». 139. Indi, come orologio che ne chiami 140. ne l’ora che la sposa di Dio surge 141. a mattinar lo sposo perché l’ami, 142. che l’una parte e l’altra tira e urge, 143. tin tin sonando con sì dolce nota, 144. che ’l ben disposto spirto d’amor turge; 145. così vid’ io la gloriosa rota 146. muoversi e render voce a voce in tempra 147. e in dolcezza ch’esser non pò nota 148. se non colà dove gioir s’insempra. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XI |
|
![]() |
San Francesco O insensata cura de’ mortali … Par. XI – 1 Cenni di Pepo detto Cimabue (1340-1302) |
|
|
1. O insensata cura de’ mortali, 2. quanto son difettivi silogismi 3. quei che ti fanno in basso batter l’ali! 4. Chi dietro a iura e chi ad amforismi 5. sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 6. e chi regnar per forza o per sofismi, 7. e chi rubare e chi civil negozio, 8. chi nel diletto de la carne involto 9. s’affaticava e chi si dava a l’ozio, 10. quando, da tutte queste cose sciolto, 11. con Beatrice m’era suso in cielo 12. cotanto gloriosamente accolto. 13. Poi che ciascuno fu tornato ne lo 14. punto del cerchio in che avanti s’era, 15. fermossi, come a candellier candelo. 16. E io senti’ dentro a quella lumera 17. che pria m’avea parlato, sorridendo 18. incominciar, faccendosi più mera: 19. «Così com’ io del suo raggio resplendo, 20. sì, riguardando ne la luce etterna, 21. li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. 22. Tu dubbi, e hai voler che si ricerna 23. in sì aperta e ’n sì distesa lingua 24. lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, 25. ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, 26. e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; 27. e qui è uopo che ben si distingua. 28. La provedenza, che governa il mondo 29. con quel consiglio nel quale ogne aspetto 30. creato è vinto pria che vada al fondo, 31. però che andasse ver’ lo suo diletto 32. la sposa di colui ch’ad alte grida 33. disposò lei col sangue benedetto, 34. in sé sicura e anche a lui più fida, 35. due principi ordinò in suo favore, 36. che quinci e quindi le fosser per guida. 37. L’un fu tutto serafico in ardore; 38. l’altro per sapienza in terra fue 39. di cherubica luce uno splendore. 40. De l’un dirò, però che d’amendue 41. si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, 42. perch’ ad un fine fur l’opere sue. 43. Intra Tupino e l’acqua che discende 44. del colle eletto dal beato Ubaldo, 45. fertile costa d’alto monte pende, 46. onde Perugia sente freddo e caldo 47. da Porta Sole; e di rietro le piange 48. per grave giogo Nocera con Gualdo. 49. Di questa costa, là dov’ ella frange 50. più sua rattezza, nacque al mondo un sole, 51. come fa questo talvolta di Gange. 52. Però chi d’esso loco fa parole, 53. non dica Ascesi, ché direbbe corto, 54. ma Oriente, se proprio dir vuole. 55. Non era ancor molto lontan da l’orto, 53. ch’el cominciò a far sentir la terra 57. de la sua gran virtute alcun conforto; 58. ché per tal donna, giovinetto, in guerra 59. del padre corse, a cui, come a la morte, 60. la porta del piacer nessun diserra; 61. e dinanzi a la sua spirital corte 62. et coram patre le si fece unito; 63. poscia di dì in dì l’amò più forte. 64. Questa, privata del primo marito, 65. millecent’ anni e più dispetta e scura 66. fino a costui si stette sanza invito; 67. né valse udir che la trovò sicura 68. con Amiclate, al suon de la sua voce, 69. colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; 70. né valse esser costante né feroce, 71. sì che, dove Maria rimase giuso, 72. ella con Cristo pianse in su la croce. 73. Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, 74. Francesco e Povertà per questi amanti 75. prendi oramai nel mio parlar diffuso. 76. La lor concordia e i lor lieti sembianti, 77. amore e maraviglia e dolce sguardo 78. facieno esser cagion di pensier santi; 79. tanto che ’l venerabile Bernardo 80. si scalzò prima, e dietro a tanta pace 81. corse e, correndo, li parve esser tardo. 82. Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! 83. Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro 84. dietro a lo sposo, sì la sposa piace. 85. Indi sen va quel padre e quel maestro 86. con la sua donna e con quella famiglia 87. che già legava l’umile capestro. 88. Né li gravò viltà di cuor le ciglia 89. per esser fi’ di Pietro Bernardone, 90. né per parer dispetto a maraviglia; 91. ma regalmente sua dura intenzione 92. ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe 93. primo sigillo a sua religione. 94. Poi che la gente poverella crebbe 95. dietro a costui, la cui mirabil vita 96. meglio in gloria del ciel si canterebbe, 97. di seconda corona redimita 98. fu per Onorio da l’Etterno Spiro 99. la santa voglia d’esto archimandrita. 100. E poi che, per la sete del martiro, 101. ne la presenza del Soldan superba 102. predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, 103. e per trovare a conversione acerba 104. troppo la gente e per non stare indarno, 105. redissi al frutto de l’italica erba, 106. nel crudo sasso intra Tevero e Arno 107. da Cristo prese l’ultimo sigillo, 108. che le sue membra due anni portarno. 109. Quando a colui ch’a tanto ben sortillo 110. piacque di trarlo suso a la mercede 111. ch’el meritò nel suo farsi pusillo, 112. a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, 113. raccomandò la donna sua più cara, 114. e comandò che l’amassero a fede; 115. e del suo grembo l’anima preclara 116. mover si volle, tornando al suo regno, 117. e al suo corpo non volle altra bara. 118. Pensa oramai qual fu colui che degno 119. collega fu a mantener la barca 120. di Pietro in alto mar per dritto segno; 121. e questo fu il nostro patriarca; 122. per che qual segue lui, com’ el comanda, 123. discerner puoi che buone merce carca. 124. Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda 125. è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote 126. che per diversi salti non si spanda; 127. e quanto le sue pecore remote 128. e vagabunde più da esso vanno, 129. più tornano a l’ovil di latte vòte. 130. Ben son di quelle che temono ’l danno 131. e stringonsi al pastor; ma son sì poche, 132. che le cappe fornisce poco panno. 133. Or, se le mie parole non son fioche, 134. se la tua audienza è stata attenta, 135. se ciò ch’è detto a la mente revoche, 136. in parte fia la tua voglia contenta, 137. perché vedrai la pianta onde si scheggia, 138. e vedra’ il corrègger che argomenta 139. “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XII |
|
![]() |
Sì tosto come l’ultima parola … |
|
|
1. Sì tosto come l’ultima parola 2. la benedetta fiamma per dir tolse, 3. a rotar cominciò la santa mola; 4. e nel suo giro tutta non si volse 5. prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, 6. e moto a moto e canto a canto colse; 7. canto che tanto vince nostre muse, 8. nostre serene in quelle dolci tube, 9. quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. 10. Come si volgon per tenera nube 11. due archi paralelli e concolori, 12. quando Iunone a sua ancella iube, 13. nascendo di quel d’entro quel di fori, 14. a guisa del parlar di quella vaga 15. ch’amor consunse come sol vapori, 16. e fanno qui la gente esser presaga, 17. per lo patto che Dio con Noè puose, 18. del mondo che già mai più non s’allaga: 19. così di quelle sempiterne rose 20. volgiensi circa noi le due ghirlande, 21. e sì l’estrema a l’intima rispuose. 22. Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, 23. sì del cantare e sì del fiammeggiarsi 24. luce con luce gaudiose e blande, 25. insieme a punto e a voler quetarsi, 26. pur come li occhi ch’al piacer che i move 27. conviene insieme chiudere e levarsi; 28. del cor de l’una de le luci nove 29. si mosse voce, che l’ago a la stella 30. parer mi fece in volgermi al suo dove; 31. e cominciò: «L’amor che mi fa bella 32. mi tragge a ragionar de l’altro duca 33. per cui del mio sì ben ci si favella. 34. Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: 35. sì che, com’ elli ad una militaro, 36. così la gloria loro insieme luca. 37. L’essercito di Cristo, che sì caro 38. costò a riarmar, dietro a la ’nsegna 39. si movea tardo, sospeccioso e raro, 40. quando lo ’mperador che sempre regna 41. provide a la milizia, ch’era in forse, 42. per sola grazia, non per esser degna; 43. e, come è detto, a sua sposa soccorse 44. con due campioni, al cui fare, al cui dire 45. lo popol disviato si raccorse. 46. In quella parte ove surge ad aprire 47. Zefiro dolce le novelle fronde 48. di che si vede Europa rivestire, 49. non molto lungi al percuoter de l’onde 50. dietro a le quali, per la lunga foga, 51. lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, 52. siede la fortunata Calaroga 53. sotto la protezion del grande scudo 54. in che soggiace il leone e soggioga: 55. dentro vi nacque l’amoroso drudo 53. de la fede cristiana, il santo atleta 57. benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; 58. e come fu creata, fu repleta 59. sì la sua mente di viva vertute 60. che, ne la madre, lei fece profeta. 61. Poi che le sponsalizie fuor compiute 62. al sacro fonte intra lui e la Fede, 63. u’ si dotar di mutüa salute, 64. la donna che per lui l’assenso diede, 65. vide nel sonno il mirabile frutto 66. ch’uscir dovea di lui e de le rede; 67. e perché fosse qual era in costrutto, 68. quinci si mosse spirito a nomarlo 69. del possessivo di cui era tutto. 70. Domenico fu detto; e io ne parlo 71. sì come de l’agricola che Cristo 72. elesse a l’orto suo per aiutarlo. 73. Ben parve messo e famigliar di Cristo: 74. che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, 75. fu al primo consiglio che diè Cristo. 76. Spesse fiate fu tacito e desto 77. trovato in terra da la sua nutrice, 78. come dicesse: “Io son venuto a questo”. 79. Oh padre suo veramente Felice! 80. oh madre sua veramente Giovanna, 81. se, interpretata, val come si dice! 82. Non per lo mondo, per cui mo s’affanna 83. di retro ad Ostiense e a Taddeo, 84. ma per amor de la verace manna 85. in picciol tempo gran dottor si feo; 86. tal che si mise a circüir la vigna 87. che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. 88. E a la sedia che fu già benigna 89. più a’ poveri giusti, non per lei, 90. ma per colui che siede, che traligna, 91. non dispensare o due o tre per sei, 92. non la fortuna di prima vacante, 93. non decimas, quae sunt pauperum Dei, 94. addimandò, ma contro al mondo errante 95. licenza di combatter per lo seme 96. del qual ti fascian ventiquattro piante. 97. Poi, con dottrina e con volere insieme, 98. con l’officio appostolico si mosse 99. quasi torrente ch’alta vena preme; 100. e ne li sterpi eretici percosse 101. l’impeto suo, più vivamente quivi 102. dove le resistenze eran più grosse. 103. Di lui si fecer poi diversi rivi 104. onde l’orto catolico si riga, 105. sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. 106. Se tal fu l’una rota de la biga 107. in che la Santa Chiesa si difese 108. e vinse in campo la sua civil briga, 109. ben ti dovrebbe assai esser palese 110. l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma 111. dinanzi al mio venir fu sì cortese. 112. Ma l’orbita che fé la parte somma 113. di sua circunferenza, è derelitta, 114. sì ch’è la muffa dov’ era la gromma. 115. La sua famiglia, che si mosse dritta 116. coi piedi a le sue orme, è tanto volta, 117. che quel dinanzi a quel di retro gitta; 118. e tosto si vedrà de la ricolta 119. de la mala coltura, quando il loglio 120. si lagnerà che l’arca li sia tolta. 121. Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio 122. nostro volume, ancor troveria carta 123. u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”; 124. ma non fia da Casal né d’Acquasparta, 125. là onde vegnon tali a la scrittura, 126. ch’uno la fugge e altro la coarta. 127. Io son la vita di Bonaventura 128. da Bagnoregio, che ne’ grandi offici 129. sempre pospuosi la sinistra cura. 130. Illuminato e Augustin son quici, 131. che fuor de’ primi scalzi poverelli 132. che nel capestro a Dio si fero amici. 133. Ugo da San Vittore è qui con elli, 134. e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, 135. lo qual giù luce in dodici libelli; 136. Natàn profeta e ’l metropolitano 137. Crisostomo e Anselmo e quel Donato 138. ch’a la prim’ arte degnò porre mano. 139. Rabano è qui, e lucemi dallato 140. il calavrese abate Giovacchino 141. di spirito profetico dotato. 142. Ad inveggiar cotanto paladino 143. mi mosse l’infiammata cortesia 144. di fra Tommaso e ’l discreto latino; 145. e mosse meco questa compagnia». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XIII |
|
![]() |
Imagini, chi bene intender cupe … |
|
|
1. Imagini, chi bene intender cupe 2. quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, 3. mentre ch’io dico, come ferma rupe—, 4. quindici stelle che ’n diverse plage 5. lo ciel avvivan di tanto sereno 6. che soperchia de l’aere ogne compage; 7. imagini quel carro a cu’ il seno 8. basta del nostro cielo e notte e giorno, 9. sì ch’al volger del temo non vien meno; 10. imagini la bocca di quel corno 11. che si comincia in punta de lo stelo 12. a cui la prima rota va dintorno, 13. aver fatto di sé due segni in cielo, 14. qual fece la figliuola di Minoi 15. allora che sentì di morte il gelo; 16. e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, 17. e amendue girarsi per maniera 18. che l’uno andasse al primo e l’altro al poi; 19. e avrà quasi l’ombra de la vera 20. costellazione e de la doppia danza 21. che circulava il punto dov’ io era: 22. poi ch’è tanto di là da nostra usanza, 23. quanto di là dal mover de la Chiana 24. si move il ciel che tutti li altri avanza. 25. Lì si cantò non Bacco, non Peana, 26. ma tre persone in divina natura, 27. e in una persona essa e l’umana. 28. Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; 29. e attesersi a noi quei santi lumi, 30. felicitando sé di cura in cura. 31. Ruppe il silenzio ne’ concordi numi 32. poscia la luce in che mirabil vita 33. del poverel di Dio narrata fumi, 34. e disse: «Quando l’una paglia è trita, 35. quando la sua semenza è già riposta, 36. a batter l’altra dolce amor m’invita. 37. Tu credi che nel petto onde la costa 38. si trasse per formar la bella guancia 39. il cui palato a tutto ’l mondo costa, 40. e in quel che, forato da la lancia, 41. e prima e poscia tanto sodisfece, 42. che d’ogne colpa vince la bilancia, 43. quantunque a la natura umana lece 44. aver di lume, tutto fosse infuso 45. da quel valor che l’uno e l’altro fece; 46. e però miri a ciò ch’io dissi suso, 47. quando narrai che non ebbe ’l secondo 48. lo ben che ne la quinta luce è chiuso. 49. Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, 50. e vedrai il tuo credere e ’l mio dire 51. nel vero farsi come centro in tondo. 52. Ciò che non more e ciò che può morire 53. non è se non splendor di quella idea 54. che partorisce, amando, il nostro Sire; 55. ché quella viva luce che sì mea 53. dal suo lucente, che non si disuna 57. da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, 58. per sua bontate il suo raggiare aduna, 59. quasi specchiato, in nove sussistenze, 60. etternalmente rimanendosi una. 61. Quindi discende a l’ultime potenze 62. giù d’atto in atto, tanto divenendo, 63. che più non fa che brevi contingenze; 64. e queste contingenze essere intendo 65. le cose generate, che produce 66. con seme e sanza seme il ciel movendo. 67. La cera di costoro e chi la duce 68. non sta d’un modo; e però sotto ’l segno 69. ideale poi più e men traluce. 70. Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, 71. secondo specie, meglio e peggio frutta; 72. e voi nascete con diverso ingegno. 73. Se fosse a punto la cera dedutta 74. e fosse il cielo in sua virtù supprema, 75. la luce del suggel parrebbe tutta; 76. ma la natura la dà sempre scema, 77. similemente operando a l’artista 78. ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. 79. Però se ’l caldo amor la chiara vista 80. de la prima virtù dispone e segna, 81. tutta la perfezion quivi s’acquista. 82. Così fu fatta già la terra degna 83. di tutta l’animal perfezione; 84. così fu fatta la Vergine pregna; 85. sì ch’io commendo tua oppinione, 86. che l’umana natura mai non fue 87. né fia qual fu in quelle due persone. 88. Or s’i’ non procedesse avanti piùe, 89. “Dunque, come costui fu sanza pare?” 90. comincerebber le parole tue. 91. Ma perché paia ben ciò che non pare, 92. pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, 93. quando fu detto “Chiedi”, a dimandare. 94. Non ho parlato sì, che tu non posse 95. ben veder ch’el fu re, che chiese senno 96. acciò che re sufficiente fosse; 97. non per sapere il numero in che enno 98. li motor di qua sù, o se necesse 99. con contingente mai necesse fenno; 100. non si est dare primum motum esse, 101. o se del mezzo cerchio far si puote 102. triangol sì ch’un retto non avesse. 103. Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, 104. regal prudenza è quel vedere impari 105. in che lo stral di mia intenzion percuote; 106. e se al “surse” drizzi li occhi chiari, 107. vedrai aver solamente respetto 108. ai regi, che son molti, e ’ buon son rari. 109. Con questa distinzion prendi ’l mio detto; 110. e così puote star con quel che credi 111. del primo padre e del nostro Diletto. 112. E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, 113. per farti mover lento com’ uom lasso 114. e al sì e al no che tu non vedi: 115. ché quelli è tra li stolti bene a basso, 116. che sanza distinzione afferma e nega 117. ne l’un così come ne l’altro passo; 118. perch’ elli ’ncontra che più volte piega 119. l’oppinion corrente in falsa parte, 120. e poi l’affetto l’intelletto lega. 121. Vie più che ’ndarno da riva si parte, 122. perché non torna tal qual e’ si move, 123. chi pesca per lo vero e non ha l’arte. 124. E di ciò sono al mondo aperte prove 125. Parmenide, Melisso e Brisso e molti, 126. li quali andaro e non sapean dove; 127. sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti 128. che furon come spade a le Scritture 129. in render torti li diritti volti. 130. Non sien le genti, ancor, troppo sicure 131. a giudicar, sì come quei che stima 132. le biade in campo pria che sien mature; 133. ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima 134. lo prun mostrarsi rigido e feroce, 135. poscia portar la rosa in su la cima; 136. e legno vidi già dritto e veloce 137. correr lo mar per tutto suo cammino, 138. perire al fine a l’intrar de la foce. 139. Non creda donna Berta e ser Martino, 140. per vedere un furare, altro offerere, 141. vederli dentro al consiglio divino; 142. ché quel può surgere, e quel può cadere». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XIV |
|
![]() |
Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro … |
|
|
1. Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro 2. movesi l’acqua in un ritondo vaso, 3. secondo ch’è percosso fuori o dentro: 4. ne la mia mente fé sùbito caso 5. questo ch’io dico, sì come si tacque 6. la gloriosa vita di Tommaso, 7. per la similitudine che nacque 8. del suo parlare e di quel di Beatrice, 9. a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: 10. «A costui fa mestieri, e nol vi dice 11. né con la voce né pensando ancora, 12. d’un altro vero andare a la radice. 13. Diteli se la luce onde s’infiora 14. vostra sustanza, rimarrà con voi 15. etternalmente sì com’ ell’ è ora; 16. e se rimane, dite come, poi 17. che sarete visibili rifatti, 18. esser porà ch’al veder non vi nòi». 19. Come, da più letizia pinti e tratti, 20. a la fiata quei che vanno a rota 21. levan la voce e rallegrano li atti, 22. così, a l’orazion pronta e divota, 23. li santi cerchi mostrar nova gioia 24. nel torneare e ne la mira nota. 25. Qual si lamenta perché qui si moia 26. per viver colà sù, non vide quive 27. lo refrigerio de l’etterna ploia. 28. Quell’ uno e due e tre che sempre vive 29. e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, 30. non circunscritto, e tutto circunscrive, 31. tre volte era cantato da ciascuno 32. di quelli spirti con tal melodia, 33. ch’ad ogne merto saria giusto muno. 34. E io udi’ ne la luce più dia 35. del minor cerchio una voce modesta, 36. forse qual fu da l’angelo a Maria, 37. risponder: «Quanto fia lunga la festa 38. di paradiso, tanto il nostro amore 39. si raggerà dintorno cotal vesta. 40. La sua chiarezza séguita l’ardore; 41. l’ardor la visione, e quella è tanta, 42. quant’ ha di grazia sovra suo valore. 43. Come la carne gloriosa e santa 44. fia rivestita, la nostra persona 45. più grata fia per esser tutta quanta; 46. per che s’accrescerà ciò che ne dona 47. di gratüito lume il sommo bene, 48. lume ch’a lui veder ne condiziona; 49. onde la vision crescer convene, 50. crescer l’ardor che di quella s’accende, 51. crescer lo raggio che da esso vene. 52. Ma sì come carbon che fiamma rende, 53. e per vivo candor quella soverchia, 54. sì che la sua parvenza si difende; 55. così questo folgór che già ne cerchia 53. fia vinto in apparenza da la carne 57. che tutto dì la terra ricoperchia; 58. né potrà tanta luce affaticarne: 59. ché li organi del corpo saran forti 60. a tutto ciò che potrà dilettarne». 61. Tanto mi parver sùbiti e accorti 62. e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», 63. che ben mostrar disio d’i corpi morti: 64. forse non pur per lor, ma per le mamme, 65. per li padri e per li altri che fuor cari 66. anzi che fosser sempiterne fiamme. 67. Ed ecco intorno, di chiarezza pari, 68. nascere un lustro sopra quel che v’era, 69. per guisa d’orizzonte che rischiari. 70. E sì come al salir di prima sera 71. comincian per lo ciel nove parvenze, 72. sì che la vista pare e non par vera, 73. parvemi lì novelle sussistenze 74. cominciare a vedere, e fare un giro 75. di fuor da l’altre due circunferenze. 76. Oh vero sfavillar del Santo Spiro! 77. come si fece sùbito e candente 78. a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! 79. Ma Beatrice sì bella e ridente 80. mi si mostrò, che tra quelle vedute 81. si vuol lasciar che non seguir la mente. 82. Quindi ripreser li occhi miei virtute 83. a rilevarsi; e vidimi translato 84. sol con mia donna in più alta salute. 85. Ben m’accors’ io ch’io era più levato, 86. per l’affocato riso de la stella, 87. che mi parea più roggio che l’usato. 88. Con tutto ’l core e con quella favella 89. ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, 90. qual conveniesi a la grazia novella. 91. E non er’ anco del mio petto essausto 92. l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi 93. esso litare stato accetto e fausto; 94. ché con tanto lucore e tanto robbi 95. m’apparvero splendor dentro a due raggi, 96. ch’io dissi: «O Eliòs che sì li addobbi!». 97. Come distinta da minori e maggi 98. lumi biancheggia tra ’ poli del mondo 99. Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; 100. sì costellati facean nel profondo 101. Marte quei raggi il venerabil segno 102. che fan giunture di quadranti in tondo. 103. Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; 104. ché quella croce lampeggiava Cristo, 105. sì ch’io non so trovare essempro degno; 106. ma chi prende sua croce e segue Cristo, 107. ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, 108. vedendo in quell’ albor balenar Cristo. 109. Di corno in corno e tra la cima e ’l basso 110. si movien lumi, scintillando forte 111. nel congiugnersi insieme e nel trapasso: 112. così si veggion qui diritte e torte, 113. veloci e tarde, rinovando vista, 114. le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, 115. moversi per lo raggio onde si lista 116. talvolta l’ombra che, per sua difesa, 117. la gente con ingegno e arte acquista. 118. E come giga e arpa, in tempra tesa 119. di molte corde, fa dolce tintinno 120. a tal da cui la nota non è intesa, 121. così da’ lumi che lì m’apparinno 122. s’accogliea per la croce una melode 123. che mi rapiva, sanza intender l’inno. 124. Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, 125. però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» 126. come a colui che non intende e ode. 127. io m’innamorava tanto quinci, 128. che ’nfino a lì non fu alcuna cosa 129. che mi legasse con sì dolci vinci. 130. Forse la mia parola par troppo osa, 131. posponendo il piacer de li occhi belli, 132. ne’ quai mirando mio disio ha posa; 133. ma chi s’avvede che i vivi suggelli 134. d’ogne bellezza più fanno più suso, 135. e ch’io non m’era lì rivolto a quelli, 136. escusar puommi di quel ch’io m’accuso 137. per escusarmi, e vedermi dir vero: 138. ché ’l piacer santo non è qui dischiuso, 139. perché si fa, montando, più sincero. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XV |
|
![]() |
Benigna volontade in che si liqua … |
|
|
1. Benigna volontade in che si liqua 2. sempre l’amor che drittamente spira, 3. come cupidità fa ne la iniqua, 4. silenzio puose a quella dolce lira, 5. e fece quietar le sante corde 6. che la destra del cielo allenta e tira. 7. Come saranno a’ giusti preghi sorde 8. quelle sustanze che, per darmi voglia 9. ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? 10. Bene è che sanza termine si doglia 11. chi, per amor di cosa che non duri 12. etternalmente, quello amor si spoglia. 13. Quale per li seren tranquilli e puri 14. discorre ad ora ad or sùbito foco, 15. movendo li occhi che stavan sicuri, 16. e pare stella che tramuti loco, 17. se non che da la parte ond’ e’ s’accende 18. nulla sen perde, ed esso dura poco: 19. tale dal corno che ’n destro si stende 20. a piè di quella croce corse un astro 21. de la costellazion che lì resplende; 22. né si partì la gemma dal suo nastro, 23. ma per la lista radial trascorse, 24. che parve foco dietro ad alabastro. 25. Sì pia l’ombra d’Anchise si porse, 26. se fede merta nostra maggior musa, 27. quando in Eliso del figlio s’accorse. 28. «O sanguis meus, o superinfusa 29. gratia Dei, sicut tibi cui 30. bis unquam celi ianüa reclusa?». 31. Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; 32. poscia rivolsi a la mia donna il viso, 33. e quinci e quindi stupefatto fui; 34. ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso 35. tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo 36. de la mia gloria e del mio paradiso. 37. Indi, a udire e a veder giocondo, 38. giunse lo spirto al suo principio cose, 39. ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; 40. né per elezion mi si nascose, 41. ma per necessità, ché ’l suo concetto 42. al segno d’i mortal si soprapuose. 43. E quando l’arco de l’ardente affetto 44. fu sì sfogato, che ’l parlar discese 45. inver’ lo segno del nostro intelletto, 46. la prima cosa che per me s’intese, 47. «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, 48. che nel mio seme se’ tanto cortese!». 49. E seguì: «Grato e lontano digiuno, 50. tratto leggendo del magno volume 51. du’ non si muta mai bianco né bruno, 52. solvuto hai, figlio, dentro a questo lume 53. in ch’io ti parlo, mercè di colei 54. ch’a l’alto volo ti vestì le piume. 55. Tu credi che a me tuo pensier mei 53. da quel ch’è primo, così come raia 57. da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; 58. e però ch’io mi sia e perch’ io paia 59. più gaudioso a te, non mi domandi, 60. che alcun altro in questa turba gaia. 61. Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi 62. di questa vita miran ne lo speglio 63. in che, prima che pensi, il pensier pandi; 64. ma perché ’l sacro amore in che io veglio 65. con perpetüa vista e che m’asseta 66. di dolce disiar, s’adempia meglio, 67. la voce tua sicura, balda e lieta 68. suoni la volontà, suoni ’l disio, 69. a che la mia risposta è già decreta!». 70. Io mi volsi a Beatrice, e quella udio 71. pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno 72. che fece crescer l’ali al voler mio. 73. Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, 74. come la prima equalità v’apparse, 75. d’un peso per ciascun di voi si fenno, 76. però che ’l sol che v’allumò e arse, 77. col caldo e con la luce è sì iguali, 78. che tutte simiglianze sono scarse. 79. Ma voglia e argomento ne’ mortali, 80. per la cagion ch’a voi è manifesta, 81. diversamente son pennuti in ali; 82. ond’ io, che son mortal, mi sento in questa 83. disagguaglianza, e però non ringrazio 84. se non col core a la paterna festa. 85. Ben supplico io a te, vivo topazio 86. che questa gioia preziosa ingemmi, 87. perché mi facci del tuo nome sazio». 88. «O fronda mia in che io compiacemmi 89. pur aspettando, io fui la tua radice»: 90. cotal principio, rispondendo, femmi. 91. Poscia mi disse: «Quel da cui si dice 92. tua cognazione e che cent’ anni e piùe 93. girato ha ’l monte in la prima cornice, 94. mio figlio fu e tuo bisavol fue: 95. ben si convien che la lunga fatica 96. tu li raccorci con l’opere tue. 97. Fiorenza dentro da la cerchia antica, 98. ond’ ella toglie ancora e terza e nona, 99. si stava in pace, sobria e pudica. 100. Non avea catenella, non corona, 101. non gonne contigiate, non cintura 102. che fosse a veder più che la persona. 103. Non faceva, nascendo, ancor paura 104. la figlia al padre, che ’l tempo e la dote 105. non fuggien quinci e quindi la misura. 106. Non avea case di famiglia vòte; 107. non v’era giunto ancor Sardanapalo 108. a mostrar ciò che ’n camera si puote. 109. Non era vinto ancora Montemalo 110. dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto 111. nel montar sù, così sarà nel calo. 112. Bellincion Berti vid’ io andar cinto 113. di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio 114. la donna sua sanza ’l viso dipinto; 115. e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio 116. esser contenti a la pelle scoperta, 117. e le sue donne al fuso e al pennecchio. 118. Oh fortunate! ciascuna era certa 119. de la sua sepultura, e ancor nulla 120. era per Francia nel letto diserta. 121. L’una vegghiava a studio de la culla, 122. e, consolando, usava l’idioma 123. che prima i padri e le madri trastulla; 124. l’altra, traendo a la rocca la chioma, 125. favoleggiava con la sua famiglia 126. d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. 127. Saria tenuta allor tal maraviglia 128. una Cianghella, un Lapo Salterello, 129. qual or saria Cincinnato e Corniglia. 130. A così riposato, a così bello 131. viver di cittadini, a così fida 132. cittadinanza, a così dolce ostello, 133. Maria mi diè, chiamata in alte grida; 134. e ne l’antico vostro Batisteo 135. insieme fui cristiano e Cacciaguida. 136. Moronto fu mio frate ed Eliseo; 137. mia donna venne a me di val di Pado, 138. e quindi il sopranome tuo si feo. 139. Poi seguitai lo ’mperador Currado; 140. ed el mi cinse de la sua milizia, 141. tanto per bene ovrar li venni in grado. 142. Dietro li andai incontro a la nequizia 143. di quella legge il cui popolo usurpa, 144. per colpa d’i pastor, vostra giustizia. 145. Quivi fu’ io da quella gente turpa 146. disviluppato dal mondo fallace, 147. lo cui amor molt’ anime deturpa; 148. e venni dal martiro a questa pace». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XVI |
|
![]() |
O poca nostra nobiltà di sangue … |
|
|
1. O poca nostra nobiltà di sangue, 2. se gloriar di te la gente fai 3. qua giù dove l’affetto nostro langue, 4. mirabil cosa non mi sarà mai: 5. ché là dove appetito non si torce, 6. dico nel cielo, io me ne gloriai. 7. Ben se’ tu manto che tosto raccorce: 8. sì che, se non s’appon di dì in die, 9. lo tempo va dintorno con le force. 10. Dal “voi” che prima a Roma s’offerie, 11. in che la sua famiglia men persevra, 12. ricominciaron le parole mie; 13. onde Beatrice, ch’era un poco scevra, 14. ridendo, parve quella che tossio 15. al primo fallo scritto di Ginevra. 16. Io cominciai: «Voi siete il padre mio; 17. voi mi date a parlar tutta baldezza; 18. voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. 19. Per tanti rivi s’empie d’allegrezza 20. la mente mia, che di sé fa letizia 21. perché può sostener che non si spezza. 22. Ditemi dunque, cara mia primizia, 23. quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni 24. che si segnaro in vostra püerizia; 25. ditemi de l’ovil di San Giovanni 26. quanto era allora, e chi eran le genti 27. tra esso degne di più alti scanni». 28. Come s’avviva a lo spirar d’i venti 29. carbone in fiamma, così vid’ io quella 30. luce risplendere a’ miei blandimenti; 31. e come a li occhi miei si fé più bella, 32. così con voce più dolce e soave, 33. ma non con questa moderna favella, 34. dissemi: «Da quel dì che fu detto “Ave” 35. al parto in che mia madre, ch’è or santa, 36. s’alleviò di me ond’ era grave, 37. al suo Leon cinquecento cinquanta 38. e trenta fiate venne questo foco 39. a rinfiammarsi sotto la sua pianta. 40. Li antichi miei e io nacqui nel loco 41. dove si truova pria l’ultimo sesto 42. da quei che corre il vostro annüal gioco. 43. Basti d’i miei maggiori udirne questo: 44. chi ei si fosser e onde venner quivi, 45. più è tacer che ragionare onesto. 46. Tutti color ch’a quel tempo eran ivi 47. da poter arme tra Marte e ’l Batista, 48. eran il quinto di quei ch’or son vivi. 49. Ma la cittadinanza, ch’è or mista 50. di Campi, di Certaldo e di Fegghine, 51. pura vediesi ne l’ultimo artista. 52. Oh quanto fora meglio esser vicine 53. quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo 54. e a Trespiano aver vostro confine, 55. che averle dentro e sostener lo puzzo 53. del villan d’Aguglion, di quel da Signa, 57. che già per barattare ha l’occhio aguzzo! 58. Se la gente ch’al mondo più traligna 59. non fosse stata a Cesare noverca, 60. ma come madre a suo figlio benigna, 61. tal fatto è fiorentino e cambia e merca, 62. che si sarebbe vòlto a Simifonti, 63. là dove andava l’avolo a la cerca; 64. sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; 65. sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, 66. e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. 67. Sempre la confusion de le persone 68. principio fu del mal de la cittade, 69. come del vostro il cibo che s’appone; 70. e cieco toro più avaccio cade 71. che cieco agnello; e molte volte taglia 72. più e meglio una che le cinque spade. 73. Se tu riguardi Luni e Orbisaglia 74. come sono ite, e come se ne vanno 75. di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, 76. udir come le schiatte si disfanno 77. non ti parrà nova cosa né forte, 78. poscia che le cittadi termine hanno. 79. Le vostre cose tutte hanno lor morte, 80. sì come voi; ma celasi in alcuna 81. che dura molto, e le vite son corte. 82. E come ’l volger del ciel de la luna 83. cuopre e discuopre i liti sanza posa, 84. così fa di Fiorenza la Fortuna: 85. per che non dee parer mirabil cosa 86. ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini 87. onde è la fama nel tempo nascosa. 88. Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, 89. Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, 90. già nel calare, illustri cittadini; 91. e vidi così grandi come antichi, 92. con quel de la Sannella, quel de l’Arca, 93. e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. 94. Sovra la porta ch’al presente è carca 95. di nova fellonia di tanto peso 96. che tosto fia iattura de la barca, 97. erano i Ravignani, ond’ è disceso 98. il conte Guido e qualunque del nome 99. de l’alto Bellincione ha poscia preso. 100. Quel de la Pressa sapeva già come 101. regger si vuole, e avea Galigaio 102. dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome. 103. Grand’ era già la colonna del Vaio, 104. Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci 105. e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. 106. Lo ceppo di che nacquero i Calfucci 107. era già grande, e già eran tratti 108. a le curule Sizii e Arrigucci. 109. Oh quali io vidi quei che son disfatti 110. per lor superbia! e le palle de l’oro 111. fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti. 112. Così facieno i padri di coloro 113. che, sempre che la vostra chiesa vaca, 114. si fanno grassi stando a consistoro. 115. L’oltracotata schiatta che s’indraca 116. dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente 117. o ver la borsa, com’ agnel si placa, 118. già venìa sù, ma di picciola gente; 119. sì che non piacque ad Ubertin Donato 120. che poi il suocero il fé lor parente. 121. Già era ’l Caponsacco nel mercato 122. disceso giù da Fiesole, e già era 123. buon cittadino Giuda e Infangato. 124. Io dirò cosa incredibile e vera: 125. nel picciol cerchio s’entrava per porta 126. che si nomava da quei de la Pera. 127. Ciascun che de la bella insegna porta 128. del gran barone il cui nome e ’l cui pregio 129. la festa di Tommaso riconforta, 130. da esso ebbe milizia e privilegio; 131. avvegna che con popol si rauni 132. oggi colui che la fascia col fregio. 133. Già eran Gualterotti e Importuni; 134. e ancor saria Borgo più quieto, 135. se di novi vicin fosser digiuni. 136. La casa di che nacque il vostro fleto, 137. per lo giusto disdegno che v’ha morti 138. e puose fine al vostro viver lieto, 139. era onorata, essa e suoi consorti: 140. o Buondelmonte, quanto mal fuggisti 141. le nozze süe per li altrui conforti! 142. Molti sarebber lieti, che son tristi, 143. se Dio t’avesse conceduto ad Ema 144. la prima volta ch’a città venisti. 145. Ma conveniesi a quella pietra scema 146. che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse 147. vittima ne la sua pace postrema. 148. Con queste genti, e con altre con esse, 149. vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo, 150. che non avea cagione onde piangesse. 151. Con queste genti vid’io glorioso 152. e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio 153. non era ad asta mai posto a ritroso, 154. né per division fatto vermiglio». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XVII |
|
![]() |
Qual venne a Climenè, per accertarsi … |
|
|
1. Qual venne a Climenè, per accertarsi 2. di ciò ch’avea incontro a sé udito, 3. quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; 4. tal era io, e tal era sentito 5. e da Beatrice e da la santa lampa 6. che pria per me avea mutato sito. 7. Per che mia donna «Manda fuor la vampa 8. del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca 9. segnata bene de la interna stampa: 10. non perché nostra conoscenza cresca 11. per tuo parlare, ma perché t’ausi 12. a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». 13. «O cara piota mia che sì t’insusi, 14. che, come veggion le terrene menti 15. non capere in triangol due ottusi, 16. così vedi le cose contingenti 17. anzi che sieno in sé, mirando il punto 18. a cui tutti li tempi son presenti; 19. mentre ch’io era a Virgilio congiunto 20. su per lo monte che l’anime cura 21. e discendendo nel mondo defunto, 22. dette mi fuor di mia vita futura 23. parole gravi, avvegna ch’io mi senta 24. ben tetragono ai colpi di ventura; 25. per che la voglia mia saria contenta 26. d’intender qual fortuna mi s’appressa: 27. ché saetta previsa vien più lenta». 28. Così diss’ io a quella luce stessa 29. che pria m’avea parlato; e come volle 30. Beatrice, fu la mia voglia confessa. 31. Né per ambage, in che la gente folle 32. già s’inviscava pria che fosse anciso 33. l’Agnel di Dio che le peccata tolle, 34. ma per chiare parole e con preciso 35. latin rispuose quello amor paterno, 36. chiuso e parvente del suo proprio riso: 37. «La contingenza, che fuor del quaderno 38. de la vostra matera non si stende, 39. tutta è dipinta nel cospetto etterno; 40. necessità però quindi non prende 41. se non come dal viso in che si specchia 42. nave che per torrente giù discende. 43. Da indi, sì come viene ad orecchia 44. dolce armonia da organo, mi viene 45. a vista il tempo che ti s’apparecchia. 46. Qual si partio Ipolito d’Atene 47. per la spietata e perfida noverca, 48. tal di Fiorenza partir ti convene. 49. Questo si vuole e questo già si cerca, 50. e tosto verrà fatto a chi ciò pensa 51. là dove Cristo tutto dì si merca. 52. La colpa seguirà la parte offensa 53. in grido, come suol; ma la vendetta 54. fia testimonio al ver che la dispensa. 55. Tu lascerai ogne cosa diletta 53. più caramente; e questo è quello strale 57. che l’arco de lo essilio pria saetta. 58. Tu proverai sì come sa di sale 59. lo pane altrui, e come è duro calle 60. lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. 61. E quel che più ti graverà le spalle, 62. sarà la compagnia malvagia e scempia 63. con la qual tu cadrai in questa valle; 64. che tutta ingrata, tutta matta ed empia 65. si farà contr’ a te; ma, poco appresso, 66. ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. 67. Di sua bestialitate il suo processo 68. farà la prova; sì ch’a te fia bello 69. averti fatta parte per te stesso. 70. Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello 71. sarà la cortesia del gran Lombardo 72. che ’n su la scala porta il santo uccello; 73. ch’in te avrà sì benigno riguardo, 74. che del fare e del chieder, tra voi due, 75. fia primo quel che tra li altri è più tardo. 76. Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, 77. nascendo, sì da questa stella forte, 78. che notabili fier l’opere sue. 79. Non se ne son le genti ancora accorte 80. per la novella età, ché pur nove anni 81. son queste rote intorno di lui torte; 82. ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, 83. parran faville de la sua virtute 84. in non curar d’argento né d’affanni. 85. Le sue magnificenze conosciute 86. saranno ancora, sì che ’ suoi nemici 87. non ne potran tener le lingue mute. 88. A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; 89. per lui fia trasmutata molta gente, 90. cambiando condizion ricchi e mendici; 91. e portera’ne scritto ne la mente 92. di lui, e nol dirai»; e disse cose 93. incredibili a quei che fier presente. 94. Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose 95. di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie 96. che dietro a pochi giri son nascose. 97. Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, 98. poscia che s’infutura la tua vita 99. vie più là che ’l punir di lor perfidie». 100. Poi che, tacendo, si mostrò spedita 101. l’anima santa di metter la trama 102. in quella tela ch’io le porsi ordita, 103. io cominciai, come colui che brama, 104. dubitando, consiglio da persona 105. che vede e vuol dirittamente e ama: 106. «Ben veggio, padre mio, sì come sprona 107. lo tempo verso me, per colpo darmi 108. tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; 109. per che di provedenza è buon ch’io m’armi, 110. sì che, se loco m’è tolto più caro, 111. io non perdessi li altri per miei carmi. 112. Giù per lo mondo sanza fine amaro, 113. e per lo monte del cui bel cacume 114. li occhi de la mia donna mi levaro, 115. e poscia per lo ciel, di lume in lume, 116. ho io appreso quel che s’io ridico, 117. a molti fia sapor di forte agrume; 118. e s’io al vero son timido amico, 119. temo di perder viver tra coloro 120. che questo tempo chiameranno antico». 121. La luce in che rideva il mio tesoro 122. ch’io trovai lì, si fé prima corusca, 123. quale a raggio di sole specchio d’oro; 124. indi rispuose: «Coscienza fusca 125. o de la propria o de l’altrui vergogna 126. pur sentirà la tua parola brusca. 127. Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, 128. tutta tua vision fa manifesta; 129. e lascia pur grattar dov’ è la rogna. 130. Ché se la voce tua sarà molesta 131. nel primo gusto, vital nodrimento 132. lascerà poi, quando sarà digesta. 133. Questo tuo grido farà come vento, 134. che le più alte cime più percuote; 135. e ciò non fa d’onor poco argomento. 136. Però ti son mostrate in queste rote, 137. nel monte e ne la valle dolorosa 138. pur l’anime che son di fama note, 139. che l’animo di quel ch’ode, non posa 140. né ferma fede per essempro ch’aia 141. la sua radice incognita e ascosa, 142. né per altro argomento che non paia». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XVIII |
|
![]() |
Già si godeva solo del suo verbo … |
|
|
1. Già si godeva solo del suo verbo 2. quello specchio beato, e io gustava 3. lo mio, temprando col dolce l’acerbo; 4. e quella donna ch’a Dio mi menava 5. disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono 6. presso a colui ch’ogne torto disgrava». 7. Io mi rivolsi a l’amoroso suono 8. del mio conforto; e qual io allor vidi 9. ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: 10. non perch’ io pur del mio parlar diffidi, 11. ma per la mente che non può redire 12. sovra sé tanto, s’altri non la guidi. 13. Tanto poss’ io di quel punto ridire, 14. che, rimirando lei, lo mio affetto 15. libero fu da ogne altro disire, 16. fin che ’l piacere etterno, che diretto 17. raggiava in Beatrice, dal bel viso 18. mi contentava col secondo aspetto. 19. Vincendo me col lume d’un sorriso, 20. ella mi disse: «Volgiti e ascolta; 21. ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». 22. Come si vede qui alcuna volta 23. l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, 24. che da lui sia tutta l’anima tolta, 25. così nel fiammeggiar del folgór santo, 26. a ch’io mi volsi, conobbi la voglia 27. in lui di ragionarmi ancora alquanto. 28. El cominciò: «In questa quinta soglia 29. de l’albero che vive de la cima 30. e frutta sempre e mai non perde foglia, 31. spiriti son beati, che giù, prima 32. che venissero al ciel, fuor di gran voce, 33. sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. 34. Però mira ne’ corni de la croce: 35. quello ch’io nomerò, lì farà l’atto 36. che fa in nube il suo foco veloce». 37. Io vidi per la croce un lume tratto 38. dal nomar Iosuè, com’ el si feo; 39. né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. 40. E al nome de l’alto Macabeo 41. vidi moversi un altro roteando, 42. e letizia era ferza del paleo. 43. Così per Carlo Magno e per Orlando 44. due ne seguì lo mio attento sguardo, 45. com’ occhio segue suo falcon volando. 46. Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo 47. e ’l duca Gottifredi la mia vista 48. per quella croce, e Ruberto Guiscardo. 49. Indi, tra l’altre luci mota e mista, 50. mostrommi l’alma che m’avea parlato 51. qual era tra i cantor del cielo artista. 52. Io mi rivolsi dal mio destro lato 53. per vedere in Beatrice il mio dovere, 54. o per parlare o per atto, segnato; 55. e vidi le sue luci tanto mere, 53. tanto gioconde, che la sua sembianza 57. vinceva li altri e l’ultimo solere. 58. E come, per sentir più dilettanza 59. bene operando, l’uom di giorno in giorno 60. s’accorge che la sua virtute avanza, 61. sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno 62. col cielo insieme avea cresciuto l’arco, 63. veggendo quel miracol più addorno. 64. E qual è ’l trasmutare in picciol varco 65. di tempo in bianca donna, quando ’l volto 66. suo si discarchi di vergogna il carco, 67. tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, 68. per lo candor de la temprata stella 69. sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. 70. Io vidi in quella giovial facella 71. lo sfavillar de l’amor che lì era 72. segnare a li occhi miei nostra favella. 73. E come augelli surti di rivera, 74. quasi congratulando a lor pasture, 75. fanno di sé or tonda or altra schiera, 76. sì dentro ai lumi sante creature 77. volitando cantavano, e faciensi 78. or D, or I, or L in sue figure. 79. Prima, cantando, a sua nota moviensi; 80. poi, diventando l’un di questi segni, 81. un poco s’arrestavano e taciensi. 82. O diva Pegasea che li ’ngegni 83. fai gloriosi e rendili longevi, 84. ed essi teco le cittadi e ’ regni, 85. illustrami di te, sì ch’io rilevi 86. le lor figure com’ io l’ho concette: 87. paia tua possa in questi versi brevi! 88. Mostrarsi dunque in cinque volte sette 89. vocali e consonanti; e io notai 90. le parti sì, come mi parver dette. 91. “DILIGITE IUSTITIAM”, primai 92. fur verbo e nome di tutto ’l dipinto; 93. “QUI IUDICATIS TERRAM”, fur sezzai. 94. Poscia ne l’emme del vocabol quinto 95. rimasero ordinate; sì che Giove 96. pareva argento lì d’oro distinto. 97. E vidi scendere altre luci dove 98. era il colmo de l’emme, e lì quetarsi 99. cantando, credo, il ben ch’a sé le move. 100. Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi 101. surgono innumerabili faville, 102. onde li stolti sogliono agurarsi, 103. resurger parver quindi più di mille 104. luci e salir, qual assai e qual poco, 105. sì come ’l sol che l’accende sortille; 106. e quietata ciascuna in suo loco, 107. la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi 108. rappresentare a quel distinto foco. 109. Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; 110. ma esso guida, e da lui si rammenta 111. quella virtù ch’è forma per li nidi. 112. L’altra beatitudo, che contenta 113. pareva prima d’ingigliarsi a l’emme, 114. con poco moto seguitò la ’mprenta. 115. O dolce stella, quali e quante gemme 116. mi dimostraro che nostra giustizia 117. effetto sia del ciel che tu ingemme! 118. Per ch’io prego la mente in che s’inizia 119. tuo moto e tua virtute, che rimiri 120. ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; 121. sì ch’un’altra fiata omai s’adiri 122. del comperare e vender dentro al templo 123. che si murò di segni e di martìri. 124. O milizia del ciel cu’ io contemplo, 125. adora per color che sono in terra 126. tutti sviati dietro al malo essemplo! 127. Già si solea con le spade far guerra; 128. ma or si fa togliendo or qui or quivi 129. lo pan che ’l pio Padre a nessun serra. 130. Ma tu che sol per cancellare scrivi, 131. pensa che Pietro e Paulo, che moriro 132. per la vigna che guasti, ancor son vivi. 133. Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro 134. sì a colui che volle viver solo 135. e che per salti fu tratto al martiro, 136. ch’io non conosco il pescator né Polo». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XIX |
|
![]() |
Parea dinanzi a me con l’ali aperte … |
|
|
1. Parea dinanzi a me con l’ali aperte 2. la bella image che nel dolce frui 3. liete facevan l’anime conserte; 4. parea ciascuna rubinetto in cui 5. raggio di sole ardesse sì acceso, 6. che ne’ miei occhi rifrangesse lui. 7. E quel che mi convien ritrar testeso, 8. non portò voce mai, né scrisse incostro, 9. né fu per fantasia già mai compreso; 10. ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, 11. e sonar ne la voce e “io” e “mio”, 12. quand’ era nel concetto e “noi” e “nostro”. 13. E cominciò: «Per esser giusto e pio 14. son io qui essaltato a quella gloria 15. che non si lascia vincere a disio; 16. e in terra lasciai la mia memoria 17. sì fatta, che le genti lì malvage 18. commendan lei, ma non seguon la storia». 19. Così un sol calor di molte brage 20. si fa sentir, come di molti amori 21. usciva solo un suon di quella image. 22. Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori 23. de l’etterna letizia, che pur uno 24. parer mi fate tutti vostri odori, 25. solvetemi, spirando, il gran digiuno 26. che lungamente m’ha tenuto in fame, 27. non trovandoli in terra cibo alcuno. 28. Ben so io che, se ’n cielo altro reame 29. la divina giustizia fa suo specchio, 30. che ’l vostro non l’apprende con velame. 31. Sapete come attento io m’apparecchio 32. ad ascoltar; sapete qual è quello 33. dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». 34. Quasi falcone ch’esce del cappello, 35. move la testa e con l’ali si plaude, 36. voglia mostrando e faccendosi bello, 37. vid’ io farsi quel segno, che di laude 38. de la divina grazia era contesto, 39. con canti quai si sa chi là sù gaude. 40. Poi cominciò: «Colui che volse il sesto 41. a lo stremo del mondo, e dentro ad esso 42. distinse tanto occulto e manifesto, 43. non poté suo valor sì fare impresso 44. in tutto l’universo, che ’l suo verbo 45. non rimanesse in infinito eccesso. 46. E ciò fa certo che ’l primo superbo, 47. che fu la somma d’ogne creatura, 48. per non aspettar lume, cadde acerbo; 49. e quinci appar ch’ogne minor natura 50. è corto recettacolo a quel bene 51. che non ha fine e sé con sé misura. 52. Dunque vostra veduta, che convene 53. esser alcun de’ raggi de la mente 54. di che tutte le cose son ripiene, 55. non pò da sua natura esser possente 53. tanto, che suo principio discerna 57. molto di là da quel che l’è parvente. 58. Però ne la giustizia sempiterna 59. la vista che riceve il vostro mondo, 60. com’ occhio per lo mare, entro s’interna; 61. che, ben che da la proda veggia il fondo, 62. in pelago nol vede; e nondimeno 63. èli, ma cela lui l’esser profondo. 64. Lume non è, se non vien dal sereno 65. che non si turba mai; anzi è tenèbra 66. od ombra de la carne o suo veleno. 67. Assai t’è mo aperta la latebra 68. che t’ascondeva la giustizia viva, 69. di che facei question cotanto crebra; 70. ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva 71. de l’Indo, e quivi non è chi ragioni 72. di Cristo né chi legga né chi scriva; 73. e tutti suoi voleri e atti buoni 74. sono, quanto ragione umana vede, 75. sanza peccato in vita o in sermoni. 76. Muore non battezzato e sanza fede: 77. ov’ è questa giustizia che ’l condanna? 78. ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”. 79. Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, 80. per giudicar di lungi mille miglia 81. con la veduta corta d’una spanna? 82. Certo a colui che meco s’assottiglia, 83. se la Scrittura sovra voi non fosse, 84. da dubitar sarebbe a maraviglia. 85. Oh terreni animali! oh menti grosse! 86. La prima volontà, ch’è da sé buona, 87. da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. 88. Cotanto è giusto quanto a lei consuona: 89. nullo creato bene a sé la tira, 90. ma essa, radiando, lui cagiona». 91. Quale sovresso il nido si rigira 92. poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, 93. e come quel ch’è pasto la rimira; 94. cotal si fece, e sì levai i cigli, 95. la benedetta imagine, che l’ali 96. movea sospinte da tanti consigli. 97. Roteando cantava, e dicea: «Quali 98. son le mie note a te, che non le ’ntendi, 99. tal è il giudicio etterno a voi mortali». 100. Poi si quetaro quei lucenti incendi 101. de lo Spirito Santo ancor nel segno 102. che fé i Romani al mondo reverendi, 103. esso ricominciò: «A questo regno 104. non salì mai chi non credette ’n Cristo, 105. né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. 106. Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, 107. che saranno in giudicio assai men prope 108. a lui, che tal che non conosce Cristo; 109. e tai Cristian dannerà l’Etiòpe, 110. quando si partiranno i due collegi, 111. l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. 112. Che poran dir li Perse a’ vostri regi, 113. come vedranno quel volume aperto 114. nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 115. Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, 116. quella che tosto moverà la penna, 117. per che ’l regno di Praga fia diserto. 118. Lì si vedrà il duol che sovra Senna 119. induce, falseggiando la moneta, 120. quel che morrà di colpo di cotenna. 121. Lì si vedrà la superbia ch’asseta, 122. che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, 123. sì che non può soffrir dentro a sua meta. 124. Vedrassi la lussuria e ’l viver molle 125. di quel di Spagna e di quel di Boemme, 126. che mai valor non conobbe né volle. 127. Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme 128. segnata con un i la sua bontate, 129. quando ’l contrario segnerà un emme. 130. Vedrassi l’avarizia e la viltate 131. di quei che guarda l’isola del foco, 132. ove Anchise finì la lunga etate; 133. e a dare ad intender quanto è poco, 134. la sua scrittura fian lettere mozze, 135. che noteranno molto in parvo loco. 136. E parranno a ciascun l’opere sozze 137. del barba e del fratel, che tanto egregia 138. nazione e due corone han fatte bozze. 139. E quel di Portogallo e di Norvegia 140. lì si conosceranno, e quel di Rascia 141. che male ha visto il conio di Vinegia. 142. Oh beata Ungheria, se non si lascia 143. più malmenare! e beata Navarra, 144. se s’armasse del monte che la fascia! 145. E creder de’ ciascun che già, per arra 146. di questo, Niccosia e Famagosta 147. per la lor bestia si lamenti e garra, 148. che dal fianco de l’altre non si scosta». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XX |
|
![]() |
Quando colui che tutto ’l mondo alluma … |
|
|
1. Quando colui che tutto ’l mondo alluma 2. de l’emisperio nostro sì discende, 3. che ’l giorno d’ogne parte si consuma, 4. lo ciel, che sol di lui prima s’accende, 5. subitamente si rifà parvente 6. per molte luci, in che una risplende; 7. e questo atto del ciel mi venne a mente, 8. come ’l segno del mondo e de’ suoi duci 9. nel benedetto rostro fu tacente; 10. però che tutte quelle vive luci, 11. vie più lucendo, cominciaron canti 12. da mia memoria labili e caduci. 13. O dolce amor che di riso t’ammanti, 14. quanto parevi ardente in que’ flailli, 15. ch’avieno spirto sol di pensier santi! 16. Poscia che i cari e lucidi lapilli 17. ond’ io vidi ingemmato il sesto lume 18. puoser silenzio a li angelici squilli, 19. udir mi parve un mormorar di fiume 20. che scende chiaro giù di pietra in pietra, 21. mostrando l’ubertà del suo cacume. 22. E come suono al collo de la cetra 23. prende sua forma, e sì com’ al pertugio 24. de la sampogna vento che penètra, 25. così, rimosso d’aspettare indugio, 26. quel mormorar de l’aguglia salissi 27. su per lo collo, come fosse bugio. 28. Fecesi voce quivi, e quindi uscissi 29. per lo suo becco in forma di parole, 30. quali aspettava il core ov’ io le scrissi. 31. «La parte in me che vede e pate il sole 32. ne l’aguglie mortali», incominciommi, 33. «or fisamente riguardar si vole, 34. perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, 35. quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, 36. e’ di tutti lor gradi son li sommi. 37. Colui che luce in mezzo per pupilla, 38. fu il cantor de lo Spirito Santo, 39. che l’arca traslatò di villa in villa: 40. ora conosce il merto del suo canto, 41. in quanto effetto fu del suo consiglio, 42. per lo remunerar ch’è altrettanto. 43. Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, 44. colui che più al becco mi s’accosta, 45. la vedovella consolò del figlio: 46. ora conosce quanto caro costa 47. non seguir Cristo, per l’esperienza 48. di questa dolce vita e de l’opposta. 49. E quel che segue in la circunferenza 50. di che ragiono, per l’arco superno, 51. morte indugiò per vera penitenza: 52. ora conosce che ’l giudicio etterno 53. non si trasmuta, quando degno preco 54. fa crastino là giù de l’odierno. 55. L’altro che segue, con le leggi e meco, 53. sotto buona intenzion che fé mal frutto, 57. per cedere al pastor si fece greco: 58. ora conosce come il mal dedutto 59. dal suo bene operar non li è nocivo, 60. avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. 61. E quel che vedi ne l’arco declivo, 62. Guiglielmo fu, cui quella terra plora 63. che piagne Carlo e Federigo vivo: 64. ora conosce come s’innamora 65. lo ciel del giusto rege, e al sembiante 66. del suo fulgore il fa vedere ancora. 67. Chi crederebbe giù nel mondo errante 68. che Rifeo Troiano in questo tondo 69. fosse la quinta de le luci sante? 70. Ora conosce assai di quel che ’l mondo 71. veder non può de la divina grazia, 72. ben che sua vista non discerna il fondo». 73. Quale allodetta che ’n aere si spazia 74. prima cantando, e poi tace contenta 75. de l’ultima dolcezza che la sazia, 76. tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta 77. de l’etterno piacere, al cui disio 78. ciascuna cosa qual ell’ è diventa. 79. E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio 80. lì quasi vetro a lo color ch’el veste, 81. tempo aspettar tacendo non patio, 82. ma de la bocca, «Che cose son queste?», 83. mi pinse con la forza del suo peso: 84. per ch’io di coruscar vidi gran feste. 85. Poi appresso, con l’occhio più acceso, 86. lo benedetto segno mi rispuose 87. per non tenermi in ammirar sospeso: 88. «Io veggio che tu credi queste cose 89. perch’ io le dico, ma non vedi come; 90. sì che, se son credute, sono ascose. 91. Fai come quei che la cosa per nome 92. apprende ben, ma la sua quiditate 93. veder non può se altri non la prome. 94. Regnum celorum violenza pate 95. da caldo amore e da viva speranza, 96. che vince la divina volontate: 97. non a guisa che l’omo a l’om sobranza, 98. ma vince lei perché vuole esser vinta, 99. e, vinta, vince con sua beninanza. 100. La prima vita del ciglio e la quinta 101. ti fa maravigliar, perché ne vedi 102. la region de li angeli dipinta. 103. D’i corpi suoi non uscir, come credi, 104. Gentili, ma Cristiani, in ferma fede 105. quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. 106. Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede 107. già mai a buon voler, tornò a l’ossa; 108. e ciò di viva spene fu mercede: 109. di viva spene, che mise la possa 110. ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, 111. sì che potesse sua voglia esser mossa. 112. L’anima gloriosa onde si parla, 113. tornata ne la carne, in che fu poco, 114. credette in lui che potea aiutarla; 115. e credendo s’accese in tanto foco 116. di vero amor, ch’a la morte seconda 117. fu degna di venire a questo gioco. 118. L’altra, per grazia che da sì profonda 119. fontana stilla, che mai creatura 120. non pinse l’occhio infino a la prima onda, 121. tutto suo amor là giù pose a drittura: 122. per che, di grazia in grazia, Dio li aperse 123. l’occhio a la nostra redenzion futura; 124. ond’ ei credette in quella, e non sofferse 125. da indi il puzzo più del paganesmo; 126. e riprendiene le genti perverse. 127. Quelle tre donne li fur per battesmo 128. che tu vedesti da la destra rota, 129. dinanzi al battezzar più d’un millesmo. 130. O predestinazion, quanto remota 131. è la radice tua da quelli aspetti 132. che la prima cagion non veggion tota! 133. E voi, mortali, tenetevi stretti 134. a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, 135. non conosciamo ancor tutti li eletti; 136. ed ènne dolce così fatto scemo, 137. perché il ben nostro in questo ben s’affina, 138. che quel che vole Iddio, e noi volemo». 139. Così da quella imagine divina, 140. per farmi chiara la mia corta vista, 141. data mi fu soave medicina. 142. E come a buon cantor buon citarista 143. fa seguitar lo guizzo de la corda, 144. in che più di piacer lo canto acquista, 145. sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda 146. ch’io vidi le due luci benedette, 147. pur come batter d’occhi si concorda, 148. con le parole mover le fiammette. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXI |
|
![]() |
Già eran li occhi miei rifissi al volto … |
|
|
1. Già eran li occhi miei rifissi al volto 2. de la mia donna, e l’animo con essi, 3. e da ogne altro intento s’era tolto. 4. E quella non ridea; ma «S’io ridessi», 5. mi cominciò, «tu ti faresti quale 6. fu Semelè quando di cener fessi: 7. ché la bellezza mia, che per le scale 8. de l’etterno palazzo più s’accende, 9. com’ hai veduto, quanto più si sale, 10. se non si temperasse, tanto splende, 11. che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, 12. sarebbe fronda che trono scoscende. 13. Noi sem levati al settimo splendore, 14. che sotto ’l petto del Leone ardente 15. raggia mo misto giù del suo valore. 16. Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, 17. e fa di quelli specchi a la figura 18. che ’n questo specchio ti sarà parvente». 19. Qual savesse qual era la pastura 20. del viso mio ne l’aspetto beato 21. quand’ io mi trasmutai ad altra cura, 22. conoscerebbe quanto m’era a grato 23. ubidire a la mia celeste scorta, 24. contrapesando l’un con l’altro lato. 25. Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, 26. cerchiando il mondo, del suo caro duce 27. sotto cui giacque ogne malizia morta, 28. di color d’oro in che raggio traluce 29. vid’ io uno scaleo eretto in suso 30. tanto, che nol seguiva la mia luce. 31. Vidi anche per li gradi scender giuso 32. tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume 33. che par nel ciel, quindi fosse diffuso. 34. E come, per lo natural costume, 35. le pole insieme, al cominciar del giorno, 36. si movono a scaldar le fredde piume; 37. poi altre vanno via sanza ritorno, 38. altre rivolgon sé onde son mosse, 39. e altre roteando fan soggiorno; 40. tal modo parve me che quivi fosse 41. in quello sfavillar che ’nsieme venne, 42. sì come in certo grado si percosse. 43. E quel che presso più ci si ritenne, 44. si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando: 45. “Io veggio ben l’amor che tu m’accenne”. 46. Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando 47. del dire e del tacer, si sta; ond’ io, 48. contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’. 49. Per ch’ella, che vedea il tacer mio 50. nel veder di colui che tutto vede, 51. mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». 52. E io incominciai: «La mia mercede 53. non mi fa degno de la tua risposta; 54. ma per colei che ’l chieder mi concede, 55. vita beata che ti stai nascosta 53. dentro a la tua letizia, fammi nota 57. la cagion che sì presso mi t’ha posta; 58. e dì perché si tace in questa rota 59. la dolce sinfonia di paradiso, 60. che giù per l’altre suona sì divota». 61. «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», 62. rispuose a me; «onde qui non si canta 63. per quel che Beatrice non ha riso. 64. Giù per li gradi de la scala santa 65. discesi tanto sol per farti festa 66. col dire e con la luce che mi ammanta; 67. né più amor mi fece esser più presta, 68. ché più e tanto amor quinci sù ferve, 69. sì come il fiammeggiar ti manifesta. 70. Ma l’alta carità, che ci fa serve 71. pronte al consiglio che ’l mondo governa, 72. sorteggia qui sì come tu osserve». 73. «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, 74. come libero amore in questa corte 75. basta a seguir la provedenza etterna; 76. ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, 77. perché predestinata fosti sola 78. a questo officio tra le tue consorte». 79. Né venni prima a l’ultima parola, 80. che del suo mezzo fece il lume centro, 81. girando sé come veloce mola; 82. poi rispuose l’amor che v’era dentro: 83. «Luce divina sopra me s’appunta, 84. penetrando per questa in ch’io m’inventro, 85. la cui virtù, col mio veder congiunta, 86. mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio 87. la somma essenza de la quale è munta. 88. Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; 89. per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara, 90. la chiarità de la fiamma pareggio. 91. Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, 92. quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, 93. a la dimanda tua non satisfara, 94. però che sì s’innoltra ne lo abisso 95. de l’etterno statuto quel che chiedi, 96. che da ogne creata vista è scisso. 97. E al mondo mortal, quando tu riedi, 98. questo rapporta, sì che non presumma 99. a tanto segno più mover li piedi. 100. La mente, che qui luce, in terra fumma; 101. onde riguarda come può là giùe 102. quel che non pote perché ’l ciel l’assumma». 103. Sì mi prescrisser le parole sue, 104. ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi 105. a dimandarla umilmente chi fue. 106. «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, 107. e non molto distanti a la tua patria, 108. tanto che ’ troni assai suonan più bassi, 109. e fanno un gibbo che si chiama Catria, 110. di sotto al quale è consecrato un ermo, 111. che suole esser disposto a sola latria». 112. Così ricominciommi il terzo sermo; 113. e poi, continüando, disse: «Quivi 114. al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, 115. che pur con cibi di liquor d’ulivi 116. lievemente passava caldi e geli, 117. contento ne’ pensier contemplativi. 118. Render solea quel chiostro a questi cieli 119. fertilemente; e ora è fatto vano, 120. sì che tosto convien che si riveli. 121. In quel loco fu’ io Pietro Damiano, 122. e Pietro Peccator fu’ ne la casa 123. di Nostra Donna in sul lito adriano. 124. Poca vita mortal m’era rimasa, 125. quando fui chiesto e tratto a quel cappello, 126. che pur di male in peggio si travasa. 127. Venne Cefàs e venne il gran vasello 128. de lo Spirito Santo, magri e scalzi, 129. prendendo il cibo da qualunque ostello. 130. Or voglion quinci e quindi chi rincalzi 131. li moderni pastori e chi li meni, 132. tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. 133. Cuopron d’i manti loro i palafreni, 134. sì che due bestie van sott’ una pelle: 135. oh pazienza che tanto sostieni!». 136. A questa voce vid’ io più fiammelle 137. di grado in grado scendere e girarsi, 138. e ogne giro le facea più belle. 139. Dintorno a questa vennero e fermarsi, 140. e fero un grido di sì alto suono, 141. che non potrebbe qui assomigliarsi; 142. né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXII |
|
![]() |
Oppresso di stupore, a la mia guida … |
|
|
1. Oppresso di stupore, a la mia guida 2. mi volsi, come parvol che ricorre 3. sempre colà dove più si confida; 4. e quella, come madre che soccorre 5. sùbito al figlio palido e anelo 6. con la sua voce, che ’l suol ben disporre, 7. mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? 8. e non sai tu che ’l cielo è tutto santo, 9. e ciò che ci si fa vien da buon zelo? 10. Come t’avrebbe trasmutato il canto, 11. e io ridendo, mo pensar lo puoi, 12. poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto; 13. nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, 14. già ti sarebbe nota la vendetta 15. che tu vedrai innanzi che tu muoi. 16. La spada di qua sù non taglia in fretta 17. né tardo, ma’ ch’al parer di colui 18. che disiando o temendo l’aspetta. 19. Ma rivolgiti omai inverso altrui; 20. ch’assai illustri spiriti vedrai, 21. se com’ io dico l’aspetto redui». 22. Come a lei piacque, li occhi ritornai, 23. e vidi cento sperule che ’nsieme 24. più s’abbellivan con mutüi rai. 25. Io stava come quei che ’n sé repreme 26. la punta del disio, e non s’attenta 27. di domandar, sì del troppo si teme; 28. e la maggiore e la più luculenta 29. di quelle margherite innanzi fessi, 30. per far di sé la mia voglia contenta. 31. Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi 32. com’ io la carità che tra noi arde, 33. li tuoi concetti sarebbero espressi. 34. Ma perché tu, aspettando, non tarde 35. a l’alto fine, io ti farò risposta 36. pur al pensier, da che sì ti riguarde. 37. Quel monte a cui Cassino è ne la costa 38. fu frequentato già in su la cima 39. da la gente ingannata e mal disposta; 40. e quel son io che sù vi portai prima 41. lo nome di colui che ’n terra addusse 42. la verità che tanto ci soblima; 43. e tanta grazia sopra me relusse, 44. ch’io ritrassi le ville circunstanti 45. da l’empio cólto che ’l mondo sedusse. 46. Questi altri fuochi tutti contemplanti 47. uomini fuoro, accesi di quel caldo 48. che fa nascere i fiori e ’ frutti santi. 49. Qui è Maccario, qui è Romoaldo, 50. qui son li frati miei che dentro ai chiostri 51. fermar li piedi e tennero il cor saldo». 52. E io a lui: «L’affetto che dimostri 53. meco parlando, e la buona sembianza 54. ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, 55. così m’ha dilatata mia fidanza, 53. come ’l sol fa la rosa quando aperta 57. tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. 58. Però ti priego, e tu, padre, m’accerta 59. s’io posso prender tanta grazia, ch’io 60. ti veggia con imagine scoverta». 61. Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio 62. s’adempierà in su l’ultima spera, 63. ove s’adempion tutti li altri e ’l mio. 64. Ivi è perfetta, matura e intera 65. ciascuna disianza; in quella sola 66. è ogne parte là ove sempr’ era, 67. perché non è in loco e non s’impola; 68. e nostra scala infino ad essa varca, 69. onde così dal viso ti s’invola. 70. Infin là sù la vide il patriarca 71. Iacobbe porger la superna parte, 72. quando li apparve d’angeli sì carca. 73. Ma, per salirla, mo nessun diparte 74. da terra i piedi, e la regola mia 75. rimasa è per danno de le carte. 76. Le mura che solieno esser badia 77. fatte sono spelonche, e le cocolle 78. sacca son piene di farina ria. 79. Ma grave usura tanto non si tolle 80. contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto 81. che fa il cor de’ monaci sì folle; 82. ché quantunque la Chiesa guarda, tutto 83. è de la gente che per Dio dimanda; 84. non di parenti né d’altro più brutto. 85. La carne d’i mortali è tanto blanda, 86. che giù non basta buon cominciamento 87. dal nascer de la quercia al far la ghianda. 88. Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, 89. e io con orazione e con digiuno, 90. e Francesco umilmente il suo convento; 91. e se guardi ’l principio di ciascuno, 92. poscia riguardi là dov’ è trascorso, 93. tu vederai del bianco fatto bruno. 94. Veramente Iordan vòlto retrorso 95. più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, 96. mirabile a veder che qui ’l soccorso». 97. Così mi disse, e indi si raccolse 98. al suo collegio, e ’l collegio si strinse; 99. poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse. 100. La dolce donna dietro a lor mi pinse 101. con un sol cenno su per quella scala, 102. sì sua virtù la mia natura vinse; 103. né mai qua giù dove si monta e cala 104. naturalmente, fu sì ratto moto 105. ch’agguagliar si potesse a la mia ala. 106. S’io torni mai, lettore, a quel divoto 107. triunfo per lo quale io piango spesso 108. le mie peccata e ’l petto mi percuoto, 109. tu non avresti in tanto tratto e messo 110. nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno 111. che segue il Tauro e fui dentro da esso. 112. O gloriose stelle, o lume pregno 113. di gran virtù, dal quale io riconosco 114. tutto, qual che si sia, il mio ingegno, 115. con voi nasceva e s’ascondeva vosco 116. quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, 117. quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; 118. e poi, quando mi fu grazia largita 119. d’entrar ne l’alta rota che vi gira, 120. la vostra region mi fu sortita. 121. A voi divotamente ora sospira 122. l’anima mia, per acquistar virtute 123. al passo forte che a sé la tira. 124. «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», 125. cominciò Beatrice, «che tu dei 126. aver le luci tue chiare e acute; 127. e però, prima che tu più t’inlei, 128. rimira in giù, e vedi quanto mondo 129. sotto li piedi già esser ti fei; 130. sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo 131. s’appresenti a la turba triunfante 132. che lieta vien per questo etera tondo». 133. Col viso ritornai per tutte quante 134. le sette spere, e vidi questo globo 135. tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; 136. e quel consiglio per migliore approbo 137. che l’ha per meno; e chi ad altro pensa 138. chiamar si puote veramente probo. 139. Vidi la figlia di Latona incensa 140. sanza quell’ ombra che mi fu cagione 141. per che già la credetti rara e densa. 142. L’aspetto del tuo nato, Iperione, 143. quivi sostenni, e vidi com’ si move 144. circa e vicino a lui Maia e Dione. 145. Quindi m’apparve il temperar di Giove 146. tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro 147. il variar che fanno di lor dove; 148. e tutti e sette mi si dimostraro 149. quanto son grandi e quanto son veloci 150. e come sono in distante riparo. 151. L’aiuola che ci fa tanto feroci, 152. volgendom’ io con li etterni Gemelli, 153. tutta m’apparve da’ colli a le foci; 154. poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXIII |
|
![]() |
Come l’augello, intra l’amate fronde … |
|
|
1. Come l’augello, intra l’amate fronde, 2. posato al nido de’ suoi dolci nati 3. la notte che le cose ci nasconde, 4. che, per veder li aspetti disiati 5. e per trovar lo cibo onde li pasca, 6. in che gravi labor li sono aggrati, 7. previene il tempo in su aperta frasca, 8. e con ardente affetto il sole aspetta, 9. fiso guardando pur che l’alba nasca; 10. così la donna mia stava eretta 11. e attenta, rivolta inver’ la plaga 12. sotto la quale il sol mostra men fretta: 13. sì che, veggendola io sospesa e vaga, 14. fecimi qual è quei che disiando 15. altro vorria, e sperando s’appaga. 16. Ma poco fu tra uno e altro quando, 17. del mio attender, dico, e del vedere 18. lo ciel venir più e più rischiarando; 19. e Beatrice disse: «Ecco le schiere 20. del triunfo di Cristo e tutto ’l frutto 21. ricolto del girar di queste spere!». 22. Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, 23. e li occhi avea di letizia sì pieni, 24. che passarmen convien sanza costrutto. 25. Quale ne’ plenilunii sereni 26. Trivia ride tra le ninfe etterne 27. che dipingon lo ciel per tutti i seni, 28. vid’ i’ sopra migliaia di lucerne 29. un sol che tutte quante l’accendea, 30. come fa ’l nostro le viste superne; 31. e per la viva luce trasparea 32. la lucente sustanza tanto chiara 33. nel viso mio, che non la sostenea. 34. Oh Beatrice, dolce guida e cara! 35. Ella mi disse: «Quel che ti sobranza 36. è virtù da cui nulla si ripara. 37. Quivi è la sapienza e la possanza 38. ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, 39. onde fu già sì lunga disianza». 40. Come foco di nube si diserra 41. per dilatarsi sì che non vi cape, 42. e fuor di sua natura in giù s’atterra, 43. la mente mia così, tra quelle dape 44. fatta più grande, di sé stessa uscìo, 45. e che si fesse rimembrar non sape. 46. «Apri li occhi e riguarda qual son io; 47. tu hai vedute cose, che possente 48. se’ fatto a sostener lo riso mio». 49. Io era come quei che si risente 50. di visione oblita e che s’ingegna 51. indarno di ridurlasi a la mente, 52. quand’ io udi’ questa proferta, degna 53. di tanto grato, che mai non si stingue 54. del libro che ’l preterito rassegna. 55. Se mo sonasser tutte quelle lingue 53. che Polimnia con le suore fero 57. del latte lor dolcissimo più pingue, 58. per aiutarmi, al millesmo del vero 59. non si verria, cantando il santo riso 60. e quanto il santo aspetto facea mero; 61. e così, figurando il paradiso, 62. convien saltar lo sacrato poema, 63. come chi trova suo cammin riciso. 64. Ma chi pensasse il ponderoso tema 65. e l’omero mortal che se ne carca, 66. nol biasmerebbe se sott’ esso trema: 67. non è pareggio da picciola barca 68. quel che fendendo va l’ardita prora, 69. né da nocchier ch’a sé medesmo parca. 70. «Perché la faccia mia sì t’innamora, 71. che tu non ti rivolgi al bel giardino 72. che sotto i raggi di Cristo s’infiora? 73. Quivi è la rosa in che ’l verbo divino 74. carne si fece; quivi son li gigli 75. al cui odor si prese il buon cammino». 76. Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli 77. tutto era pronto, ancora mi rendei 78. a la battaglia de’ debili cigli. 79. Come a raggio di sol, che puro mei 80. per fratta nube, già prato di fiori 81. vider, coverti d’ombra, li occhi miei; 82. vid’ io così più turbe di splendori, 83. folgorate di sù da raggi ardenti, 84. sanza veder principio di folgóri. 85. O benigna vertù che sì li ’mprenti, 86. sù t’essaltasti, per largirmi loco 87. a li occhi lì che non t’eran possenti. 88. Il nome del bel fior ch’io sempre invoco 89. e mane e sera, tutto mi ristrinse 90. l’animo ad avvisar lo maggior foco; 91. e come ambo le luci mi dipinse 92. il quale e il quanto de la viva stella 93. che là sù vince come qua giù vinse, 94. per entro il cielo scese una facella, 95. formata in cerchio a guisa di corona, 96. e cinsela e girossi intorno ad ella. 97. Qualunque melodia più dolce suona 98. qua giù e più a sé l’anima tira, 99. parrebbe nube che squarciata tona, 100. comparata al sonar di quella lira 101. onde si coronava il bel zaffiro 102. del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. 103. «Io sono amore angelico, che giro 104. l’alta letizia che spira del ventre 105. che fu albergo del nostro disiro; 106. e girerommi, donna del ciel, mentre 107. che seguirai tuo figlio, e farai dia 108. più la spera suprema perché lì entre». 109. Così la circulata melodia 110. si sigillava, e tutti li altri lumi 111. facean sonare il nome di Maria. 112. Lo real manto di tutti i volumi 113. del mondo, che più ferve e più s’avviva 114. ne l’alito di Dio e nei costumi, 115. avea sopra di noi l’interna riva 116. tanto distante, che la sua parvenza, 117. là dov’ io era, ancor non appariva: 118. però non ebber li occhi miei potenza 119. di seguitar la coronata fiamma 120. che si levò appresso sua semenza. 121. E come fantolin che ’nver’ la mamma 122. tende le braccia, poi che ’l latte prese, 123. per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; 124. ciascun di quei candori in sù si stese 125. con la sua cima, sì che l’alto affetto 126. ch’elli avieno a Maria mi fu palese. 127. Indi rimaser lì nel mio cospetto, 128. “Regina coeli” cantando sì dolce, 129. che mai da me non si partì ’l diletto. 130. Oh quanta è l’ubertà che si soffolce 131. in quelle arche ricchissime che fuoro 132. a seminar qua giù buone bobolce! 133. Quivi si vive e gode del tesoro 134. che s’acquistò piangendo ne lo essilio 135. di Babillòn, ove si lasciò l’oro. 136. Quivi triunfa, sotto l’alto Filio 137. di Dio e di Maria, di sua vittoria, 138. e con l’antico e col novo concilio, 139. colui che tien le chiavi di tal gloria. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXIV |
|
![]() |
«O sodalizio eletto a la gran cena … |
|
|
1. «O sodalizio eletto a la gran cena 2. del benedetto Agnello, il qual vi ciba 3. sì, che la vostra voglia è sempre piena, 4. se per grazia di Dio questi preliba 5. di quel che cade de la vostra mensa, 6. prima che morte tempo li prescriba, 7. ponete mente a l’affezione immensa 8. e roratelo alquanto: voi bevete 9. sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». 10. Così Beatrice; e quelle anime liete 11. si fero spere sopra fissi poli, 12. fiammando, a volte, a guisa di comete. 13. E come cerchi in tempra d’oriuoli 14. si giran sì, che ’l primo a chi pon mente 15. quieto pare, e l’ultimo che voli; 16. così quelle carole, differente- 17. mente danzando, de la sua ricchezza 18. mi facieno stimar, veloci e lente. 19. Di quella ch’io notai di più carezza 20. vid’ io uscire un foco sì felice, 21. che nullo vi lasciò di più chiarezza; 22. e tre fiate intorno di Beatrice 23. si volse con un canto tanto divo, 24. che la mia fantasia nol mi ridice. 25. Però salta la penna e non lo scrivo: 26. ché l’imagine nostra a cotai pieghe, 27. non che ’l parlare, è troppo color vivo. 28. «O santa suora mia che sì ne prieghe 29. divota, per lo tuo ardente affetto 30. da quella bella spera mi disleghe». 31. Poscia fermato, il foco benedetto 32. a la mia donna dirizzò lo spiro, 33. che favellò così com’ i’ ho detto. 34. Ed ella: «O luce etterna del gran viro 35. a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, 36. ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, 37. tenta costui di punti lievi e gravi, 38. come ti piace, intorno de la fede, 39. per la qual tu su per lo mare andavi. 40. S’elli ama bene e bene spera e crede, 41. non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi 42. dov’ ogne cosa dipinta si vede; 43. ma perché questo regno ha fatto civi 44. per la verace fede, a gloriarla, 45. di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». 46. Sì come il baccialier s’arma e non parla 47. fin che ’l maestro la question propone, 48. per approvarla, non per terminarla, 49. così m’armava io d’ogne ragione 50. mentre ch’ella dicea, per esser presto 51. a tal querente e a tal professione. 52. «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: 53. fede che è?». Ond’ io levai la fronte 54. in quella luce onde spirava questo; 55. poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte 53. sembianze femmi perch’ io spandessi 57. l’acqua di fuor del mio interno fonte. 58. «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», 59. comincia’ io, «da l’alto primipilo, 60. faccia li miei concetti bene espressi». 61. E seguitai: «Come ’l verace stilo 62. ne scrisse, padre, del tuo caro frate 63. che mise teco Roma nel buon filo, 64. fede è sustanza di cose sperate 65. e argomento de le non parventi; 66. e questa pare a me sua quiditate». 67. Allora udi’: «Dirittamente senti, 68. se bene intendi perché la ripuose 69. tra le sustanze, e poi tra li argomenti». 70. E io appresso: «Le profonde cose 71. che mi largiscon qui la lor parvenza, 72. a li occhi di là giù son sì ascose, 73. che l’esser loro v’è in sola credenza, 74. sopra la qual si fonda l’alta spene; 75. e però di sustanza prende intenza. 76. E da questa credenza ci convene 77. silogizzar, sanz’ avere altra vista: 78. però intenza d’argomento tene». 79. Allora udi’: «Se quantunque s’acquista 80. giù per dottrina, fosse così ’nteso, 81. non lì avria loco ingegno di sofista». 82. Così spirò di quello amore acceso; 83. indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa 84. d’esta moneta già la lega e ’l peso; 85. ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». 86. Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, 87. che nel suo conio nulla mi s’inforsa». 88. Appresso uscì de la luce profonda 89. che lì splendeva: «Questa cara gioia 90. sopra la quale ogne virtù si fonda, 91. onde ti venne?». E io: «La larga ploia 92. de lo Spirito Santo, ch’è diffusa 93. in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, 94. è silogismo che la m’ha conchiusa 95. acutamente sì, che ’nverso d’ella 96. ogne dimostrazion mi pare ottusa». 97. Io udi’ poi: «L’antica e la novella 98. proposizion che così ti conchiude, 99. perché l’hai tu per divina favella?». 100. E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, 101. son l’opere seguite, a che natura 102. non scalda ferro mai né batte incude». 103. Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura 104. che quell’ opere fosser? Quel medesmo 105. che vuol provarsi, non altri, il ti giura». 106. «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», 107. diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno 108. è tal, che li altri non sono il centesmo: 109. ché tu intrasti povero e digiuno 110. in campo, a seminar la buona pianta 111. che fu già vite e ora è fatta pruno». 112. Finito questo, l’alta corte santa 113. risonò per le spere un “Dio laudamo” 114. ne la melode che là sù si canta. 115. E quel baron che sì di ramo in ramo, 116. essaminando, già tratto m’avea, 117. che a l’ultime fronde appressavamo, 118. ricominciò: «La Grazia, che donnea 119. con la tua mente, la bocca t’aperse 120. infino a qui come aprir si dovea, 121. sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; 122. ma or convien espremer quel che credi, 123. e onde a la credenza tua s’offerse». 124. «O santo padre, e spirito che vedi 125. ciò che credesti sì, che tu vincesti 126. ver’ lo sepulcro più giovani piedi», 127. comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti 128. la forma qui del pronto creder mio, 129. e anche la cagion di lui chiedesti. 130. E io rispondo: Io credo in uno Dio 131. solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, 132. non moto, con amore e con disio; 133. e a tal creder non ho io pur prove 134. fisice e metafisice, ma dalmi 135. anche la verità che quinci piove 136. per Moisè, per profeti e per salmi, 137. per l’Evangelio e per voi che scriveste 138. poi che l’ardente Spirto vi fé almi; 139. e credo in tre persone etterne, e queste 140. credo una essenza sì una e sì trina, 141. che soffera congiunto “sono” ed “este”. 142. De la profonda condizion divina 143. ch’io tocco mo, la mente mi sigilla 144. più volte l’evangelica dottrina. 145. Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla 146. che si dilata in fiamma poi vivace, 147. e come stella in cielo in me scintilla». 148. Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, 149. da indi abbraccia il servo, gratulando 150. per la novella, tosto ch’el si tace; 151. così, benedicendomi cantando, 152. tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, 153. l’appostolico lume al cui comando 154. io avea detto: sì nel dir li piacqui! |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXV |
|
![]() |
Se mai continga che ’l poema sacro … |
|
|
1. Se mai continga che ’l poema sacro 2. al quale ha posto mano e cielo e terra, 3. sì che m’ha fatto per molti anni macro, 4. vinca la crudeltà che fuor mi serra 5. del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, 6. nimico ai lupi che li danno guerra; 7. con altra voce omai, con altro vello 8. ritornerò poeta, e in sul fonte 9. del mio battesmo prenderò ’l cappello; 10. però che ne la fede, che fa conte 11. l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi 12. Pietro per lei sì mi girò la fronte. 13. Indi si mosse un lume verso noi 14. di quella spera ond’ uscì la primizia 15. che lasciò Cristo d’i vicari suoi; 16. e la mia donna, piena di letizia, 17. mi disse: «Mira, mira: ecco il barone 18. per cui là giù si vicita Galizia». 19. Sì come quando il colombo si pone 20. presso al compagno, l’uno a l’altro pande, 21. girando e mormorando, l’affezione; 22. così vid’ io l’un da l’altro grande 23. principe glorioso essere accolto, 24. laudando il cibo che là sù li prande. 25. Ma poi che ’l gratular si fu assolto, 26. tacito coram me ciascun s’affisse, 27. ignito sì che vincea ’l mio volto. 28. Ridendo allora Beatrice disse: 29. «Inclita vita per cui la larghezza 30. de la nostra basilica si scrisse, 31. fa risonar la spene in questa altezza: 32. tu sai, che tante fiate la figuri, 33. quante Iesù ai tre fé più carezza». 34. «Leva la testa e fa che t’assicuri: 35. che ciò che vien qua sù del mortal mondo, 36. convien ch’ai nostri raggi si maturi». 37. Questo conforto del foco secondo 38. mi venne; ond’ io levai li occhi a’ monti 39. che li ’ncurvaron pria col troppo pondo. 40. «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti 41. lo nostro Imperadore, anzi la morte, 42. ne l’aula più secreta co’ suoi conti, 43. sì che, veduto il ver di questa corte, 44. la spene, che là giù bene innamora, 45. in te e in altrui di ciò conforte, 46. di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora 47. la mente tua, e dì onde a te venne». 48. Così seguì ’l secondo lume ancora. 49. E quella pia che guidò le penne 50. de le mie ali a così alto volo, 51. a la risposta così mi prevenne: 52. «La Chiesa militante alcun figliuolo 53. non ha con più speranza, com’ è scritto 54. nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: 55. però li è conceduto che d’Egitto 53. vegna in Ierusalemme per vedere, 57. anzi che ’l militar li sia prescritto. 58. Li altri due punti, che non per sapere 59. son dimandati, ma perch’ ei rapporti 60. quanto questa virtù t’è in piacere, 61. a lui lasc’ io, ché non li saran forti 62. né di iattanza; ed elli a ciò risponda, 63. e la grazia di Dio ciò li comporti». 64. Come discente ch’a dottor seconda 65. pronto e libente in quel ch’elli è esperto, 66. perché la sua bontà si disasconda, 67. «Spene», diss’ io, «è uno attender certo 68. de la gloria futura, il qual produce 69. grazia divina e precedente merto. 70. Da molte stelle mi vien questa luce; 71. ma quei la distillò nel mio cor pria 72. che fu sommo cantor del sommo duce. 73. “Sperino in te”, ne la sua teodia 74. dice, “color che sanno il nome tuo”: 75. e chi nol sa, s’elli ha la fede mia? 76. Tu mi stillasti, con lo stillar suo, 77. ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, 78. e in altrui vostra pioggia repluo». 79. Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno 80. di quello incendio tremolava un lampo 81. sùbito e spesso a guisa di baleno. 82. Indi spirò: «L’amore ond’ io avvampo 83. ancor ver’ la virtù che mi seguette 84. infin la palma e a l’uscir del campo, 85. vuol ch’io respiri a te che ti dilette 86. di lei; ed emmi a grato che tu diche 87. quello che la speranza ti ’mpromette». 88. E io: «Le nove e le scritture antiche 89. pongon lo segno, ed esso lo mi addita, 90. de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. 91. Dice Isaia che ciascuna vestita 92. ne la sua terra fia di doppia vesta: 93. e la sua terra è questa dolce vita; 94. e ’l tuo fratello assai vie più digesta, 95. là dove tratta de le bianche stole, 96. questa revelazion ci manifesta». 97. E prima, appresso al fin d’este parole, 98. “Sperent in te” di sopr’ a noi s’udì; 99. a che rispuoser tutte le carole. 100. Poscia tra esse un lume si schiarì 101. sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, 102. l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì. 103. E come surge e va ed entra in ballo 104. vergine lieta, sol per fare onore 105. a la novizia, non per alcun fallo, 106. così vid’ io lo schiarato splendore 107. venire a’ due che si volgieno a nota 108. qual conveniesi al loro ardente amore. 109. Misesi lì nel canto e ne la rota; 110. e la mia donna in lor tenea l’aspetto, 111. pur come sposa tacita e immota. 112. «Questi è colui che giacque sopra ’l petto 113. del nostro pellicano, e questi fue 114. di su la croce al grande officio eletto». 115. La donna mia così; né però piùe 116. mosser la vista sua di stare attenta 117. poscia che prima le parole sue. 118. Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta 119. di vedere eclissar lo sole un poco, 120. che, per veder, non vedente diventa; 121. tal mi fec’ io a quell’ ultimo foco 122. mentre che detto fu: «Perché t’abbagli 123. per veder cosa che qui non ha loco? 124. In terra è terra il mio corpo, e saragli 125. tanto con li altri, che ’l numero nostro 126. con l’etterno proposito s’agguagli. 127. Con le due stole nel beato chiostro 128. son le due luci sole che saliro; 129. e questo apporterai nel mondo vostro». 130. A questa voce l’infiammato giro 131. si quietò con esso il dolce mischio 132. che si facea nel suon del trino spiro, 133. sì come, per cessar fatica o rischio, 134. li remi, pria ne l’acqua ripercossi, 135. tutti si posano al sonar d’un fischio. 136. Ahi quanto ne la mente mi commossi, 137. quando mi volsi per veder Beatrice, 138. per non poter veder, benché io fossi 139. presso di lei, e nel mondo felice! |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXVI |
|
![]() |
Mentr’ io dubbiava per lo viso spento … |
|
|
1. Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, 2. de la fulgida fiamma che lo spense 3. uscì un spiro che mi fece attento, 4. dicendo: «Intanto che tu ti risense 5. de la vista che hai in me consunta, 6. ben è che ragionando la compense. 7. Comincia dunque; e dì ove s’appunta 8. l’anima tua, e fa ragion che sia 9. la vista in te smarrita e non defunta: 10. perché la donna che per questa dia 11. region ti conduce, ha ne lo sguardo 12. la virtù ch’ebbe la man d’Anania». 13. Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo 14. vegna remedio a li occhi, che fuor porte 15. quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo. 16. Lo ben che fa contenta questa corte, 17. Alfa e O è di quanta scrittura 18. mi legge Amore o lievemente o forte». 19. Quella medesma voce che paura 20. tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, 21. di ragionare ancor mi mise in cura; 22. e disse: «Certo a più angusto vaglio 23. ti conviene schiarar: dicer convienti 24. chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio». 25. E io: «Per filosofici argomenti 26. e per autorità che quinci scende 27. cotale amor convien che in me si ’mprenti: 28. ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, 29. così accende amore, e tanto maggio 30. quanto più di bontate in sé comprende. 31. Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, 32. che ciascun ben che fuor di lei si trova 33. altro non è ch’un lume di suo raggio, 34. più che in altra convien che si mova 35. la mente, amando, di ciascun che cerne 36. il vero in che si fonda questa prova. 37. Tal vero a l’intelletto mio sterne 38. colui che mi dimostra il primo amore 39. di tutte le sustanze sempiterne. 40. Sternel la voce del verace autore, 41. che dice a Moisè, di sé parlando: 42. “Io ti farò vedere ogne valore”. 43. Sternilmi tu ancora, incominciando 44. l’alto preconio che grida l’arcano 45. di qui là giù sovra ogne altro bando». 46. E io udi’: «Per intelletto umano 47. e per autoritadi a lui concorde 48. d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. 49. Ma dì ancor se tu senti altre corde 50. tirarti verso lui, sì che tu suone 51. con quanti denti questo amor ti morde». 52. Non fu latente la santa intenzione 53. de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi 54. dove volea menar mia professione. 55. Però ricominciai: «Tutti quei morsi 53. che posson far lo cor volgere a Dio, 57. a la mia caritate son concorsi: 58. ché l’essere del mondo e l’esser mio, 59. la morte ch’el sostenne perch’ io viva, 60. e quel che spera ogne fedel com’ io, 61. con la predetta conoscenza viva, 62. tratto m’hanno del mar de l’amor torto, 63. e del diritto m’han posto a la riva. 64. Le fronde onde s’infronda tutto l’orto 65. de l’ortolano etterno, am’ io cotanto 66. quanto da lui a lor di bene è porto». 67. Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto 68. risonò per lo cielo, e la mia donna 69. dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». 70. E come a lume acuto si disonna 71. per lo spirto visivo che ricorre 72. a lo splendor che va di gonna in gonna, 73. e lo svegliato ciò che vede aborre, 74. sì nescia è la sùbita vigilia 75. fin che la stimativa non soccorre; 76. così de li occhi miei ogne quisquilia 77. fugò Beatrice col raggio d’i suoi, 78. che rifulgea da più di mille milia: 79. onde mei che dinanzi vidi poi; 80. e quasi stupefatto domandai 81. d’un quarto lume ch’io vidi tra noi. 82. E la mia donna: «Dentro da quei rai 83. vagheggia il suo fattor l’anima prima 84. che la prima virtù creasse mai». 85. Come la fronda che flette la cima 86. nel transito del vento, e poi si leva 87. per la propria virtù che la soblima, 88. fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, 89. stupendo, e poi mi rifece sicuro 90. un disio di parlare ond’ io ardeva. 91. E cominciai: «O pomo che maturo 92. solo prodotto fosti, o padre antico 93. a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, 94. divoto quanto posso a te supplìco 95. perché mi parli: tu vedi mia voglia, 96. e per udirti tosto non la dico». 97. Talvolta un animal coverto broglia, 98. sì che l’affetto convien che si paia 99. per lo seguir che face a lui la ’nvoglia; 100. e similmente l’anima primaia 101. mi facea trasparer per la coverta 102. quant’ ella a compiacermi venìa gaia. 103. Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta 104. da te, la voglia tua discerno meglio 105. che tu qualunque cosa t’è più certa; 106. perch’ io la veggio nel verace speglio 107. che fa di sé pareglio a l’altre cose, 108. e nulla face lui di sé pareglio. 109. Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose 110. ne l’eccelso giardino, ove costei 111. a così lunga scala ti dispuose, 112. e quanto fu diletto a li occhi miei, 113. e la propria cagion del gran disdegno, 114. e l’idioma ch’usai e che fei. 115. Or, figluol mio, non il gustar del legno 116. fu per sé la cagion di tanto essilio, 117. ma solamente il trapassar del segno. 118. Quindi onde mosse tua donna Virgilio, 119. quattromilia trecento e due volumi 120. di sol desiderai questo concilio; 121. e vidi lui tornare a tutt’ i lumi 122. de la sua strada novecento trenta 123. fiate, mentre ch’io in terra fu’mi. 124. La lingua ch’io parlai fu tutta spenta 125. innanzi che a l’ovra inconsummabile 126. fosse la gente di Nembròt attenta: 127. ché nullo effetto mai razionabile, 128. per lo piacere uman che rinovella 129. seguendo il cielo, sempre fu durabile. 130. Opera naturale è ch’uom favella; 131. ma così o così, natura lascia 132. poi fare a voi secondo che v’abbella. 133. Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, 134. I s’appellava in terra il sommo bene 135. onde vien la letizia che mi fascia; 136. e El si chiamò poi: e ciò convene, 137. ché l’uso d’i mortali è come fronda 138. in ramo, che sen va e altra vene. 139. Nel monte che si leva più da l’onda, 140. fu’ io, con vita pura e disonesta, 141. da la prim’ ora a quella che seconda, 142. come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXVII |
|
![]() |
Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo … |
|
|
1. «Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo», 2. cominciò, «gloria!», tutto ’l paradiso, 3. sì che m’inebriava il dolce canto. 4. Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso 5. de l’universo; per che mia ebbrezza 6. intrava per l’udire e per lo viso. 7. Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! 8. oh vita intègra d’amore e di pace! 9. oh sanza brama sicura ricchezza! 10. Dinanzi a li occhi miei le quattro face 11. stavano accese, e quella che pria venne 12. incominciò a farsi più vivace, 13. e tal ne la sembianza sua divenne, 14. qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte 15. fossero augelli e cambiassersi penne. 16. La provedenza, che quivi comparte 17. vice e officio, nel beato coro 18. silenzio posto avea da ogne parte, 19. quand’ io udi’: «Se io mi trascoloro, 20. non ti maravigliar, ché, dicend’ io, 21. vedrai trascolorar tutti costoro. 22. Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, 23. il luogo mio, il luogo mio, che vaca 24. ne la presenza del Figliuol di Dio, 25. fatt’ ha del cimitero mio cloaca 26. del sangue e de la puzza; onde ’l perverso 27. che cadde di qua sù, là giù si placa». 28. Di quel color che per lo sole avverso 29. nube dipigne da sera e da mane, 30. vid’ io allora tutto ’l ciel cosperso. 31. E come donna onesta che permane 32. di sé sicura, e per l’altrui fallanza, 33. pur ascoltando, timida si fane, 34. così Beatrice trasmutò sembianza; 35. e tale eclissi credo che ’n ciel fue 36. quando patì la supprema possanza. 37. Poi procedetter le parole sue 38. con voce tanto da sé trasmutata, 39. che la sembianza non si mutò piùe: 40. «Non fu la sposa di Cristo allevata 41. del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, 42. per essere ad acquisto d’oro usata; 43. ma per acquisto d’esto viver lieto 44. e Sisto e Pio e Calisto e Urbano 45. sparser lo sangue dopo molto fleto. 46. Non fu nostra intenzion ch’a destra mano 47. d’i nostri successor parte sedesse, 48. parte da l’altra del popol cristiano; 49. né che le chiavi che mi fuor concesse, 50. divenisser signaculo in vessillo 51. che contra battezzati combattesse; 52. né ch’io fossi figura di sigillo 53. a privilegi venduti e mendaci, 54. ond’ io sovente arrosso e disfavillo. 55. In vesta di pastor lupi rapaci 53. si veggion di qua sù per tutti i paschi: 57. o difesa di Dio, perché pur giaci? 58. Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 59. s’apparecchian di bere: o buon principio, 60. a che vil fine convien che tu caschi! 61. Ma l’alta provedenza, che con Scipio 62. difese a Roma la gloria del mondo, 63. soccorrà tosto, sì com’ io concipio; 64. e tu, figliuol, che per lo mortal pondo 65. ancor giù tornerai, apri la bocca, 66. e non asconder quel ch’io non ascondo». 67. Sì come di vapor gelati fiocca 68. in giuso l’aere nostro, quando ’l corno 69. de la capra del ciel col sol si tocca, 70. in sù vid’ io così l’etera addorno 71. farsi e fioccar di vapor triunfanti 72. che fatto avien con noi quivi soggiorno. 73. Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, 74. e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, 75. li tolse il trapassar del più avanti. 76. Onde la donna, che mi vide assolto 77. de l’attendere in sù, mi disse: «Adima 78. il viso e guarda come tu se’ vòlto». 79. Da l’ora ch’io avea guardato prima 80. i’ vidi mosso me per tutto l’arco 81. che fa dal mezzo al fine il primo clima; 82. sì ch’io vedea di là da Gade il varco 83. folle d’Ulisse, e di qua presso il lito 84. nel qual si fece Europa dolce carco. 85. E più mi fora discoverto il sito 86. di questa aiuola; ma ’l sol procedea 87. sotto i mie’ piedi un segno e più partito. 88. La mente innamorata, che donnea 89. con la mia donna sempre, di ridure 90. ad essa li occhi più che mai ardea; 91. e se natura o arte fé pasture 92. da pigliare occhi, per aver la mente, 93. in carne umana o ne le sue pitture, 94. tutte adunate, parrebber niente 95. ver’ lo piacer divin che mi refulse, 96. quando mi volsi al suo viso ridente. 97. E la virtù che lo sguardo m’indulse, 98. del bel nido di Leda mi divelse, 99. e nel ciel velocissimo m’impulse. 100. Le parti sue vivissime ed eccelse 101. sì uniforme son, ch’i’ non so dire 102. qual Beatrice per loco mi scelse. 103. Ma ella, che vedea ’l mio disire, 104. incominciò, ridendo tanto lieta, 105. che Dio parea nel suo volto gioire: 106. «La natura del mondo, che quieta 107. il mezzo e tutto l’altro intorno move, 108. quinci comincia come da sua meta; 109. e questo cielo non ha altro dove 110. che la mente divina, in che s’accende 111. l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. 112. Luce e amor d’un cerchio lui comprende, 113. sì come questo li altri; e quel precinto 114. colui che ’l cinge solamente intende. 115. Non è suo moto per altro distinto, 116. ma li altri son mensurati da questo, 117. sì come diece da mezzo e da quinto; 118. e come il tempo tegna in cotal testo 119. le sue radici e ne li altri le fronde, 120. omai a te può esser manifesto. 121. Oh cupidigia che i mortali affonde 122. sì sotto te, che nessuno ha podere 123. di trarre li occhi fuor de le tue onde! 124. Ben fiorisce ne li uomini il volere; 125. ma la pioggia continua converte 126. in bozzacchioni le sosine vere. 127. Fede e innocenza son reperte 128. solo ne’ parvoletti; poi ciascuna 129. pria fugge che le guance sian coperte. 130. Tale, balbuziendo ancor, digiuna, 131. che poi divora, con la lingua sciolta, 132. qualunque cibo per qualunque luna; 133. e tal, balbuziendo, ama e ascolta 134. la madre sua, che, con loquela intera, 135. disia poi di vederla sepolta. 136. Così si fa la pelle bianca nera 137. nel primo aspetto de la bella figlia 138. di quel ch’apporta mane e lascia sera. 139. Tu, perché non ti facci maraviglia, 140. pensa che ’n terra non è chi governi; 141. onde sì svia l’umana famiglia. 142. Ma prima che gennaio tutto si sverni 143. per la centesma ch’è là giù negletta, 144. raggeran sì questi cerchi superni, 145. che la fortuna che tanto s’aspetta, 146. le poppe volgerà u’ son le prore, 147. sì che la classe correrà diretta; 148. e vero frutto verrà dopo ’l fiore». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXVIII |
|
![]() |
Poscia che ’ncontro a la vita presente … |
|
|
1. Poscia che ’ncontro a la vita presente 2. d’i miseri mortali aperse ’l vero 3. quella che ’mparadisa la mia mente, 4. come in lo specchio fiamma di doppiero 5. vede colui che se n’alluma retro, 6. prima che l’abbia in vista o in pensiero, 7. e sé rivolge per veder se ’l vetro 8. li dice il vero, e vede ch’el s’accorda 9. con esso come nota con suo metro; 10. così la mia memoria si ricorda 11. ch’io feci riguardando ne’ belli occhi 12. onde a pigliarmi fece Amor la corda. 13. E com’ io mi rivolsi e furon tocchi 14. li miei da ciò che pare in quel volume, 15. quandunque nel suo giro ben s’adocchi, 16. un punto vidi che raggiava lume 17. acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca 18. chiuder conviensi per lo forte acume; 19. e quale stella par quinci più poca, 20. parrebbe luna, locata con esso 21. come stella con stella si collòca. 22. Forse cotanto quanto pare appresso 23. alo cigner la luce che ’l dipigne 24. quando ’l vapor che ’l porta più è spesso, 25. distante intorno al punto un cerchio d’igne 26. si girava sì ratto, ch’avria vinto 27. quel moto che più tosto il mondo cigne; 28. e questo era d’un altro circumcinto, 29. e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, 30. dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. 31. Sopra seguiva il settimo sì sparto 32. già di larghezza, che ’l messo di Iuno 33. intero a contenerlo sarebbe arto. 34. Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno 35. più tardo si movea, secondo ch’era 36. in numero distante più da l’uno; 37. e quello avea la fiamma più sincera 38. cui men distava la favilla pura, 39. credo, però che più di lei s’invera. 40. La donna mia, che mi vedea in cura 41. forte sospeso, disse: «Da quel punto 42. depende il cielo e tutta la natura. 43. Mira quel cerchio che più li è congiunto; 44. e sappi che ’l suo muovere è sì tosto 45. per l’affocato amore ond’ elli è punto». 46. E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto 47. con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, 48. sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto; 49. ma nel mondo sensibile si puote 50. veder le volte tanto più divine, 51. quant’ elle son dal centro più remote. 52. Onde, se ’l mio disir dee aver fine 53. in questo miro e angelico templo 54. che solo amore e luce ha per confine, 55. udir convienmi ancor come l’essemplo 53. e l’essemplare non vanno d’un modo, 57. ché io per me indarno a ciò contemplo». 58. «Se li tuoi diti non sono a tal nodo 59. sufficienti, non è maraviglia: 60. tanto, per non tentare, è fatto sodo!». 61. Così la donna mia; poi disse: «Piglia 62. quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; 63. e intorno da esso t’assottiglia. 64. Li cerchi corporai sono ampi e arti 65. secondo il più e ’l men de la virtute 66. che si distende per tutte lor parti. 67. Maggior bontà vuol far maggior salute; 68. maggior salute maggior corpo cape, 69. s’elli ha le parti igualmente compiute. 70. Dunque costui che tutto quanto rape 71. l’altro universo seco, corrisponde 72. al cerchio che più ama e che più sape: 73. per che, se tu a la virtù circonde 74. la tua misura, non a la parvenza 75. de le sustanze che t’appaion tonde, 76. tu vederai mirabil consequenza 77. di maggio a più e di minore a meno, 78. in ciascun cielo, a sua intelligenza». 79. Come rimane splendido e sereno 80. l’emisperio de l’aere, quando soffia 81. Borea da quella guancia ond’ è più leno, 82. per che si purga e risolve la roffia 83. che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride 84. con le bellezze d’ogne sua paroffia; 85. così fec’io, poi che mi provide 86. la donna mia del suo risponder chiaro, 87. e come stella in cielo il ver si vide. 88. E poi che le parole sue restaro, 89. non altrimenti ferro disfavilla 90. che bolle, come i cerchi sfavillaro. 91. L’incendio suo seguiva ogne scintilla; 92. ed eran tante, che ’l numero loro 93. più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla. 94. Io sentiva osannar di coro in coro 95. al punto fisso che li tiene a li ubi, 96. e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. 97. E quella che vedea i pensier dubi 98. ne la mia mente, disse: «I cerchi primi 99. t’hanno mostrato Serafi e Cherubi. 100. Così veloci seguono i suoi vimi, 101. per somigliarsi al punto quanto ponno; 102. e posson quanto a veder son soblimi. 103. Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, 104. si chiaman Troni del divino aspetto, 105. per che ’l primo ternaro terminonno; 106. e dei saper che tutti hanno diletto 107. quanto la sua veduta si profonda 108. nel vero in che si queta ogne intelletto. 109. Quinci si può veder come si fonda 110. l’esser beato ne l’atto che vede, 111. non in quel ch’ama, che poscia seconda; 112. e del vedere è misura mercede, 113. che grazia partorisce e buona voglia: 114. così di grado in grado si procede. 115. L’altro ternaro, che così germoglia 116. in questa primavera sempiterna 117. che notturno Arïete non dispoglia, 118. Perpetualemente “Osanna” sberna 119. con tre melode, che suonano in tree 120. ordini di letizia onde s’interna. 121. In essa gerarcia son l’altre dee: 122. prima Dominazioni, e poi Virtudi; 123. l’ordine terzo di Podestadi èe. 124. Poscia ne’ due penultimi tripudi 125. Principati e Arcangeli si girano; 126. l’ultimo è tutto d’Angelici ludi. 127. Questi ordini di sù tutti s’ammirano, 128. e di giù vincon sì, che verso Dio 129. tutti tirati sono e tutti tirano. 130. E Dionisio con tanto disio 131. a contemplar questi ordini si mise, 132. che li nomò e distinse com’ io. 133. Ma Gregorio da lui poi si divise; 134. onde, sì tosto come li occhi aperse 135. in questo ciel, di sé medesmo rise. 136. E se tanto secreto ver proferse 137. mortale in terra, non voglio ch’ammiri: 138. ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse 139. con altro assai del ver di questi giri». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXIX |
|
![]() |
Quando ambedue li figli di Latona … |
|
|
1. Quando ambedue li figli di Latona, 2. coperti del Montone e de la Libra, 3. fanno de l’orizzonte insieme zona, 4. quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra 5. infin che l’uno e l’altro da quel cinto, 6. cambiando l’emisperio, si dilibra, 7. tanto, col volto di riso dipinto, 8. si tacque Beatrice, riguardando 9. fiso nel punto che m’avea vinto. 10. Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, 11. quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto 12. là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. 13. Non per aver a sé di bene acquisto, 14. ch’esser non può, ma perché suo splendore 15. potesse, risplendendo, dir “Subsisto”, 16. in sua etternità di tempo fore, 17. fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, 18. s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. 19. Né prima quasi torpente si giacque; 20. ché né prima né poscia procedette 21. lo discorrer di Dio sovra quest’ acque. 22. Forma e materia, congiunte e purette, 23. usciro ad esser che non avia fallo, 24. come d’arco tricordo tre saette. 25. E come in vetro, in ambra o in cristallo 26. raggio resplende sì, che dal venire 27. a l’esser tutto non è intervallo, 28. così ’l triforme effetto del suo sire 29. ne l’esser suo raggiò insieme tutto 30. sanza distinzione in essordire. 31. Concreato fu ordine e costrutto 32. a le sustanze; e quelle furon cima 33. nel mondo in che puro atto fu produtto; 34. pura potenza tenne la parte ima; 35. nel mezzo strinse potenza con atto 36. tal vime, che già mai non si divima. 37. Ieronimo vi scrisse lungo tratto 38. di secoli de li angeli creati 39. anzi che l’altro mondo fosse fatto; 40. ma questo vero è scritto in molti lati 41. da li scrittor de lo Spirito Santo, 42. e tu te n’avvedrai se bene agguati; 43. e anche la ragione il vede alquanto, 44. che non concederebbe che ’ motori 45. sanza sua perfezion fosser cotanto. 46. Or sai tu dove e quando questi amori 47. furon creati e come: sì che spenti 48. nel tuo disio già son tre ardori. 49. Né giugneriesi, numerando, al venti 50. sì tosto, come de li angeli parte 51. turbò il suggetto d’i vostri alimenti. 52. L’altra rimase, e cominciò quest’ arte 53. che tu discerni, con tanto diletto, 54. che mai da circuir non si diparte. 55. Principio del cader fu il maladetto 53. superbir di colui che tu vedesti 57. da tutti i pesi del mondo costretto. 58. Quelli che vedi qui furon modesti 59. a riconoscer sé da la bontate 60. che li avea fatti a tanto intender presti: 61. per che le viste lor furo essaltate 62. con grazia illuminante e con lor merto, 63. si c’hanno ferma e piena volontate; 64. e non voglio che dubbi, ma sia certo, 65. che ricever la grazia è meritorio 66. secondo che l’affetto l’è aperto. 67. Omai dintorno a questo consistorio 68. puoi contemplare assai, se le parole 69. mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio. 70. Ma perché ’n terra per le vostre scole 71. si legge che l’angelica natura 72. è tal, che ’ntende e si ricorda e vole, 73. ancor dirò, perché tu veggi pura 74. la verità che là giù si confonde, 75. equivocando in sì fatta lettura. 76. Queste sustanze, poi che fur gioconde 77. de la faccia di Dio, non volser viso 78. da essa, da cui nulla si nasconde: 79. però non hanno vedere interciso 80. da novo obietto, e però non bisogna 81. rememorar per concetto diviso; 82. sì che là giù, non dormendo, si sogna, 83. credendo e non credendo dicer vero; 84. ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. 85. Voi non andate giù per un sentiero 86. filosofando: tanto vi trasporta 87. l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! 88. E ancor questo qua sù si comporta 89. con men disdegno che quando è posposta 90. la divina Scrittura o quando è torta. 91. Non vi si pensa quanto sangue costa 92. seminarla nel mondo e quanto piace 93. chi umilmente con essa s’accosta. 94. Per apparer ciascun s’ingegna e face 95. sue invenzioni; e quelle son trascorse 96. da’ predicanti e ’l Vangelio si tace. 97. Un dice che la luna si ritorse 98. ne la passion di Cristo e s’interpuose, 99. per che ’l lume del sol giù non si porse; 100. e mente, ché la luce si nascose 101. da sé: però a li Spani e a l’Indi 102. come a’ Giudei tale eclissi rispuose. 103. Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi 104. quante sì fatte favole per anno 105. in pergamo si gridan quinci e quindi: 106. sì che le pecorelle, che non sanno, 107. tornan del pasco pasciute di vento, 108. e non le scusa non veder lo danno. 109. Non disse Cristo al suo primo convento: 110. “Andate, e predicate al mondo ciance”; 111. ma diede lor verace fondamento; 112. e quel tanto sonò ne le sue guance, 113. sì ch’a pugnar per accender la fede 114. de l’Evangelio fero scudo e lance. 115. Ora si va con motti e con iscede 116. a predicare, e pur che ben si rida, 117. gonfia il cappuccio e più non si richiede. 118. Ma tale uccel nel becchetto s’annida, 119. che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe 120. la perdonanza di ch’el si confida: 121. per cui tanta stoltezza in terra crebbe, 122. che, sanza prova d’alcun testimonio, 123. ad ogne promession si correrebbe. 124. Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, 125. e altri assai che sono ancor più porci, 126. pagando di moneta sanza conio. 127. Ma perché siam digressi assai, ritorci 128. li occhi oramai verso la dritta strada, 129. sì che la via col tempo si raccorci. 130. Questa natura sì oltre s’ingrada 131. in numero, che mai non fu loquela 132. né concetto mortal che tanto vada; 133. e se tu guardi quel che si revela 134. per Daniel, vedrai che ’n sue migliaia 135. determinato numero si cela. 136. La prima luce, che tutta la raia, 137. per tanti modi in essa si recepe, 138. quanti son li splendori a chi s’appaia. 139. Onde, però che a l’atto che concepe 140. segue l’affetto, d’amar la dolcezza 141. diversamente in essa ferve e tepe. 142. Vedi l’eccelso omai e la larghezza 143. de l’etterno valor, poscia che tanti 144. speculi fatti s’ha in che si spezza, 145. uno manendo in sé come davanti». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXX |
|
![]() |
Quando il settentrion del primo cielo … |
|
|
1. Forse semilia miglia di lontano 2. ci ferve l’ora sesta, e questo mondo 3. china già l’ombra quasi al letto piano, 4. quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, 5. comincia a farsi tal, ch’alcuna stella 6. perde il parere infino a questo fondo; 7. e come vien la chiarissima ancella 8. del sol più oltre, così ’l ciel si chiude 9. di vista in vista infino a la più bella. 10. Non altrimenti il triunfo che lude 11. sempre dintorno al punto che mi vinse, 12. parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, 13. a poco a poco al mio veder si stinse: 14. per che tornar con li occhi a Beatrice 15. nulla vedere e amor mi costrinse. 16. Se quanto infino a qui di lei si dice 17. fosse conchiuso tutto in una loda, 18. poca sarebbe a fornir questa vice. 19. La bellezza ch’io vidi si trasmoda 20. non pur di là da noi, ma certo io credo 21. che solo il suo fattor tutta la goda. 22. Da questo passo vinto mi concedo 23. più che già mai da punto di suo tema 24. soprato fosse comico o tragedo: 25. ché, come sole in viso che più trema, 26. così lo rimembrar del dolce riso 27. la mente mia da me medesmo scema. 28. Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso 29. in questa vita, infino a questa vista, 30. non m’è il seguire al mio cantar preciso; 31. ma or convien che mio seguir desista 32. più dietro a sua bellezza, poetando, 33. come a l’ultimo suo ciascuno artista. 34. Cotal qual io lascio a maggior bando 35. che quel de la mia tuba, che deduce 36. l’ardua sua matera terminando, 37. con atto e voce di spedito duce 38. ricominciò: «Noi siamo usciti fore 39. del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: 40. luce intellettual, piena d’amore; 41. amor di vero ben, pien di letizia; 42. letizia che trascende ogne dolzore. 43. Qui vederai l’una e l’altra milizia 44. di paradiso, e l’una in quelli aspetti 45. che tu vedrai a l’ultima giustizia». 46. Come sùbito lampo che discetti 47. li spiriti visivi, sì che priva 48. da l’atto l’occhio di più forti obietti, 49. così mi circunfulse luce viva, 50. e lasciommi fasciato di tal velo 51. del suo fulgor, che nulla m’appariva. 52. «Sempre l’amor che queta questo cielo 53. accoglie in sé con sì fatta salute, 54. per far disposto a sua fiamma il candelo». 55. Non fur più tosto dentro a me venute 53. queste parole brievi, ch’io compresi 57. me sormontar di sopr’ a mia virtute; 58. e di novella vista mi raccesi 59. tale, che nulla luce è tanto mera, 60. che li occhi miei non si fosser difesi; 61. e vidi lume in forma di rivera 62. fulvido di fulgore, intra due rive 63. dipinte di mirabil primavera. 64. Di tal fiumana uscian faville vive, 65. e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, 66. quasi rubin che oro circunscrive; 67. poi, come inebriate da li odori, 68. riprofondavan sé nel miro gurge, 69. e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. 70. «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, 71. d’aver notizia di ciò che tu vei, 72. tanto mi piace più quanto più turge; 73. ma di quest’ acqua convien che tu bei 74. prima che tanta sete in te si sazi»: 75. così mi disse il sol de li occhi miei. 76. Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi 77. ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe 78. son di lor vero umbriferi prefazi. 79. Non che da sé sian queste cose acerbe; 80. ma è difetto da la parte tua, 81. che non hai viste ancor tanto superbe». 82. Non è fantin che sì sùbito rua 83. col volto verso il latte, se si svegli 84. molto tardato da l’usanza sua, 85. come fec’ io, per far migliori spegli 86. ancor de li occhi, chinandomi a l’onda 87. che si deriva perché vi s’immegli; 88. e sì come di lei bevve la gronda 89. de le palpebre mie, così mi parve 90. di sua lunghezza divenuta tonda. 91. Poi, come gente stata sotto larve, 92. che pare altro che prima, se si sveste 93. la sembianza non sua in che disparve, 94. così mi si cambiaro in maggior feste 95. li fiori e le faville, sì ch’io vidi 96. ambo le corti del ciel manifeste. 97. O isplendor di Dio, per cu’ io vidi 98. l’alto triunfo del regno verace, 99. dammi virtù a dir com’ io il vidi! 100. Lume è là sù che visibile face 101. lo creatore a quella creatura 102. che solo in lui vedere ha la sua pace. 103. E’ si distende in circular figura, 104. in tanto che la sua circunferenza 105. sarebbe al sol troppo larga cintura. 106. Fassi di raggio tutta sua parvenza 107. reflesso al sommo del mobile primo, 108. che prende quindi vivere e potenza. 109. E come clivo in acqua di suo imo 110. si specchia, quasi per vedersi addorno, 111. quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, 112. sì, soprastando al lume intorno intorno, 113. vidi specchiarsi in più di mille soglie 114. quanto di noi là sù fatto ha ritorno. 115. E se l’infimo grado in sé raccoglie 116. sì grande lume, quanta è la larghezza 117. di questa rosa ne l’estreme foglie! 118. La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza 119. non si smarriva, ma tutto prendeva 120. il quanto e ’l quale di quella allegrezza. 121. Presso e lontano, lì, né pon né leva: 122. ché dove Dio sanza mezzo governa, 123. la legge natural nulla rileva. 124. Nel giallo de la rosa sempiterna, 125. che si digrada e dilata e redole 126. odor di lode al sol che sempre verna, 127. qual è colui che tace e dicer vole, 128. mi trasse Beatrice, e disse: «Mira 129. quanto è ’l convento de le bianche stole! 130. Vedi nostra città quant’ ella gira; 131. vedi li nostri scanni sì ripieni, 132. che poca gente più ci si disira. 133. E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni 134. per la corona che già v’è sù posta, 135. prima che tu a queste nozze ceni, 136. sederà l’alma, che fia giù agosta, 137. de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia 138. verrà in prima ch’ella sia disposta. 139. La cieca cupidigia che v’ammalia 140. simili fatti v’ha al fantolino 141. che muor per fame e caccia via la balia. 142. E fia prefetto nel foro divino 143. allora tal, che palese e coverto 144. non anderà con lui per un cammino. 145. Ma poco poi sarà da Dio sofferto 146. nel santo officio; ch’el sarà detruso 147. là dove Simon mago è per suo merto, 148. e farà quel d’Alagna intrar più giuso». |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXXI |
|
![]() |
In forma dunque di candida rosa … |
|
|
1. In forma dunque di candida rosa 2. mi si mostrava la milizia santa 3. che nel suo sangue Cristo fece sposa; 4. ma l’altra, che volando vede e canta 5. la gloria di colui che la ’nnamora 6. e la bontà che la fece cotanta, 7. sì come schiera d’ape che s’infiora 8. una fiata e una si ritorna 9. là dove suo laboro s’insapora, 10. nel gran fior discendeva che s’addorna 11. di tante foglie, e quindi risaliva 12. là dove ’l suo amor sempre soggiorna. 13. Le facce tutte avean di fiamma viva 14. e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, 15. che nulla neve a quel termine arriva. 16. Quando scendean nel fior, di banco in banco 17. porgevan de la pace e de l’ardore 18. ch’elli acquistavan ventilando il fianco. 19. Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore 20. di tanta moltitudine volante 21. impediva la vista e lo splendore: 22. ché la luce divina è penetrante 23. per l’universo secondo ch’è degno, 24. sì che nulla le puote essere ostante. 25. Questo sicuro e gaudioso regno, 26. frequente in gente antica e in novella, 27. viso e amore avea tutto ad un segno. 28. O trina luce che ’n unica stella 29. scintillando a lor vista, sì li appaga! 30. guarda qua giuso a la nostra procella! 31. Se i barbari, venendo da tal plaga 32. che ciascun giorno d’Elice si cuopra, 33. rotante col suo figlio ond’ ella è vaga, 34. veggendo Roma e l’ardua sua opra, 35. stupefaciensi, quando Laterano 36. a le cose mortali andò di sopra; 37. io, che al divino da l’umano, 38. a l’etterno dal tempo era venuto, 39. e di Fiorenza in popol giusto e sano, 40. di che stupor dovea esser compiuto! 41. Certo tra esso e ’l gaudio mi facea 42. libito non udire e starmi muto. 43. E quasi peregrin che si ricrea 44. nel tempio del suo voto riguardando, 45. e spera già ridir com’ ello stea, 46. su per la viva luce passeggiando, 47. menava io li occhi per li gradi, 48. mo sù, mo giù e mo recirculando. 49. Vedea visi a carità suadi, 50. d’altrui lume fregiati e di suo riso, 51. e atti ornati di tutte onestadi. 52. La forma general di paradiso 53. già tutta mio sguardo avea compresa, 54. in nulla parte ancor fermato fiso; 55. e volgeami con voglia riaccesa 53. per domandar la mia donna di cose 57. di che la mente mia era sospesa. 58. Uno intendea, e altro mi rispuose: 59. credea veder Beatrice e vidi un sene 60. vestito con le genti gloriose. 61. Diffuso era per li occhi e per le gene 62. di benigna letizia, in atto pio 63. quale a tenero padre si convene. 64. E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. 65. Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro 66. mosse Beatrice me del loco mio; 67. e se riguardi sù nel terzo giro 68. dal sommo grado, tu la rivedrai 69. nel trono che suoi merti le sortiro». 70. Sanza risponder, li occhi sù levai, 71. e vidi lei che si facea corona 72. reflettendo da sé li etterni rai. 73. Da quella region che più sù tona 74. occhio mortale alcun tanto non dista, 75. qualunque in mare più giù s’abbandona, 76. quanto lì da Beatrice la mia vista; 77. ma nulla mi facea, ché sua effige 78. non discendea a me per mezzo mista. 79. «O donna in cui la mia speranza vige, 80. e che soffristi per la mia salute 81. in inferno lasciar le tue vestige, 82. di tante cose quant’ i’ ho vedute, 83. dal tuo podere e da la tua bontate 84. riconosco la grazia e la virtute. 85. Tu m’hai di servo tratto a libertate 86. per tutte quelle vie, per tutt’ i modi 87. che di ciò fare avei la potestate. 88. La tua magnificenza in me custodi, 89. sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, 90. piacente a te dal corpo si disnodi». 91. Così orai; e quella, sì lontana 92. come parea, sorrise e riguardommi; 93. poi si tornò a l’etterna fontana. 94. E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi 95. perfettamente», disse, «il tuo cammino, 96. a che priego e amor santo mandommi, 97. vola con li occhi per questo giardino; 98. ché veder lui t’acconcerà lo sguardo 99. più al montar per lo raggio divino. 100. E la regina del cielo, ond’ io ardo 101. tutto d’amor, ne farà ogne grazia, 102. però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo». 103. Qual è colui che forse di Croazia 104. viene a veder la Veronica nostra, 105. che per l’antica fame non sen sazia, 106. ma dice nel pensier, fin che si mostra: 107. “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, 108. or fu sì fatta la sembianza vostra?”; 109. tal era io mirando la vivace 110. carità di colui che ’n questo mondo, 111. contemplando, gustò di quella pace. 112. «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», 113. cominciò elli, «non ti sarà noto, 114. tenendo li occhi pur qua giù al fondo; 115. ma guarda i cerchi infino al più remoto, 116. tanto che veggi seder la regina 117. cui questo regno è suddito e devoto». 118. Io levai li occhi; e come da mattina 119. la parte oriental de l’orizzonte 120. soverchia quella dove ’l sol declina, 121. così, quasi di valle andando a monte 122. con li occhi, vidi parte ne lo stremo 123. vincer di lume tutta l’altra fronte. 124. E come quivi ove s’aspetta il temo 125. che mal guidò Fetonte, più s’infiamma, 126. e quinci e quindi il lume si fa scemo, 127. così quella pacifica oriafiamma 128. nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte 129. per igual modo allentava la fiamma; 130. e a quel mezzo, con le penne sparte, 131. vid’ io più di mille angeli festanti, 132. ciascun distinto di fulgore e d’arte. 133. Vidi a lor giochi quivi e a lor canti 134. ridere una bellezza, che letizia 135. era ne li occhi a tutti li altri santi; 136. e s’io avessi in dir tanta divizia 137. quanta ad imaginar, non ardirei 138. lo minimo tentar di sua delizia. 139. Bernardo, come vide li occhi miei 140. nel caldo suo caler fissi e attenti, 141. li suoi con tanto affetto volse a lei, 142. che ’ miei di rimirar fé più ardenti. |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXXII |
|
![]() |
Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti … |
|
|
1. Affetto al suo piacer, quel contemplante 2. libero officio di dottore assunse, 3. e cominciò queste parole sante: 4. «La piaga che Maria richiuse e unse, 5. quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi 6. è colei che l’aperse e che la punse. 7. Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, 8. siede Rachel di sotto da costei 9. con Beatrice, sì come tu vedi. 10. Sarra e Rebecca, Iudìt e colei 11. che fu bisava al cantor che per doglia 12. del fallo disse “Miserere mei”, 13. puoi tu veder così di soglia in soglia 14. giù digradar, com’ io ch’a proprio nome 15. vo per la rosa giù di foglia in foglia. 16. E dal settimo grado in giù, sì come 17. infino ad esso, succedono Ebree, 18. dirimendo del fior tutte le chiome; 19. perché, secondo lo sguardo che fée 20. la fede in Cristo, queste sono il muro 21. a che si parton le sacre scalee. 22. Da questa parte onde ’l fiore è maturo 23. di tutte le sue foglie, sono assisi 24. quei che credettero in Cristo venturo; 25. da l’altra parte onde sono intercisi 26. di vòti i semicirculi, si stanno 27. quei ch’a Cristo venuto ebber li visi. 28. E come quinci il glorioso scanno 29. de la donna del cielo e li altri scanni 30. di sotto lui cotanta cerna fanno, 31. così di contra quel del gran Giovanni, 32. che sempre santo ’l diserto e ’l martiro 33. sofferse, e poi l’inferno da due anni; 34. e sotto lui così cerner sortiro 35. Francesco, Benedetto e Augustino 36. e altri fin qua giù di giro in giro. 37. Or mira l’alto proveder divino: 38. ché l’uno e l’altro aspetto de la fede 39. igualmente empierà questo giardino. 40. E sappi che dal grado in giù che fiede 41. a mezzo il tratto le due discrezioni, 42. per nullo proprio merito si siede, 43. ma per l’altrui, con certe condizioni: 44. ché tutti questi son spiriti ascolti 45. prima ch’avesser vere elezioni. 46. Ben te ne puoi accorger per li volti 47. e anche per le voci puerili, 48. se tu li guardi bene e se li ascolti. 49. Or dubbi tu e dubitando sili; 50. ma io discioglierò ’l forte legame 51. in che ti stringon li pensier sottili. 52. Dentro a l’ampiezza di questo reame 53. casual punto non puote aver sito, 54. se non come tristizia o sete o fame: 55. ché per etterna legge è stabilito 53. quantunque vedi, sì che giustamente 57. ci si risponde da l’anello al dito; 58. e però questa festinata gente 59. a vera vita non è sine causa 60. intra sé qui più e meno eccellente. 61. Lo rege per cui questo regno pausa 62. in tanto amore e in tanto diletto, 63. che nulla volontà è di più ausa, 64. le menti tutte nel suo lieto aspetto 65. creando, a suo piacer di grazia dota 66. diversamente; e qui basti l’effetto. 67. E ciò espresso e chiaro vi si nota 68. ne la Scrittura santa in quei gemelli 69. che ne la madre ebber l’ira commota. 70. Però, secondo il color d’i capelli, 71. di cotal grazia l’altissimo lume 72. degnamente convien che s’incappelli. 73. Dunque, sanza mercé di lor costume, 74. locati son per gradi differenti, 75. sol differendo nel primiero acume. 76. Bastavasi ne’ secoli recenti 77. con l’innocenza, per aver salute, 78. solamente la fede d’i parenti; 79. poi che le prime etadi fuor compiute, 80. convenne ai maschi a l’innocenti penne 81. per circuncidere acquistar virtute; 82. ma poi che ’l tempo de la grazia venne, 83. sanza battesmo perfetto di Cristo 84. tale innocenza là giù si ritenne. 85. Riguarda omai ne la faccia che a Cristo 86. più si somiglia, ché la sua chiarezza 87. sola ti può disporre a veder Cristo». 88. Io vidi sopra lei tanta allegrezza 89. piover, portata ne le menti sante 90. create a trasvolar per quella altezza, 91. che quantunque io avea visto davante, 92. di tanta ammirazion non mi sospese, 93. né mi mostrò di Dio tanto sembiante; 94. e quello amor che primo lì discese, 95. Cantando “Ave, Maria, gratia plena”, 96. dinanzi a lei le sue ali distese. 97. Rispuose a la divina cantilena 98. da tutte parti la beata corte, 99. sì ch’ogne vista sen fé più serena. 100. «O santo padre, che per me comporte 101. l’esser qua giù, lasciando il dolce loco 102. nel qual tu siedi per etterna sorte, 103. qual è quell’ angel che con tanto gioco 104. guarda ne li occhi la nostra regina, 105. innamorato sì che par di foco?». 106. Così ricorsi ancora a la dottrina 107. di colui ch’abbelliva di Maria, 108. come del sole stella mattutina. 109. Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria 110. quant’ esser puote in angelo e in alma, 111. tutta è in lui; e sì volem che sia, 112. perch’ elli è quelli che portò la palma 113. giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio 114. carcar si volse de la nostra salma. 115. Ma vieni omai con li occhi sì com’ io 116. andrò parlando, e nota i gran patrici 117. di questo imperio giustissimo e pio. 118. Quei due che seggon là sù più felici 119. per esser propinquissimi ad Agusta, 120. son d’esta rosa quasi due radici: 121. colui che da sinistra le s’aggiusta 122. è il padre per lo cui ardito gusto 123. l’umana specie tanto amaro gusta; 124. dal destro vedi quel padre vetusto 125. di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi 126. raccomandò di questo fior venusto. 127. E quei che vide tutti i tempi gravi, 128. pria che morisse, de la bella sposa 129. che s’acquistò con la lancia e coi clavi, 130. siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa 131. quel duca sotto cui visse di manna 132. la gente ingrata, mobile e retrosa. 133. Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, 134. tanto contenta di mirar sua figlia, 135. che non move occhio per cantare osanna; 136. e contro al maggior padre di famiglia 137. siede Lucia, che mosse la tua donna 138. quando chinavi, a rovinar, le ciglia. 139. Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, 140. qui farem punto, come buon sartore 141. che com’ elli ha del panno fa la gonna; 142. e drizzeremo li occhi al primo amore, 143. sì che, guardando verso lui, penètri 144. quant’ è possibil per lo suo fulgore. 145. Veramente, ne forse tu t’arretri 146. movendo l’ali tue, credendo oltrarti, 147. orando grazia conven che s’impetri 148. grazia da quella che puote aiutarti; 149. e tu mi seguirai con l’affezione, 150. sì che dal dicer mio lo cor non parti». 151. E cominciò questa santa orazione: |
||
| ⇱ | Paradiso – Canto XXXIII |
|
![]() |
Vergine Madre, figlia del tuo figlio … |
|
|
1. «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 2. umile e alta più che creatura, 3. termine fisso d’etterno consiglio, 4. tu se’ colei che l’umana natura 5. nobilitasti sì, che ’l suo fattore 6. non disdegnò di farsi sua fattura. 7. Nel ventre tuo si raccese l’amore, 8. per lo cui caldo ne l’etterna pace 9. così è germinato questo fiore. 10. Qui se’ a noi meridiana face 11. di caritate, e giuso, intra ’ mortali, 12. se’ di speranza fontana vivace. 13. Donna, se’ tanto grande e tanto vali, 14. che qual vuol grazia e a te non ricorre, 15. sua disianza vuol volar sanz’ ali. 16. La tua benignità non pur soccorre 17. a chi domanda, ma molte fiate 18. liberamente al dimandar precorre. 19. In te misericordia, in te pietate, 20. in te magnificenza, in te s’aduna 21. quantunque in creatura è di bontate. 22. Or questi, che da l’infima lacuna 23. de l’universo infin qui ha vedute 24. le vite spiritali ad una ad una, 25. supplica a te, per grazia, di virtute 26. tanto, che possa con li occhi levarsi 27. più alto verso l’ultima salute. 28. E io, che mai per mio veder non arsi 29. più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi 30. ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 31. perché tu ogne nube li disleghi 32. di sua mortalità co’ prieghi tuoi, 33. sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. 34. Ancor ti priego, regina, che puoi 35. ciò che tu vuoli, che conservi sani, 36. dopo tanto veder, li affetti suoi. 37. Vinca tua guardia i movimenti umani: 38. vedi Beatrice con quanti beati 39. per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 40. Li occhi da Dio diletti e venerati, 41. fissi ne l’orator, ne dimostraro 42. quanto i devoti prieghi le son grati; 43. indi a l’etterno lume s’addrizzaro, 44. nel qual non si dee creder che s’invii 45. per creatura l’occhio tanto chiaro. 46. E io ch’al fine di tutt’ i disii 47. appropinquava, sì com’ io dovea, 48. l’ardor del desiderio in me finii. 49. Bernardo m’accennava, e sorridea, 50. perch’ io guardassi suso; ma io era 51. già per me stesso tal qual ei volea: 52. ché la mia vista, venendo sincera, 53. e più e più intrava per lo raggio 54. de l’alta luce che da sé è vera. 55. Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 53. che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, 57. e cede la memoria a tanto oltraggio. 58. Qual è colui che sognando vede, 59. che dopo ’l sogno la passione impressa 60. rimane, e l’altro a la mente non riede, 61. cotal son io, ché quasi tutta cessa 62. mia visione, e ancor mi distilla 63. nel core il dolce che nacque da essa. 64. Così la neve al sol si disigilla; 65. così al vento ne le foglie levi 66. si perdea la sentenza di Sibilla. 67. O somma luce che tanto ti levi 68. da’ concetti mortali, a la mia mente 69. ripresta un poco di quel che parevi, 70. e fa la lingua mia tanto possente, 71. ch’una favilla sol de la tua gloria 72. possa lasciare a la futura gente; 73. ché, per tornare alquanto a mia memoria 74. e per sonare un poco in questi versi, 75. più si conceperà di tua vittoria. 76. Io credo, per l’acume ch’io soffersi 77. del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, 78. se li occhi miei da lui fossero aversi. 79. E’ mi ricorda ch’io fui più ardito 80. per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi 81. l’aspetto mio col valore infinito. 82. Oh abbondante grazia ond’ io presunsi 83. ficcar lo viso per la luce etterna, 84. tanto che la veduta vi consunsi! 85. Nel suo profondo vidi che s’interna, 86. legato con amore in un volume, 87. ciò che per l’universo si squaderna: 88. sustanze e accidenti e lor costume 89. quasi conflati insieme, per tal modo 90. che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. 91. La forma universal di questo nodo 92. credo ch’i’ vidi, perché più di largo, 93. dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. 94. Un punto solo m’è maggior letargo 95. che venticinque secoli a la ’mpresa 96. che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. 97. Così la mente mia, tutta sospesa, 98. mirava fissa, immobile e attenta, 99. e sempre di mirar faceasi accesa. 100. A quella luce cotal si diventa, 101. che volgersi da lei per altro aspetto 102. è impossibil che mai si consenta; 103. però che ’l ben, ch’è del volere obietto, 104. tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella 105. è defettivo ciò ch’è lì perfetto. 106. Omai sarà più corta mia favella, 107. pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante 108. che bagni ancor la lingua a la mammella. 109. Non perché più ch’un semplice sembiante 110. fosse nel vivo lume ch’io mirava, 111. che tal è sempre qual s’era davante; 112. ma per la vista che s’avvalorava 113. in me guardando, una sola parvenza, 114. mutandom’ io, a me si travagliava. 115. Ne la profonda e chiara sussistenza 116. de l’alto lume parvermi tre giri 117. di tre colori e d’una contenenza; 118. e l’un da l’altro come iri da iri 119. parea reflesso, e ’l terzo parea foco 120. che quinci e quindi igualmente si spiri. 121. Oh quanto è corto il dire e come fioco 122. al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, 123. è tanto, che non basta a dicer “poco”. 124. O luce etterna che sola in te sidi, 125. sola t’intendi, e da te intelletta 126. e intendente te ami e arridi! 127. Quella circulazion che sì concetta 128. pareva in te come lume reflesso, 129. da li occhi miei alquanto circunspetta, 130. dentro da sé, del suo colore stesso, 131. mi parve pinta de la nostra effige: 132. per che ’l mio viso in lei tutto era messo. 133. Qual è ’l geomètra che tutto s’affige 134. per misurar lo cerchio, e non ritrova, 135. pensando, quel principio ond’ elli indige, 136. tal era io a quella vista nova: 137. veder voleva come si convenne 138. l’imago al cerchio e come vi s’indova; 139. ma non eran da ciò le proprie penne: 140. se non che la mia mente fu percossa 141. da un fulgore in che sua voglia venne. 142. A l’alta fantasia qui mancò possa; 143. ma già volgeva il mio disio e ’l velle, 144. sì come rota ch’igualmente è mossa, 145. l’amor che move il sole e l’altre stelle. |
||



























































